Per i giudici israeliani chi accusa il paese di apartheid non può entrare, Save the Children: “Continueremo a esserci”

Se critichi Israele e lo definisci uno stato di apartheid per le sue politiche nei confronti dei cittadini palestinesi, stai diffamando lo Stato di Israele e per questo non ti deve essere consentito l'accesso al paese. Questo è quanto emerso dalle dichiarazioni del giudice della Corte suprema israeliana Alex Stein durante l'udienza sul ricorso presentato dalle ong Save the Children, Cesvi e Diakonia dopo che le autorità israeliane gli avevano impedito di continuare le loro missioni umanitarie a Gaza.
Una presa di posizione che, per quanto fuori da ogni logica democratica, rischia di rispecchiare pienamente lo stato di polarizzazione in cui Israele si prepara alle prossime elezioni di ottobre. Il collegio giudicante ha motivato le affermazioni sostenendo che Israele ha il diritto di considerare questo tipo di dichiarazioni, secondo loro tese a delegittimare l'esistenza di Israele, nel decidere se concedere o meno i permessi alle organizzazioni operanti nei territori palestinesi occupati.
"Stanno delegittimando l'esistenza di Israele"
Le dichiarazioni di Stein, che insieme a Yael Vilner, Ruth Ronen componeva il collegio giudicante è emerso nell'udienza in merito ricorso di alcune delle Ong a cui Israele ha impedito di continuare ad operare a Gaza. Se definisci Israele uno Stato di apartheid stai avvalorando un complotto internazionale teso a delegittimare l'esistenza stessa di Israele, è questa la tesi del giudice che ha chiesto alle ong di ritirare il ricorso da loro presentato.
Non è legittimo dunque, secondo i magistrati israeliani, definire apartheid le politiche di occupazione israeliana, sebbene esista un parere consultivo della Corte penale internazionale, ed esistano i rapporti di Amnesty International e Humans Rights Watch che invece definiscono esattamente come "apartheid" le politiche israeliane nei confronti dei palestinesi. Durante l'udienza sono state presentate come prove alcune dichiarazioni rilasciate dagli esponenti di queste organizzazioni che denunciavano proprio le politiche di apartheid.
Inoltre, secondo i magistrati le tre ong avrebbero avuto rapporti con Islamic Relief, una organizzazione umanitaria attiva a Gaza nell'assistenza medico sanitaria, che è stata inserita dalle autorità israeliana nella lunghissima lista di organizzazioni considerate terroriste, tra cui figura, per dare una proporzione, anche l'UNWRA agenzia dell'Onu, le cui sedi a Gerusalemme e Betlemme sono state completamente distrutte dalle autorità israeliane.
La presa di posizione dei giudici della corte suprema, soprattutto nella censura della denuncia delle politiche di occupazione, allinea i magistrati con le dichiarazioni e le azioni messe in campo dai politici dell'estrema destra al governo nel paese. A gennaio scorso Israele aveva lanciato una nuova campagna di divieti ed espulsioni per le organizzazioni umanitarie che operano a Gaza ed in Cisgiordania, negando il rilascio dei permessi di lavoro per gli operatori umanitari ed andando a colpire anche le organizzazioni che operano attraverso volontari come le italiane Operazione Colomba e Mediterranea Saving Humans, revocando gli ETA, ovvero l'Electronic Travel Authorisation, il nulla osta per presentarsi alla frontiera per entrare nel paese. Di fatto una espulsione anticipata. Le azioni di boicottaggio e di ostracismo nei confronti delle missioni umanitarie da parte delle autorità israeliane, assume ora una strategia ben definita e supportata dalla giustizia locale.
L'ingresso nel paese resta estremamente arbitrario con misure estremamente stringenti sia al valico di confine dell'aeroporto di Tel Aviv, sia al confine con la Giordania di Allenby. Le prove portate a supporto della sentenza dei giudici della Corte Suprema, indicano anche le attività di intelligence compiute dagli apparati di sicurezza israeliani nei confronti delle organizzazioni umanitarie che provano a portare soccorso e supporto alla popolazione palestinese stremata dal genocidio a Gaza, o dall'occupazione in Cisgiordania. Dall'inizio dell'anno sono 37 le revoche alle attività delle organizzazioni internazionali elevate dalle autorità israeliane, tra queste anche la Caritas, Medici Senza Frontiere, Oxfam ed Action Aid.
Save the Children: "Continueremo ad operare in Palestina"
Una delle tre organizzazioni ricorrenti alla corte suprema israeliana, Save the Children, contattata da Fanpage.it ha commentato i fatti attraverso una nota. "Abbiamo ritirato il ricorso presentato contro il diniego della registrazione come Organizzazione Non Governativa Internazionale (INGO) disposto dalle autorità israeliane nell'ottobre scorso. La scelta è maturata dopo che, questa settimana, l'Alta Corte di Gerusalemme ha affermato di non ravvisare motivi per intervenire sul caso". L'assenza di motivi per intervenire sul caso sussisterebbe proprio nelle dichiarazioni di Stein, ovvero che Israele ha il diritto di impedire l'ingresso nel paese a chi accusa lo Stato di apartheid. Ma l'Ong non si arrende e rilancia: "Save the Children sottolinea tuttavia che continuerà a mettere a disposizione tempo, risorse e competenze per sostenere i bambini e le famiglie nel Territorio Palestinese Occupato. Seppure, in assenza della registrazione da parte delle autorità israeliane, le ONG internazionali non possono ottenere i visti necessari per il personale internazionale con competenze specialistiche né far entrare beni umanitari attraverso i confini controllati da Israele, proprio in una fase in cui i bisogni della popolazione hanno raggiunto livelli senza precedenti".
Israele continua a fare il bello e il cattivo tempo rispetto all'ingresso nei territori palestinesi di aiuti umanitari e attrezzature medico sanitarie, gestendo in maniera completamente discrezionale e arbitraria i flussi di ingresso alle frontiere. "Nonostante queste restrizioni, Save the Children continuerà a operare nel Territorio Palestinese Occupato, come ha sempre fatto, grazie alla registrazione presso l'Autorità Palestinese, al lavoro di circa 300 operatori palestinesi e alla collaborazione con partner fidati, garantendo servizi essenziali e salvavita ai bambini e alle loro famiglie" fanno sapere dalla Ong. Save the Children quindi, come hanno già fatto altre organizzazioni internazionali, si baserà esclusivamente sul lavoro dei palestinesi, che però a loro volta sono colpiti dalle misure che ne limitano la libertà di movimento, dai check point ai fermi di polizia arbitrari.

Il clima elettorale: servizi segreti, comizi-rissa e attentati ai giornali
Intanto la campagna elettorale per le elezioni del 27 ottobre prossimo sta entrando nel vivo e i partiti dell'estrema destra al potere stanno approvando una serie di misure sempre più stringenti e autoritarie. Nella giornata di ieri, 21 luglio, con un video pubblicato sui social network, il primo ministro Benjamin Netanyahu, il ministro della sicurezza Itamar Ben Gvir, e la ministra per l'uguaglianza sociale Mary Golan, hanno annunciato un piano per intrecciare le attività dello Shib Bet, il servizio segreto militare, con quelle della polizia locale in quello che viene definito "il settore arabo del paese", ma che in realtà sono i territori palestinesi occupati.
I servizi segreti dunque daranno indicazioni direttamente alla polizia per "combattere il crimine" come dicono Netanyahu, Ben Gvir e Golan. Intanto il leader di Potere Ebraico sta conducendo una campagna elettorale tutta all'insegna della continua provocazione, cercando la rissa con la popolazione palestinese ad ogni uscita pubblica. Come si può vedere chiaramente dai video pubblicati sui social di Ben Gvir e su quelli del partito, il ministro della sicurezza sta svolgendo continue passeggiate nei quartieri arabi, soprattutto a Gerusalemme, scortato da un numero impressionante di poliziotti. Ben Gvir si ferma davanti ai negozi o alle case palestinesi gridando slogan provocatori, come: "queste case sono nostre", oppure "presto andrete via".
In questo clima da rissa continua a farne le spese sono anche i media. Due attentati si sono registrati nei confronti delle sedi del giornale progressista Haaretz, accreditato all'estero come il giornale più indipendente di Israele, e la Tv Channel 12. Le modalità degli attentati sono stati praticamente identici: un uomo mascherato ha lanciato dei grossi blocchi di cemento contro le porte in vetri delle sedi dei due medi, mandandole in frantumi. Il direttore di Haaretz, Aluf Benn, ha parlato apertamente di un tentativo di impaurire i giornalisti.