Procreazione, la corte di Strasburgo boccia il ricorso italiano
Non è stata accettato, da parte della Corte Europea per i diritti umani, il ricorso presentato dall'Italia nel quale si chiedeva il riesame della sentenza con cui la stessa Corte, il 28 agosto scorso, ha bocciato la legge 40 sulla procreazione assistita, rivelando "l'incoerenza del sistema legislativo italiano che da una parte priva i richiedenti dell’accesso alla diagnosi genetica pre impianto e d’altra parte li autorizza a una interruzione di gravidanza se il feto risulta afflitto da quella stessa patologia". La Corte aveva concluso che "l’ingerenza nel diritto dei richiedenti al rispetto della loro vita privata e familiare è quindi sproporzionata".
Il caso era stato sollevato da Rosetta Costa e Walter Pavan, tutti e due italiani, nati nel 1977 e 1975 e residenti a Roma,che in occasione della nascita della figlia nel 2006, affetta da mucoviscidosi, avevano scoperto di essere portatori sani della malattia. Di nuovo incinta nel 2010, Rosetta Costa effettuò una esame diagnostico prenatale che rivelò che anche il nuovo feto era colpito dalla malattia; la signora ha fatto allora ricorso a un aborto terapeutico. Oggi la coppia desidera fare ricorso alla fecondazione assistita con una diagnosi pre impianto. Ma, rileva la sentenza della Corte, la legge italiana non consente un depistaggio preimpianto. Invece consente la procreazione assistita per le coppie sterili o quelle ove l’uomo sia colpito da una malattia virale trasmissibile per via sessuale (come l’HIV o l’epatite B o C) per evitare la trasmissione di queste malattie.