Tre anni dal 7 ottobre, l’avvocato di NAZA: “Coloni in Cisgiordania ora sono milizia, la loro è violenza di Stato”
Denaro, armi, terre e impunità: li fornisce il governo ai coloni che cacciano i palestinesi dalle loro comunità. Espulsioni coordinate dall’alto. “È pulizia etnica”, dice Michael Sfard, avvocato israeliano che difende i palestinesi in Cisgiordania. Anche un’eventuale sconfitta della coalizione di Benjamin Netanyahu al voto del 27 ottobre “non comporterebbe una svolta a 180 gradi”, teme il giurista, specializzato in diritti umani e crimini di guerra.
A tre anni dal massacro del 7 ottobre 2023, Sfard parla a Fanpage.it di come quel trauma abbia accelerato l’occupazione della Cisgiordania e il tentativo di disumanizzare i palestinesi. E al contempo abbia corroso le libertà degli israeliani, secondo il concetto al centro del suo libro Occupation from Within (De Gruyter, 2026).
Sfard è consulente legale di NAZA, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor sul cuore di tenebra degli apparati militari di Netanyahu. “Il film sta scuotendo il mondo, ma è concepito per gli occhi e le orecchie degli israeliani”, afferma.
L’intervista è stata realizzata in videoconferenza con lo studio di Michael Sfard a Tel Aviv. È stata rivista per brevità e chiarezza.
Avvocato Sfard, due anni fa ci disse che in Israele il tempo si era fermato il 7 ottobre 2023. È ancora così?
Non è la stessa situazione. Ma il 7 ottobre resta un momento che definisce Israele, sul piano emotivo e politico. La pubblica sensibilità impedisce una discussione aperta su come ci siamo comportati a Gaza. Ogni volta che il tema emerge, come adesso con il docufilm NAZA, gli israeliani si chiudono e tornano in quel luogo del trauma.
Il 7 ottobre ha cambiato ciò che gli israeliani accettano venga fatto ai palestinesi in loro nome. Di quanto? In che modo, al di là delle
Ha aperto le dighe. Da decenni cresceva la nostra disponibilità a usare crudeltà contro i palestinesi, a considerarli esseri inferiori, a opprimerli e a prendere le loro terre. Quel massacro è stato un moltiplicatore esponenziale. Ma l’esempio migliore di cosa è cambiato è l’autocensura dei grandi media. Chi si informa solo su quelli non ha visto ciò che è accaduto e accade a Gaza. Solo immagini dei droni che mostrano la distruzione dall’alto.
È il governo a imporre la censura?
No. I media israeliani sono liberi. Spesso molto critici del potere. Mostrano coraggio sulla riforma giudiziaria e sulla corruzione. Ma su Gaza hanno deciso, ogni sera, di non mostrare le immagini di cui tutte le testate internazionali dispongono.
Nel suo ultimo libro sostiene che il suprematismo e l’occupazione dei territori palestinesi hanno finito per rivolgersi contro gli israeliani. Un esempio?
La riforma giudiziaria. Serve a concentrare il potere nell’esecutivo. A lasciare la maggioranza senza controlli che le impediscano di calpestare i diritti delle minoranze. È nata nei territori occupati. Da dirigenti che hanno vissuto in un sistema dove i palestinesi sono persone di seconda classe, senza diritti, e il potere è quasi senza limiti. Hanno voluto portarlo dentro Israele. Perché mai avere una Corte suprema, una stampa libera o università che possano opporsi all’esecutivo?
Tanta gente è scesa in piazza per difendere la democrazia da Netanyahu e i suoi ministri.
Certo. E si chiedevano: come è potuto succedere a noi? Ma manifestavano contro un sistema di cui erano complici. Avevano un punto cieco grande quanto la Palestina, nella loro visuale. Dopo il 7 ottobre proprio quei manifestanti hanno costituito il corpo principale delle forze dell’IDF che hanno annientato la Striscia. Non puoi avere una democrazia solo il lunedì e il giovedì, due giorni a settimana. O ce l’hai o non ce l’hai.
Quando è nato il “suprematismo ebraico”?
Era presente fin dalla creazione di Israele. Per anni abbiamo tenuto questa sorta di ideologia a dovuta distanza dalla politica e dall’amministrazione. Poi è stata portata al centro del potere. I nostri mali non erano certo nuovi. Dall’8 ottobre 2023 si sono moltiplicati.
Lei parla di pulizia etnica in Cisgiordania. Governo e dintorni spesso usano la definizione “partenze spontanee”.
Sono sconvolto nel vedere quanto queste idee siano diventate comuni. Le chiamano “emigrazione volontaria”. Ma non c’è nulla di volontario quando vieni bombardato, ti portano via i beni, distruggono i mezzi con cui vivi, la tua famiglia rischia abusi o la morte. Certo che finisci per dire “voglio andarmene da qui”.
Non occorre caricare la gente sui camion per deportarla.
Le misure coercitive che costringono a partire equivalgono alla deportazione fisica. È ciò che facciamo alle comunità rurali palestinesi. Più di settanta sono state cacciate dopo il massacro del 7 ottobre. Temo che partiti dell’attuale coalizione al potere abbiano tra le priorità espulsioni molto più vaste, se vincono le elezioni.
Lei ritiene che le espulsioni siano sempre coordinate dal governo e dai suoi apparati. Perché esclude che siano singoli atti di violenza dei coloni?
Perché è una menzogna. Rappresento comunità palestinesi e organizzazioni in contatto con le comunità rurali della Cisgiordania. Le persone subiscono abusi e attacchi. Veri e propri pogrom. Molte se ne sono andate per paura di morire. È violenza di Stato. I coloni ricevono dal governo finanziamenti, risorse, terre, munizioni e impunità. I coloni sono diventati una specie di milizia. Fanno il lavoro sporco. Quello che esercito e forze di pubblica sicurezza non possono fare direttamente. Spesso l’esercito aiuta la milizia senza preoccuparsi di nasconderlo. D’altra parte, dopo il 7 ottobre molti coloni si sono arruolati nell’IDF.
Pogrom. Lei usa una parola della storia delle persecuzioni degli ebrei.
Quale nome dovrei usare quando bande armate assaltano una piccola comunità, incendiano case, picchiano donne e bambini e distruggono quei pochi beni che possiede? Mi ricorda le storie vissute dai miei antenati in Russia e in Ucraina.
Lei ha dato consulenza legale agli autori di NAZA. Ed è stato coinvolto a fondo nella realizzazione del documentario. Perché ha provocato una reazione tanto forte?
Perché parla anche di Tel Aviv. Della classe medio-alta israeliana, i cui figli entrano nelle unità tecnologiche più prestigiose dell’esercito e poi diventano figure di spicco nell’industria dell’alta tecnologia. Sono loro a raccontare. A noi israeliani, che capiamo l’ebraico, quelle testimonianze suonano parecchio familiari: sono giovani israeliani, parlano come loro, col loro gergo. Il film affronta poi un tema che riguarda tutti: la guerra nell’era dell’intelligenza artificiale. E la reazione del governo ha finito per aumentare l’interesse nel mondo. Ma NAZA è fatto per gli occhi e le orecchie degli israeliani.
Il 27 ottobre si vota. Un ipotetico “governo dell’opposizione” cosa dovrebbe fare per convincerla che in Israele le cose possono cambiare?
Una coalizione formata dalle forze contrarie a Netanyahu non cambierebbe del tutto la politica verso i palestinesi, né a Gaza né in Cisgiordania. Ma potrebbe cercare sul serio di fermare la violenza e il terrorismo dei coloni. Vuoi perché li considerano inaccettabili. Vuoi per il danno che causano all’immagine di Israele e ai suoi rapporti con gli altri Paesi. In ogni caso, non sono alleati di quei gruppi e non dipendono dai loro voti.
La prova sarebbe far tornare a casa i palestinesi espulsi?
Mi aspetto qualche sforzo per permettere alle comunità cacciate negli ultimi tre anni di tornare. Ma anche in un nuovo governo ci sarebbe chi è contrario.
E Gaza? Lei lo definisce un genocidio?
Penso che Raphael Lemkin, il giurista che coniò il termine, oggi direbbe tra le lacrime che Israele ha commesso un genocidio a Gaza. Dalla concezione originaria, poi, il diritto internazionale ha sviluppato una concezione più ristretta. Sul piano legale restano domande. Ma nella visione di Lemkin, che condivido, è genocidio.
La protesta contro Israele può sconfinare nell’ostilità verso gli ebrei. Dove passa il confine tra antisionismo e antisemitismo? E lei si considera ancora sionista?
L’antisemitismo cresce in tutto il mondo e mi preoccupa. Il sionismo ha avuto diverse correnti, alcune molto ragionevoli. Quella che oggi è al potere in Israele è razzista, fascista, militarista e promuove la supremazia ebraica. Pensare che una patria per gli ebrei debba essere soltanto per gli ebrei, o che debba creare un sistema di persone di prima e seconda classe è sbagliato. Per ciò che il sionismo è diventato oggi, non posso definirmi sionista.
Come israeliano di sinistra, che effetto le fa l’ostilità che arriva dalla sinistra europea, dalla sua stessa parte?
Ho subito denunciato l’incapacità di alcuni settori della sinistra internazionale di condannare senza riserve il crimine contro l’umanità, il massacro commesso da Hamas e dai suoi alleati contro gli israeliani il 7 ottobre 2023. Pensavo fossimo nello stesso movimento, nella stessa lotta. Con alcuni, non era così. Per me l’indipendenza e la libertà dei palestinesi sono strumenti per garantire agli esseri umani diritti, dignità e la possibilità di decidere della propria vita. Per altri, i diritti umani sono solo uno strumento. E se si può ottenere l’indipendenza palestinese con altri mezzi, va bene lo stesso.
E pensare che i nostri avversari in Israele ci accusano di non condannare abbastanza i crimini di Hamas, di non provare abbastanza dolore. Che menzogna.