
A sei settimane dall’inizio della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, lo scorso 28 febbraio, non ci sono prospettive concrete per un cessate il fuoco. Secondo Human Rights Activists News Agency (Hrana), in Iran i morti sono 3.600, di cui 1.665 civili, inclusi 248 bambini. Escludendo il fronte libanese, 140 sono le vittime dei raid iraniani nel Golfo e in Iraq, 26 solo in Israele, mentre 13 sono i militari statunitensi uccisi e centinaia i feriti.
Nei raid di Usa e Israele, con l’operazione Epic Fury, sono state distrutte 30 università iraniane e 760 scuole, oltre a 350 ospedali. E così nulla sembra poter fermare il conflitto, mentre il presidente iraniano, Masoud Pezeskian, che si è più volte schierato a favore del dialogo e dello stop ai raid iraniani nei paesi del Golfo, ha assicurato che 14 milioni di iraniani sono pronti a sacrificare le loro vite per difendere il paese. Ma cosa sta facendo fallire i colloqui negoziali?
Perché l’Iran non si fida di Israele e Stati Uniti
Nonostante l’Iran abbia negato di aver avviato un negoziato con gli Stati Uniti per una tregua, il tentativo di mediazione del Pakistan ha portato a uno scambio indiretto di richieste tra Washington e Teheran. Alle 15 richieste Usa per un cessate il fuoco che avrebbero innescato una prima tregua di 45 giorni con l’avvio di un secondo negoziato che includesse anche il programma nucleare e i conflitti regionali, le autorità iraniane hanno risposto con 10 punti per una “fine permanente del conflitto”.
Il presidente Usa, Donald Trump, ha parlato di “passo avanti significativo ma insufficiente” da parte iraniana. Mentre il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha definito i negoziati di pace come “incompatibili con gli ultimatum e le minacce per commettere crimini di guerra”.
Il ruolo delle infrastrutture energetiche nella guerra tra Iran, USA e Israele
Se l’Iran non accettasse la proposta di cessate il fuoco statunitense, come appare dalle prime reazioni di Teheran, Trump ha assicurato di essere capace di distruggere il paese “in una notte”, a partire dalla mezzanotte di martedì, colpendo le infrastrutture energetiche, ferroviarie e i ponti del paese.
Israele aveva tentato di dare una svolta al conflitto già dopo i primi giorni attaccando depositi e raffinerie di petrolio. Colpire il mercato petrolifero del paese, ricchissimo di petrolio e gas, avrebbe, secondo le autorità di Tel Aviv, innescato le mobilitazioni di massa contro il regime che fino a questo momento non si sono verificate, nonostante l’imponente movimento contrario alla Repubblica islamica e al carovita dello scorso gennaio, represso nel sangue.
Gli attacchi alle infrastrutture energetiche sono crimini di guerra
Gli attacchi alle infrastrutture energetiche e civili sono crimini di guerra. A essere prese di mira dai raid statunitensi e israeliani dovrebbero essere anche siti petrolchimici, usati a scopo sia civile sia militare. Alcuni di essi sono stati già colpiti dall’esercito israeliano (Idf) a Isfahan e con i nuovi raid contro il più grande giacimento di gas al mondo di South Pars. Così come è stata colpita più volte la centrale nucleare di Bushehr, innescando la reazione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) che ha parlato di rischi di fughe radioattive in caso di nuovi raid.
La richiesta agli USA di evitare attacchi a infrastrutture civili
Anche alcuni tra i più strenui oppositori del regime iraniano, come Masih Alinejad, tra le ideatrici del movimento “Donna, vita, libertà”, hanno chiesto agli Stati Uniti di risparmiare le infrastrutture energetiche del paese e di concentrarsi sui centri di potere del regime.
Dal canto loro, le autorità iraniane continuano a eseguire le condanne a morte tra chi è stato arrestato nelle proteste di inizio anno, tra cui il giovane Amirhossein Hatami, insieme ad Abolhassan Montazer e Vahid Baniamerian, presunti membri del gruppo terroristico in Iran Mojahedin e-Khalq (Mek), e ad arrestare le voci critiche come l’avvocato per la difesa dei diritti umani, Nasrin Sotudeh.
L'exit strategy di Trump dalla guerra "impopolare"
Trump sta cercando di uscire da un conflitto estremamente impopolare negli Stati Uniti, che non convince neppure una parte della base del consenso del movimento Maga, e che non ha obiettivi chiari. E così a tentare la via negoziale sono il vicepresidente, JD Vance, e l’inviato speciale Steve Witkoff con la mediazione della guida dell’esercito pakistano, Asim Munir, in contatto con il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi.
L’Iran non ha mai creduto alla carta del negoziato perché per ben due volte i colloqui indiretti in corso in Oman sul programma nucleare iraniano negli ultimi due anni sono stati cancellati dall’avvio della guerra dei 12 giorni nel giugno 2025 e da questa guerra. Di per sé l’assenza di colloqui diretti tra Stati Uniti e Iran contribuisce a costruire un clima di sfiducia e mancanza di rispetto reciproco.
La carta Qalibaf
Non solo, l’Iran ha sempre accusato Israele di aver eliminato le figure del regime che più avrebbero potuto favorire un’intesa, come l’ex ministro degli Esteri, Kamal Kharazi, ferito lo scorso 2 aprile, e l’ex capo del Consiglio nazionale di Sicurezza, Ali Larijani, ucciso lo scorso 17 marzo.
Neppure ha funzionato fin qui la carta dell’ex sindaco radicale di Teheran, Mohammad Qalibaf, più volte nominato da Trump. Qalibaf è considerato una delle figure più accreditate che avrebbe potuto guidare questa fase di transizione mentre restano incerte le condizioni di salute della nuova guida suprema, Mojtaba Khamenei. In realtà, Qalibaf ha più volte sottolineato come la strategia degli omicidi mirati, incluso il capo dell’Intelligence, Majid Khademi, nasconda le sconfitte sul campo dei raid di Stati Uniti e Israele.
Le leve iraniane
L’Iran non vuole essere trattato da Stati Uniti e Israele come hanno fatto con Hamas a Gaza. L’esercito iraniano ritiene di aver dimostrato di possedere leve economiche, geopolitiche e militari sufficienti per continuare la guerra. Con il petrolio a 113 dollari al barile, gli aumenti del prezzo del gas e dei fertilizzanti, l’Iran dimostra di puntare sull’aumento dei costi della guerra per spingere gli Usa a chiudere il conflitto ma senza fretta.
Nonostante non siano state ancora impiegate truppe di terra in questa guerra, secondo il Centro per gli Studi strategici e internazionali, gli Usa stanno spendendo 385 milioni di dollari al giorno, mentre il Pentagono ha chiesto altri 200 miliardi di dollari. Si tratta di spese di gran lunga superiori alle guerre in Iraq e Afghanistan.
Lo spettro Gaza
In particolare, l’Iran punta su una fine permanente del conflitto temendo che un cessate il fuoco temporaneo sul modello della tregua a Gaza permetta a Usa e Israele di continuare a bombardare il paese a loro piacimento. Secondo la bozza negoziale, nei primi 45 giorni di tregua, dovrebbe essere discusso un accordo che chiuda le aspirazioni nucleari iraniane con la diluizione e il trasferimento dell’uranio già arricchito presente nel paese. L’Iran ha invece sempre puntato sul riconoscimento da parte della comunità internazionale delle aspirazioni iraniane a possedere un programma nucleare a scopi civili.
La guerra di logoramento
Più in generale, l’Iran ha dimostrato di non voler arrendersi ai raid di Usa e Israele, continuando a colpire i jet statunitensi in una guerra di logoramento, com’è accaduto con l’F-15 abbattuto tra le province di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad nei giorni scorsi, il cui pilota è stato tratto in salvo da Washington.
E così l’esercito iraniano vorrebbe puntare sul prolungamento della guerra che potrebbe trasformarsi in questo modo, agli occhi dei militari iraniani, in un nuovo Vietnam per Washington. Mentre accettare un’intesa con una resa potrebbe determinare per Teheran la frammentazione dello stato e il collasso del regime.
I nodi irrisolti nello Stretto di Hormuz
E così la leva principale che l’Iran può continuare a esercitare nel negoziato per la tregua è la chiusura dello Stretto di Hormuz. La chiusura dello stretto in acque territoriali che l’Iran condivide con l’Oman è illegale, come lo è la guerra di Usa e Israele in sé. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sta così votando una risoluzione per la protezione commerciale delle navi che passano per Hormuz, nonostante il testo sia stato notevolmente alleggerito per le pressioni cinesi.
Attraverso Hormuz, passa il 20% del commercio petrolifero globale, mentre il 90% delle esportazioni iraniane passa attraverso l’isola di Kharg, colpita dai raid Usa. Con l’attivazione delle milizie Houthi in Yemen a sostegno dell’Iran anche lo Stretto di Bab el-Mandeb potrebbe mettere in crisi i traffici commerciali nel Mar Rosso.
E così la strategia iraniana di negoziare un protocollo per Hormuz con l’Oman permettendo il passaggio delle navi dei paesi amici, come Cina, Pakistan, Bangladesh, Turchia e Spagna, e impedendo il passaggio alle navi di Stati Uniti e Israele, e dei loro alleati, sta avendo i suoi effetti. Uno di essi potrebbe essere l’imposizione di una tassa permanente per il passaggio attraverso Hormuz, sul modello del Canale di Suez, che potrebbe rafforzare non poco le entrate di Teheran.
Dopo l’avvio della guerra, l’Iran è un regime militare con riferimenti ormai sfocati alla Repubblica islamica. E così gli attacchi di Usa e Israele non colpiscono solo il regime ma l’Iran nel suo insieme. Non solo, dopo sei settimane, la nuova leadership militare sta dimostrando una rinnovata capacità comunicativa e sta puntando sulla fine completa della guerra prima dell’avvio di un negoziato sul nucleare, confidando nelle leve militari, petrolifere e geopolitiche del paese. Si tratta tuttavia di una strategia molto rischiosa che potrebbe portare l’economia iraniana al collasso e alla distruzione del paese.