16 Novembre 2012
17:10

Nessuno riconosca la Palestina: è questo il messaggio allegato alle bombe israeliane?

Altro che missili Qassam. La ragione del conflitto che in queste ore sconvolge – ancora una volta – l’area israelo-palestinese non ha nulla a che vedere con Hamas. Il nemico è Abu Mazen, ormai molto vicino a fare della Palestina uno stato osservatore dell’ONU. Con tutte le conseguenze del caso…
A cura di Anna Coluccino

In questi giorni – in seguito all'ennesimo bombardamento da parte di Israele in cui è stato ucciso uno dei capi di Hamas – molti hanno ricordato (e in alcuni casi realizzato…) che c'è un conflitto in corso a poche centinaia di chilometri dal nostro paese; un conflitto decennale e sanguinario che violenta quotidianamente ogni disposizione internazionale e di cui non si parla granché fino a quando il governo di Israele non decide di intensificare prepotentemente gli attacchi. Ma è proprio in momenti di conflitto così intesi che vale la pena sottolineare che gli abusi israeliani non sono un'eccezione, ma la regola; che i ferimenti e i morti sono quasi giornalieri e che l'occupazione territoriale avanza di settimana in settimana con sublime menefreghismo di qualsivoglia risoluzione ONU. Allo stesso modo, anche Hamas esplode quotidianamente i suoi razzi Qassam, ma – senza voler sminuire il valore delle morti israeliane – forse è bene ricordare che negli ultimi dodici anni questi razzi hanno provocato una dozzina di vittime vittime, eppure è soprattutto contro il lancio di questi razzi che Israele invoca la tanto decantata "legittima difesa". Gli USA – da par loro e nella persona di Susan Rice – fanno sapere che sostengono Israele nella sua battaglia in quanto: "nulla giustifica la violenza di Hamas e di altre organizzazioni terroristiche contro il popolo israeliano".

D'accordo. Questi razzi hanno ammazzato dieci, dodici, quindici esseri umani e non sono giustificabili. Così come non sono giustificabili gli attentati suicidi che, tra il 2000 e il 2005, hanno fatto centinaia di vittima tra i civili israeliani. Ma quest'ultima pratica terroristica è stata abbandonata da tempo, mentre Israele non ha abbandonato nessuno dei suoi metodi, né è arretrata di un passo dai territori che occupa abusivamente, né – tanto meno – ha restituito un solo grammo delle risorse naturali rubate alla Palestina.  Ora: se la violenza è ingiustificabile, qualunque sia l'offesa, cosa giustifica la violenza di Israele contro i palestinesi? Se, solo a titolo di esempio, l'operazione di guerra del 2009 (Piombo Fuso), in cui quasi 1.400 palestinesi furono uccisi e oltre 5.000 feriti, non giustifica l'intensificarsi del lancio di missili Qassam da parte di Hamas negli ultimi tre anni, cosa può mai giustificare questo nuovo bombardamento israeliano contro Gaza?

In questo momento, mentre Hamas esplode una pioggia di razzi, Israele bombarda quasi senza sosta e prepara l'attacco via terra. Già 22 persone sono morte (3 israeliani e 19 palestinesi); centinaia di donne, uomini e bambini sono rimasti feriti più o meno gravemente. Questa apparente uguaglianza nella pratica offensiva, però, non cancella l'evidenza dei fatti. Il Primo Ministro egiziano, dopo una breve visita a Gaza, parla di una città devastata e di una situazione disastrosa. E sono in molti a credere che stanotte potrebbe essere paragonabile alle terribili notti del 2009, quelli che caratterizzarono l'operazione Piombo Fuso. Fortunatamente a Tel Aviv non sembra esserci la medesima situazione e, anche se le sirene d'allerta hanno cominciato a risuonare in città, Tel Aviv non brucia, gli edifici non sono distrutti, le strade non sono devastate. Il conflitto israelo-palestinese, negli ultimi dodici anni, ha provocato quasi ottomila vittime sul fronte palestinese e poco più di mille su quello israeliano (un conteggio che comprende le vittime degli attentati suicidi del 2000-2005). Negli ultimi sette anni, i palestinesi sono stati quasi gli unici a pagare: sia in termini di morti, che di feriti, che di detenuti illegalmente nelle carceri. Parliamo, in grandissima parte, di vittime civili. Ma è chiaro che la questione non è risolvibile facendo la conta dei feriti e un dettagliato elenco mortuario.

Il punto è che non ci si difende dai razzi Qassam bombardando scuole, ospedali, strade, palazzi e impedendo – contro ogni disposizione ONU – l'accesso alle acque pescose, ai campi fertili; gambizzando quotidianamente chi va a lavorare; arrestando e detenendo illegalmente bambini e adulti (per anni) senza riuscire a formulare la benché minima accusa; privando uno stato del diritto a ospitare internazionali venuti in suo soccorso; impedendo ai cittadini di muoversi liberamente dentro e fuori la terra in cui sono nati. Pur volendo, come potrebbe la pioggia di razzi fermarsi davanti all'arroganza dello strapotere israeliano? Tutto questo non ha nulla a che vedere con la legittima difesa, è oppressione pura e semplice; è rifiuto di voler riconoscere ai palestinesi il diritto a sopravvivere. In quest'ottica, i Qassam sono un'ottima scusa per continuare a perpetrare l'eccidio. Se Hamas smettesse di lanciarli, per Israele sarebbe la fine. La difesa del territorio, delle donne e degli uomini di entrambi gli stati non c'entra nulla con quanto sta accadendo. E nessun funambolismo retorico potrà modificare la realtà e trasformarla da qualcosa di diverso da quello che è.

Per comprendere cosa sta accadendo, infatti, occorre partire da un dato: esiste un oggettivo squilibrio tra i due stati, ed è un dato da cui non si può prescindere. La potenza bellica e diplomatica di Israele è imparagonabile a quella della Palestina. A questo proposito, è curioso  notare come il rapporto tra il Davide (re d'Israele) che affrontò Golia (gigante palestinese) sia da tempo invertito. Ora è Israele il gigante, il titano, e la Palestina è il minuto re con la fionda. Questo dato prescinde da qualsivoglia simpatia politica; prescinde da qualsiasi analisi sociologica e da ogni considerazione di tipo personale. È un fatto. In aggiunta, lo squilibrio tra le due nazioni non è solo di natura materiale, ma – soprattutto – di natura geopolitica. Israele gode del sostegno economico e politico degli USA (e non solo), è uno stato riconosciuto dall'ONU, mentre alla Palestina è stato impedito di diventare uno stato membro grazie all'antidemocratico strumenti del veto di cui gli USA (e altri paesi vincitori della seconda guerra mondiale) godono all'interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Forse è arrivato il momento di dismettere maschere ed ipocrisia e ammettere che il bombardamento di Gaza non c'entra nulla con il lancio di missili da parte di Hamas. Anzi, i Qassam sono spesso un comodo pretesto che Hamas  continua ad offrire al governo di Israele  per continuare i suoi attacchi. Tant'è vero che, a sentir parlare i politici israeliani, non esiste altra autorità in Palestina se non quella che fa capo al gruppo fondamentalista islamico. Ma così non è.  È indispensabile sottolineare che – se è vero che Gaza è governata da Hamas (democraticamente eletto nella Striscia) – è pur vero che è l'Autorità Nazionale Palestinese l'istituzione di riferimento per l'organizzazione e l'azione politica dell'intero territorio. Questa istituzione fa capo ad Abu Mazen e non ha esploso un solo razzo in questi anni, né ha imprigionato nessuno. Il governo di Israele, invece, è stato protagonista di ripetuti eccidi civili, abusi, incarcerazioni illegali, ferimenti… In alcuni casi (come nella vicenda di Shabra e Chatila) si è macchiato di genocidio. Al momento l'ANP si occupa di agire diplomaticamente per la risoluzione del conflitto ed ha uno spirito di contestazione molto più vicino alla disobbedienza civile che al terrorismo. Ed è proprio questo il problema. Quello che l'ANP di Abu Mazen sta tentando di fare per vie diplomatiche, infastidisce Israele molto più dei razzi Qassam; tanto che – probabilmente – è questa la vera ragione dell'attacco.

In questi mesi Abu Mazen si è impegnato a fondo affinché l'esistenza dello stato palestinese venisse finalmente riconosciuta all'interno dell'ONU. Se questo dovesse avvenire, Israele non potrebbe agire in maniera così libera e indiscriminata nei confronti dello stato palestinese perché – a quel punto – la sua azione di guerra quotidiana, la sua inarrestabile occupazione andrebbe colpirebbe un paese delle Nazioni Unite, con conseguenze diplomatiche molti più gravose dei semplici richiami verbali ai quali – oggi – è soggetta. È questa la ragione per cui gli USA avrebbero opposto il loro veto affinché alla Palestina non fosse consentito di entrare nel Consiglio di Sicurezza come paese membro, ma il veto non è stato necessario grazie all'astensione della Bosnia che ha impedito il raggiungimento del quorum necessario. Il diritto di veto, però, non esiste all'interno dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite e – il prossimo 29 novembre – la Palestina ha ottime probabilità di vedersi approvata la richiesta di entrare a far parte dell'assemblea come stato osservatore (la stessa condizione, ad esempio, dello Stato del Vaticano). A quel punto, lo stato palestinese potrà godere di tutte le tutele offerte agli altri stati osservatori, compresa la possibilità di ricorrere alla Corte Penale Internazionale dell'Aja. È questo che Israele sta cercando di impedire. Il tentativo sembra essere quello di mostrare come il paese sia ancora troppo orientato al conflitto per accedere a tale tutela.

Ecco perché l'ANP di Abu Mazen è molti più pericolosa per Israele di quanto non lo sia Hamas. Ecco perché Hamas fa solo comodo alla politica israeliana; una politica orientata a dimostrare che la sua non è che una necessaria risposta al Terrore, e non Terrore a sua volta. La Palestina non ha diritto di esistere, è questo che racconta l'ennesimo bombardamento di Israele ai danni della Striscia di Gaza. E più che messaggio destinato ad Hamas, sembra un messaggio per le Nazioni Unite, per Abu Mazen e per tutti i palestinesi che non si riconoscono nella lotta armata  e chiedono solo di essere riconosciuti, tutelati, lasciati liberi di autodeterminarsi.

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