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Conflitto Israelo-Palestinese

Perché l’attacco dell’Iran contro Israele è fallito: l’analisi del generale Chiapperini

Lo sciame di droni da parte dell’Iran per saturare la difesa aerea per poi colpire Israele con i cruise ed i missili balistici non sembra aver funzionato contro il sistema di difesa aerea di Tel Aviv che è molto articolato e tecnologicamente avanzato.
A cura di Luigi Chiapperini
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L'attacco iraniano contro Israele è fallito. Nessuna vittima israeliana a parte il ferimento di una bambina beduina di 7 anni (ci sarebbero state invece tre vittime in Giordania a seguito della caduta di un drone suicida iraniano), nessun obiettivo strategico colpito, pochi danni ad alcune infrastrutture.

Sinora avevamo assistito ad un contesto concepito e organizzato con la regia dell’Iran e condotto, con i tratti tipici di una proxy war, dai paesi e dai gruppi terroristici seguaci del paese degli ayatollah non solo dal Libano con Hezbollah e nella Striscia di Gaza con Hamas, ma anche nel Mar Rosso dove le milizie sciite filo-iraniane degli Houthi continuano a lanciare missili e droni verso il territorio israeliano e contro le navi in transito verso e dal Canale di Suez. Stanotte l’Iran è entrato direttamente in gioco.

La tattica usata dagli iraniani è stata quella sperimentata dai russi in Ucraina e in chiave ridotta e con altri mezzi da Hamas lo scorso 7 ottobre: lancio di sciami di droni per saturare la difesa aerea per poi colpire con i cruise ed i missili balistici. Tutto ciò non sembra aver funzionato contro il sistema di difesa aerea di Tel Aviv che è molto articolato e tecnologicamente avanzato.

Esso si basa essenzialmente su tre livelli. Contro i missili balistici che arrivano dalla stratosfera vengono utilizzati i missili Arrow. I missili da crociera (cruise) nemici vengono intercettati dai missili David’s Sling ("fionda di Davide"). L’ultimo livello, quello più basso, è coperto dall’Iron Dome in grado di intercettare razzi e droni. Inoltre sono stati utilizzati aerei da caccia, anche statunitensi, britannici e francesi, per intercettare e neutralizzare i droni in volo già nei cieli di Siria e Giordania, quindi prima che essi raggiungessero lo spazio aereo israeliano.

Le forze armate di Tel Aviv hanno dichiarato in una nota di aver intercettato e neutralizzato sia nello spazio aereo israeliano sia al suo esterno, qui anche grazie all’intervento della difesa aerea giordana, il 99% delle minacce. Si tratta di circa 170 droni Shahed, più di 130 missili da crociera Paveh 351 e oltre 120 missili balistici ipersonici Kheibar. Solo pochi di questi ultimi (probabilmente una dozzina) sono caduti sul territorio israeliano nella base aerea di Nevatim nel Negev che ospita i caccia stealth F-35.

Israele potrebbe prepararsi al contrattacco ma le dichiarazioni meno possibiliste del presidente statunitense Biden hanno al momento sospeso azioni di questo tipo. Israele potrebbe accontentarsi di mostrare quanto sia inutile attaccarla ma potrebbe andare oltre. In tal caso non sappiamo di che portata potrebbe essere la risposta, ma molto verosimilmente, se ci fosse, sarebbe decisa, con o senza il supporto dagli Stati Uniti, e potrebbe avere come obiettivi, oltre alle basi militari in Iran o filo-iraniane in Siria e Libano, anche i siti interessati al programma nucleare degli ayatollah. Immaginiamo infatti se quei pochi missili balistici che sono riusciti a raggiungere il territorio israeliano fossero stati armati con testate nucleari. L’esito dell’attacco sarebbe stato sicuramente molto più efficace per gli iraniani e tragico per Israele.

Una spiralizzazione del conflitto, questa, che era uno degli obiettivi di Hamas quando il 7 ottobre 2023 ha attaccato Israele: coinvolgere il più possibile attori esterni per indebolire Tel Aviv e far allentare la sua pressione sulla Striscia di Gaza. Se poi si riuscissero ad infiammare e a coalizzare le piazze anche sunnite del mondo arabo contro Israele, specialmente a seguito di eventuali risposte dure all’attacco iraniano di ieri notte, allora Hamas e i suoi alleati potrebbero cantare vittoria. Ma sembra che almeno per il momento questo non stia avvenendo, anzi alcuni Paesi arabi stanno prendendo ancor più distanza dagli ayatollah.

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Generale di Corpo d'Armata dei lagunari Luigi Chiapperini, già pianificatore nel comando Kosovo Force della NATO, comandante dei contingenti nazionali NATO in Kosovo nel 2001 e ONU in Libano nel 2006 e del contingente multinazionale NATO su base Brigata Garibaldi in Afghanistan tra il 2012 e il 2013, attualmente membro del Centro Studi dell’Esercito e autore del libro Il Conflitto in Ucraina (Francesco D’Amato Editore 2022).
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