"Voglio arrivare dritta al punto: entro un massimo di 10 giorni morirò. Dopo anni di continue lotte, sono svuotata. Ho smesso di mangiare e bere da un po' di tempo, e dopo molte discussioni e valutazioni, ho deciso di lasciarmi andare perché la mia sofferenza è insopportabile. Respiro, ma non vivo più". Sono parole durissime quelle che Noa Pothoven ha scritto sul proprio profilo Instagram pochi giorni prima del suo decesso, avvenuto la scorsa domenica 2 giugno nella sua casa di Arhnem, circondata e supportata dai familiari. Non ha ricorso all'eutanasia, come avevano erroneamente scritto la maggior parte dei giornali italiani ed esteri. Il suo è stato un suicidio. Si è lasciata morire di fame e di sete al culmine di una vita che, per quanto breve, le ha portato solo sofferenze e depressione, a causa di violenze subite quando era una bambina, un trauma che non è mai riuscita a superare.

Chi è Noa Pothoven

Per capire bene come Noa sia arrivata a questa decisione, bisogna ripercorrere un po' della sua storia. Nata 17 anni fa a Arhnem, nei Paesi Bassi, capoluogo della provincia della Gheldria, la sua infanzia è stata caratterizzata da tre episodi di violenza. La prima, come si apprende dalla sua autobiografia Winnen of leren (Vincere o imparare), all'età di soli 11 anni durante la festa di una compagna di scuola, poi di nuovo a una festa per adolescenti. Ancora, a 14 anni è stata vittima di un'aggressione in strada da parte di due uomini. Ma in quel momento non era stata in grado di denunciarla "per paura e vergogna". "Rivivo quella paura e quel dolore ogni giorno", aveva spiegato un anno fa. "Il mio corpo si sente ancora sporco". Nel corso degli anni non è mai riuscita a superare quanto successo. Ha cominciato a soffrire di stress post traumatico, anoressia e depressione. Al punto che ha deciso di rivolgersi ad una clinica specializzata affinché l'aiutassero a mettere fine a quella sofferenza ricorrendo al fine vita assistito.

La richiesta (rifiutata) di eutanasia

Ma la sua richiesta è stata rigettata dalla clinica in questione a causa della sua giovane età e dei problemi di salute mentale che aveva sviluppato. Già nel 2016 la ragazza si era rivolta alla clinica "Life end" dell'Aia senza che i suoi genitori ne fossero a conoscenza. "Pensano che sia molto giovane, pensano che debba finire il trattamento psicologico e che il mio cervello sia completamente sviluppato. Non succederà fino all'età di 21 anni. Sono devastata perché non posso aspettare così a lungo", aveva raccontato Noa in una intervista rilasciata al quotidiano locale De Gelderlander a dicembre del 2018. Aveva 16 anni. Ma lei non ce l'ha fatta ad aspettare e ha scelto di fare da sé, lasciandosi morire di fame e di sete col consenso della sua famiglia, che le è stata vicino fino al momento del decesso, avvenuto la scorsa domenica 2 giugno, come ha reso noto la sorella. Pochi giorni prima di andarsene per sempre, su Instagram, in un profilo che è stato poi chiuso, ha scritto di essere "quasi liberata". E poi ancora: "Sono seguita, non ho dolore e trascorro tutto il giorno con la mia famiglia (sono nel salotto di casa mia in un letto di ospedale). Sto salutando le persone più importanti della mia vita". La sua ultima foto pubblicata si chiude con un appello: "Sono molto debole, non inviatemi messaggi perché non posso gestirli e non cercate di convincermi che sto sbagliando, questa è la mia decisione ed è definitiva".

I media locali hanno dato la notizia della sua morte, ma mai nessuno ha menzionato l'eutanasia, cosa che invece è stata ripresa sia in Italia che all'estero. "L'Olanda ha autorizzato eutanasia su una 17enne? FALSO!!! I media italiani non hanno verificato. L'Olanda aveva RIFIUTATO l'eutanasia a #Noa. Lei ha smesso di bere e mangiare e si è lasciata morire a casa, coi familiari consenzienti", ha scritto su Facebook il radicale Marco Cappato, tra i primi in Europa a sottolineare l'errore: Noa si è suicidata, e nessuno l'ha aiutata a farlo.

Cosa dice la legge in Olanda

In realtà, l'Olanda è stato il primo paese europeo nel 2002 ad avere una legge sul tema dell'eutanasia diretta e del suicidio assistito. Due anni più tardi ha anche approvato il "protocollo di Groningen" sull'eutanasia infantile, secondo il quale la morte può essere accordata a partire dai 12 anni di età, ma solo dopo che un medico abbia certificato che la sofferenza del paziente è insopportabile e senza via di uscita. Tra i 12 e i 16 anni è previsto il consenso dei genitori, quindi nel caso della 17enne Noa non era obbligatorio. Ma la sua richiesta è stata respinta anche a causa dei problemi di natura psichiatrica che presentava. Intanto, proprio il Ministero della Salute olandese, secondo quanto riporta l'Ansa, ha avviato "un'ispezione sanitaria per verificare se è necessario aprire un'indagine" vera e propria sul caso della morte della 17enne. L'ispezione non riguarderebbe l'eutanasia, ma ha il solo scopo di accertare "il tipo di cure ricevute da Noa e se ci sia stato qualche errore" nei trattamenti somministrati. Al termine di questa prima verifica, il ministero deciderà se procedere con un'indagine ufficiale.

Papa Francesco: "Non abbandonare mai chi soffre"

Sulla questione è intervenuto anche il Vaticano. Prima con un tweet della Pontificia Accademia per la Vita, che ha definito la morte di Noa "una grande perdita per qualsiasi società civile e per l'umanità. Dobbiamo sempre affermare le ragioni positive per la vita". E poi con un messaggio di Papa Francesco in persona, che tuttavia ha fatto ancora una volta una riflessione sull'eutanasia che non ci sarebbe stata: "Il suicidio assistito e l'eutanasia sono una sconfitta per tutti. La risposta a cui siamo chiamati è non abbandonare mai chi soffre, non arrendersi, ma prendersi cura e amare per ridare la speranza".