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L’ex presidente coreano Yoon condannato all’ergastolo per tentato colpo di Stato: rischiava la pena di morte

Yoon Suk-yeol, ex presidente della Corea del Sud che il 3 dicembre 2024 proclamò per poche ore la legge marziale e tentò di prendere il controllo del Parlamento con i militari, è stato condannato all’ergastolo. Lo ha deciso il tribunale distrettuale di Seul. La richiesta dei procuratori era la pena di morte, anche se sulla pena capitale vige una moratoria dal 1998.
A cura di Luca Pons
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Il 3 dicembre 2024, a sorpresa, il presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol dichiarò la legge marziale d'emergenza: la giustificazione era che le opposizioni fossero simpatizzanti della Corea del Nord e bloccassero l'attività di governo. Il presidente cercò anche di mobilitare le forze militari e di polizia per controllare il Parlamento (in cui l'opposizione aveva la maggioranza), arrestare il presidente dell'Assemblea nazionale e principali esponenti dei partiti in modo da impedire una ritorsione. I parlamentari, però, si ribellarono. Tre ore dopo, quando circa 190 su 300 erano riusciti a superare i militari e entrare in Parlamento, votarono all'unanimità per revocare la legge marziale. Dieci giorni dopo Yoon sarebbe stato messo sotto impeachment. Oggi è stato condannato all'ergastolo per ribellione dal tribunale distrettuale di Seul.

L'ormai ex presidente della Corea del Sud rischiava la pena di morte. Questa era stata la richiesta della Procura, che aveva sottolineato che le azioni di Yoon avevano minacciato la democrazia nel Paese. Era ampiamente previsto, però, che i giudici non avrebbero scelto l'opzione più drastica – soprattutto perché il tentato golpe non causò vittime. Con tutta probabilità, se il tribunale avesse deciso di comminare la pena capitale, questa sarebbe poi stata convertita in ergastolo.

In Corea del Sud la pena di morte è tecnicamente legale, anche se di fatto è sospesa da quasi trent'anni. Le ultime esecuzioni avvennero il 30 dicembre 1997, mentre dall'anno successivo, con l'entrata in carica del presidente Kim Dae-jung, l'applicazione della pena di morte venne bloccata da una moratoria. Ci sono ancora persone in carcere che sono formalmente condannate a morte, ma restano imprigionate scontando, di fatto, un ergastolo. Come detto, la pena capitale resta però una possibilità legale – anche nel 2010 la Corte costituzionale coreana ha confermato, con una decisione controversa, che non viola la dignità umana.

Nonostante la richiesta dei procuratori, il giudice Jee Kui-youn ha deciso di punire Yoon con l'ergastolo. "La dichiarazione della legge marziale ha comportato enormi costi sociali ed è difficile trovare indicazioni che l'imputato abbia espresso rimorso per questo", ha affermato. L'ex presidente avrebbe cospirato insieme al ministro della Difesa dell'epoca, Kim Yong-hyun, e altri sei ex funzionari militari e di polizia che applicarono per alcune ore le direttive del presidente. Kim è stato condannato a 30 anni di carcere, l'ex primo ministro Han Duck-soo a 23 anni, l'ex ministro dell'Interno Lee Sang-min a sette anni.

L'idea sarebbe stata di organizzare una rivolta militare, sovvertire la Costituzione e, tramite la legge marziale (dichiarata illegalmente in assenza di guerra o di altre emergenze nazionali) controllare il potere nel Paese per un periodo di tempo non definito. L'intervento dei militari sarebbe stato mirato proprio a impedire che i parlamentari potessero accedere al palazzo dell'Assemblea nazionale e, così, bloccare la legge marziale. D'altra parte, l'ultima volta che la legge marziale venne invocata era il 1979, dopo l'assassinio del presidente Park Chung-hee: la Costituzione fu sospesa e ci fu un rigido controllo dell'esercito, con dure repressioni politiche.

Oggi, all'arrivo in tribunale, centinaia di agenti di polizia erano presenti per controllare le tensioni. Numerosi sostenitori di Yoon si trovavano al di fuori del palazzo, a dimostrare la profonda divisione che resta nel Paese. Molti critici, che invece chiedevano la pena di morte, erano radunati poco lontano. Il caso giudiziario proseguirà in caso di – probabile – ricorso dell'ex presidente.

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