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Siria, 8000 morti dall’inizio delle rivolte. E la strage prosegue

Il regime siriano attribuisce queste morti ai terroristi, finanziati dagli stati della Lega araba, gli oppositori sostengono che il drammatico bilancio sia da attribuire alla violenta repressione dei sostenitori di Bashar Al Assad: l’unica cosa certa sono quelle 8000 persone uccise in Siria nell’ultimo anno.
A cura di Nadia Vitali
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Il regime siriano attribuisce queste morti ai terroristi, finanziati dagli stati della Lega araba, gli oppositori sostengono che il drammatico bilancio sia da attribuire alla violenta repressione dei sostenitori di Bashar Al Assad  l unica cosa certa sono quelle 8000 persone uccise in Siria nell ultimo anno.

L'ultima drammatica notizia proveniente dalla Siria è giunta ieri: il ritrovamento di quei cinquanta corpi orrendamente straziati e mutilati, donne e bambini scampati ad un bombardamento e successivamente prelevati dalle milizie del governo di Damasco dai luoghi in cui avevano trovato rifugio. Morti senza un volto e senza un responsabile, come accade sempre nei conflitti; vengono chiamati «crimini di guerra», si direbbe quasi a giustificarne l'entità, come se la guerra di per sé non fosse già di per sé la più barbara delle colpe. Però, per quanto riguarda la Siria non si può ancora parlare di guerra: si preferiscono espressioni quali «situazione delicatissima», «brutale repressione», «violenza inaccettabile». Intanto, da un anno a questa parte, la vita in Siria ha smesso di avere un valore: si bombarda su cittadini inermi e su obiettivi civili e si fanno rastrellamenti nelle case e nei ricoveri, tutto esattamente secondo le «leggi» belliche. Con un bilancio complessivo che, per il momento, ammonterebbe a circa 8000 vittime: è quanto ha dichiarato il Presidente dell'Assemblea generale ONU, Nassir Abdulaziz Al-Nasser.

L'abisso della violenza in una Siria abbandonata a sé stessa – Una stima, quella diffusa ieri dall'organizzazione internazionale, che non arriva certamente inaspettata: le denunce degli attivisti si sono susseguite negli ultimi mesi, nel tentativo di portare sotto gli occhi del mondo intero quale orrore era in atto in quel Paese, sempre più lasciato precipitare nel vortice della violenza, tra  i propri mostri e le proprie implacabili miserie. Tant'è che le opposizioni hanno risposto che i morti supererebbero addirittura le 9000 unità. Violazioni dei diritti umani diventati la norma, in una spirale di odio in cui «la comunità internazionale ha una sua responsabilità» come sottolineato dallo stesso Al-Nasser. Un'affermazione a cui fanno eco le parole del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Kii-Moon che ha definito la situazione semplicemente «vergognosa», in cui il Governo in luogo di proteggere la sua popolazione si è fatto promotore di «un'aggressione militare e dell'uso sproporzionato della forza». In un quadro generale che vede, ormai da mesi, rincorrersi le accuse tra sostenitori del regime e oppositori additati come potenziali terroristi, c'è da chiedersi quale sarà il futuro delle proposte di pace presentate nei giorni scorsi al Presidente Bashar Al Assad.

In attesa di una risposta dalla Siria – «Le uccisioni dei civili in Siria devono fermarsi adesso. Il mondo deve mandare un messaggio chiaro, che questa situazione è inaccettabile» ha dichiarato Kofi Annan in veste di inviato speciale dal parte dell'ONU e della Lega Araba, al termine di una visita che lo ha portato prima proprio a Damasco, poi in Qatar ed oggi nella capitale turca. Ad Ankara, domani, l'ex segretario generale delle Nazioni Unite dovrebbe incontrare incontrare i più importanti rappresentanti dell'opposizione siriana all'estero, dopo aver già avuto un confronto con quelli ancora residenti in patria; con questi discuterà anche delle «proposte concrete» presentate ad Assad per tamponare la situazione, creando una no-fly zone a protezione dei civili e garantendo un accesso umanitario alle città più colpite; interventi oggettivamente necessari e in merito ai quali si attendono risposte da parte del Presidente. Intanto, le ultime notizie di morti riguardano, questa volta, dieci soldati regolari uccisi in un posto di blocco dai ribelli siriani nella città di Maaret Al-Numan, nel nord ovest del Paese; nel frattempo, al confine con Libano e Turchia, il governo siriano dissemina mine antiuomo, lungo quelle strade che i rifugiati sfruttano per scappare in altri stati, nel tentativo di sottrarsi alla cieca violenza. Difficile, con questi presupposti, pensare che la via del dialogo porterà effettivamente ad una risoluzione della «delicatissima situazione».


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