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Scarcerato da Israele, professore muore dopo una settimana: “L’hanno ucciso lentamente, solo così potevano fermarlo”

Khaled Al-Saifi era il direttore del centro Ibdaa del campo profughi di Dheisheh a Betlemme, da anni collaborava con l’Ong italiana ACS: “L’hanno ucciso lentamente, giorno dopo giorno”.
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Khaled Al–Saifi dopo e prima la detenzione
Khaled Al–Saifi dopo e prima la detenzione

È stato arrestato un giorno freddo di gennaio, nel campo nessuno parlava d’altro, solo del professore Khaled, insegnante di tutti a Dheisheh Camp, a Betlemme, nella Cisgiordania occupata. Khaled Al-Saifi non era solo un insegnante: era la memoria storica del campo profughi di Dheisheh. Sessantasei anni, animatore sociale e politico, Khaled ha attraversato la storia della resistenza palestinese dalla prima Intifada, tra i banchi di scuola e il centro culturale di Ibdaa. È morto una settimana dopo il suo rilascio, dopo due anni dentro e fuori dalle carceri israeliane, dopo due anni di torture e privazioni di sonno, cibo e medicine.

“Khaled lo conoscevo molto bene, è una grossa perdita. Era appena uscito dal carcere nella prima intifada quando ci siamo incontrati e poi dopo l'ho sempre continuato a frequentare, era il nostro contatto nel campo, è venuto in Italia, aveva portato tutta la squadra di Dabke (ballo tradizionale palestinese)”, racconta a Fanpage.it Meri Calvelli, cooperante dell’Ong italiana ACS, che da anni con Khaled portava aveva diversi progetti per i giovani del campo profughi di Dheisheh.

Il centro culturale di Ibdaa, di cui Khaled era il direttore, era un centro fondamentalmente per tutta la popolazione, l’unico di tutto il campo e il primo in assoluto nella Palestina occupata. Acs insieme al centro di Ibdaa è riuscita a portare in Italia tanti giovani palestinesi, attraverso i progetti di Erasmus Plus, ma con Ibdaa lavoravano tante altre organizzazioni internazionali ed è per questo che faceva molta paura agli israeliani, perché era uno dei luoghi che sapeva esprimere meglio al mondo cosa e chi sono i palestinesi.

“Ibdaa era una casa per tutti gli internazionali, chiunque andava a Dheisheh passava per quel centro. È stato creato grazie anche al nostro sostegno, nella prima intifada era solo una piccola libreria che poi man mano si è sviluppata ed è diventata il centro culturale. Era un centro fondamentale per tutta la popolazione, dentro facevano la Dabka, il cinema, le donne facevano il ricamo tradizionale palestiense (Tatreez) e vendevano i loro prodotti lì dentro. Facevano lo sport, allenavano la squadra di palla a canestro, che era la prima in classifica nel campionato nazionale palestinese. C'era il ristorante in alto, la sala teatro al centro, la guest house. Ma era anche un luogo di memoria per tutti noi. Israele sapeva che ruolo aveva quel centro e quello che aveva Khaled per la comunità, per questo l’hanno ucciso, lentamente, giorno dopo giorno”, continua la cooperante.

Khaled era stato arrestato a gennaio del 2024, poi rilasciato dopo 10 mesi, ma sotto minaccia di Israele: se non avesse chiuso il centro culturale sarebbe stato di nuovo arrestato. “Khaled non ha mai smesso di operare in quel centro, gli israeliani sapevano che solo ammazzandolo l’avrebbero chiuso”, commenta ancora Calvelli.

Così dopo tre mesi in libertà è stato di nuovo arrestato, picchiato, e torturato. “Gli hanno spaccato tutti i denti e gli hanno vietato di prendere le sue medicine salvavita per mesi. Quando ormai avevano capito che sarebbe morto, l’hanno rilasciato”, spiega la donna.

Dal 7 ottobre 2023 le carceri israeliane, che non sono mai stati luoghi di rispetto dei diritti umani, sono diventate veri e propri buchi neri nei quali sai quando entri e non sai se e come esci. Da tre anni i prigionieri palestinesi non hanno più nessun diritto, nessun contatto con il mondo esterno, hanno razioni estremamente ridotte di cibo e vengono sistematicamente torturati. Questo è quello che è successo a Khaled, così come a oltre 9.200 palestinesi che vivono oggi in condizioni terribili. Khaled però non ce l'ha fatta ed è morto sette giorni dopo aver riconquistato la sua libertà.

“Dal 7 ottobre 2023 Israele ha messo in atto tutti i suoi mezzi – esercito e coloni – per far fuori chiunque collabori con la comunità internazionale”, conclude Calvelli, “non vogliono che la comunità internazionale sappia, non vogliono che veda, non vogliono permetterci di supportare i palestinesi. E poi l'obiettivo israeliano è cancellare completamente qualsiasi possibilità di formazione culturale, di crescita di questi ragazzi che stanno dentro i campi profughi, vogliono cancellare la memoria. Eppure i palestinesi non dimenticano e insegnano ai propri figli a non dimenticare, e noi in questo non smetteremo mai di supportarli”.

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