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Conflitto Israele-Palestina e in Medio Oriente

Paramedici uccisi a Gaza, l’ultima inchiesta che smaschera Israele: 900 proiettili in due ore contro le ambulanze

Un nuovo rapporto di Forensic Architecture ed Earshot ricostruisce il massacro del marzo 2025, quando 15 operatori umanitari vennero uccisi dal fuoco israeliano: non fu un errore ma una imboscata contro i soccorritori. La ricostruzione a Fanpage.it della Coordinatrice dell’Unità di Diritto Internazionale Umanitario presso la Mezzaluna Rossa Palestinese.
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Era l’alba del 23 marzo 2025 quando 15 operatori umanitari venivano uccisi a colpi di arma da fuoco dall’esercito israeliano a Tal as-Sultan nella periferia di Rafah, a Gaza. I loro corpi furono nascosti, seppellendoli insieme alle autovetture distrutte in una fossa comune. Sembra la descrizione di un film horror, ma la realtà è ancora più spaventosa: l’esercito israeliano ha volontariamente giustiziato gli operatori umanitari, tra cui paramedici della Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS), vigili del fuoco della Protezione Civile Palestinese (PCD) e un membro dello staff dell'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA), in un’imboscata mirata e coordinata.

Secondo la più recente e più dettagliata inchiesta indipendente su quanto avvenuto quella mattina di un anno fa, condotta da Forensic Architecture e dal gruppo di indagini audio Earshot, non si è trattato di un "caotico scontro a fuoco". Così hanno descritto quanto successo i vertici militari israeliani dopo che la loro versione iniziale secondo cui "il convoglio di ambulanze non era ben segnalato" era stata smentita da un video pubblicato dal New York Times qualche settimana dopo il massacro. Ma con l’ultima inchiesta emerge che quella compiuta dall’esercito israeliano è stata un'imboscata durata oltre due ore, culminata in quelle che sembrano vere e proprie esecuzioni a sangue freddo.

Dana Abu Koash, Coordinatrice dell'Unità di Diritto Internazionale Umanitario presso la Mezzaluna Rossa Palestinese ha parlato direttamente con Fanpage.it: "Il mio ruolo in questo rapporto è stato quello di verificare la corretta documentazione delle prove in nostro possesso, dalle testimonianze alle biopsie, e riportare le testimonianze con i sopravvissuti".

La ricostruzione: 900 proiettili in 120 minuti

Il rapporto incrocia analisi balistiche, testimonianze e filmati, restituendo una dinamica che smentisce la versione ufficiale dell'IDF: quel mattino, tra le 5:09 e le 7:13, un convoglio di veicoli di emergenza, con i contrassegni umanitari ben visibili, è stato investito da una pioggia di fuoco. "Il materiale video utilizzato è stato di due tipi: uno rinvenuto nel telefono recuperato di uno dei paramedici martirizzati, e l'altro basato su testimonianze ambientate attraverso mappe interattive per ricostruire la scena", continua la dottoressa Koash.

Secondo l'analisi acustica condotta da Earshot, di uno dei video girato da uno degli operatori uccisi e recuperato dai ricercatori, il 93% dei colpi presentava una "firma" inequivocabile: un'onda d'urto supersonica seguita dalla vampa di volata. Questa combinazione conferma che la telecamera e gli operatori umanitari accalcati attorno a essa si trovavano direttamente sulla linea di fuoco, quindi i soccorritori erano il bersaglio diretto dei militari israeliani, non un "danno collaterale". La densità del fuoco è stata definita nel report "senza precedenti", in alcuni momenti sono stati esplosi oltre 900 colpi al minuto, con raffiche talmente ravvicinate (cinque colpi in appena 67 millisecondi) da confermare la presenza di almeno cinque tiratori scelti appostati simultaneamente su un terrapieno a soli 40 metri di distanza.

Dall'imboscata all'esecuzione

Ma l'aspetto più brutale dell'indagine riguarda ciò che è accaduto dopo la prima pioggia di proiettili. I ricercatori documentano come i soldati israeliani siano avanzati verso i mezzi ormai distrutti per finire i superstiti. Alcuni operatori sanitari, che cercavano riparo tra le lamiere delle ambulanze, sarebbero stati uccisi in "stile esecuzione", colpiti a distanza ravvicinata mentre erano già feriti o impossibilitati a difendersi.

Il rapporto è chiaro: in quell'area non c'era alcuno scontro in corso, nessuna minaccia tangibile per la sicurezza dei soldati e nessun combattente di Hamas nelle vicinanze. Quella di Tal as-Sultan viene descritta nel rapporto come un’operazione pianificata per eliminare il personale medico presente sul campo. "Dall'ottobre del 2023", continua Koash, "abbiamo registrato molteplici incidenti in cui i nostri team sono stati uccisi durante il loro servizio dall'esercito israeliano; gli attacchi sono stati sempre mirati, eseguiti con bombe di precisione". Dall'inizio della guerra su Gaza la Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS) ha perso in totale 57 membri del suo team, di cui 2 in Cisgiordania: 32 sono stati uccisi mentre erano in servizio.

La difesa di Israele

Inizialmente, Israele aveva parlato di "fallimenti professionali" e problemi di visibilità notturna, tentando di derubricare la strage a “tragico errore in zona di combattimento". Tuttavia, le prove tecniche raccolte da Forensic Architecture mostrano una realtà diversa e inequivocabile: un attacco prolungato, metodico e mirato contro chi, per diritto internazionale, dovrebbe essere protetto dalle divise e dalle insegne che indossa.

Questa inchiesta aggiunge un altro tassello al fascicolo delle accuse di crimini di guerra contro le forze israeliane nella Striscia di Gaza, che in questi tre anni hanno messo in atto una sistematica distruzione del sistema sanitario locale e dei suoi operatori.

"Speriamo che questo possa mantenere viva la ricerca di giustizia per accertare le responsabilità di chi ha colpe, e che faccia luce su quanto sia diventato pericoloso il lavoro umanitario", conclude Koash, "è fondamentale salvaguardare il lavoro degli organi investigativi e degli attori della società civile affinché il futuro della guerra non sia caratterizzato dall'impunità".

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