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Le Presidenziali Francesi in quattro ritratti: Jean-Luc Mélenchon e la sinistra radicale

Jen-Luc Melénchon, 62 anni, candidato del Fronte di Sinistra alle Presidenziali Francesi 2012, è da molti definito “l’uomo del momento”. Con le sue invettive anticapitaliste e apertamente “rivoluzionarie” sta costringendo Hollande a spostare la sua campagna elettorale a sinistra. Ha inoltre rubato la scena alla destra nazionalista di Le Pen, arrivando quasi a soffiarle il terzo posto nei sondaggi elettorali.
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A cura di Anna Coluccino
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Che se ne vadano tutti! Questo lo slogan dal sapore sudamericano che fa da colonna sonora alla campagna elettorale del candidato del Front de Gauche, Jean-Luc Melénchon, per le presidenziali francesi del prossimo 22 aprile. Lo slogan, mutuato da quello che ha accompagnato la rivolta argentina  durante la drammatica crisi economica del 2001 (Que se vayan todos), intende istituire un chiaro parallelismo: la Francia, come l'Argentina, dovrebbe scegliere di mandare a casa tutti i politici che l'hanno condotta nelle fauci della recessione e votare perché si inneschi un processo rivoluzionario che parta dal rinnovamento radicale della classe dirigente e termini nella restaurazione dell'equità sociale. Sebbene appaia evidente come le storie dei due paesi siano sideralmente distanti, le idee che sostengono il programma elettorale di Melénchon sono nette, decise, prive di cerchiobottismi, sia per quanto riguarda la politica estera che quella interna. Secondo Melénchon è tempo di affermare con forza il proprio anticapitalismo, di rigettare le misure di austerità proposte dall'Unione Europea, di abbandonare il Trattato di Lisbona, di mettere in discussione la dipendenza dalla BCE, di uscire dalla NATO, di mettere fine alla guerra in Afghanistan e alle politiche post-coloniali che la Francia sembra portare avanti ai danni dell'Africa, di sostenere la creazione di uno stato palestinese, di istituire un salario minimo (SMIC) che arrivi a 1700 euro, di fissare il limite massimo dello stipendio di un manager a venti volte il salario minimo, di trasformare tutti i contratti di lavoro a contratti a tempo indeterminato, di ripristinare l'età pensionabile a 60 anni, di passare dalla repubblica presidenziale a quella parlamentare. Melénchon, insomma, guarda apertamente alla sinistra sudamericana, a quel che ha fatto e può ancora fare per contrastare fattivamente il neoliberismo e non ha nessun timore di dichiarare il proprio consenso a molte delle politiche portate avanti – in questi anni – dall'Argentina, dal Venezuela, dall'Ecuador, dal Brasile e dalla Bolivia.

Jen-Luc Melénchon, 62 anni, ex senatore e ministro negli ultimi anni del governo Jospin, nel 2008 ha deciso di uscire dal Partito Socialista per fondare il Partito della Sinistra, oggi unito al Partito Comunista e ad altre piccole formazione anti-capitaliste nel Fronte di Sinistra. Nelle ultime settimane di campagna elettorale, Melénchon sta godendo di favore crescente all'interno del paese, tanto che – per molti – si tratta del vero uomo del momento. Infatti, pur avendo scarsissime probabilità di raggiungere il secondo turno (che quasi certamente vedrà scontrarsi  Sarkozy e Hollande) Melénchon è riuscito a portare 120.000 persone a Piazza della Bastiglia nell'anniversario dell'inizio della Comune di Parigi (18 marzo 1871) e sta di fatto costringendo il candidato di centro-sinistra – François Hollande – a deviare la sua campagna su toni decisamente più "rossi". In questo modo, Hollande spera di sottrarre voti a Melénchon che, intanto, si porta intorno al 15%, vicinissimo alla percentuale di gradimento di cui gode la candidata di estrema destra Marine Le Pen (spina nel fianco – a sua volta – di Nicolas Sarkozy). Eppure il consenso che Melénchon cerca e trova tra i cugini d'oltralpe non intende nuocere alla forza di Hollande. Il leader del Fronte di Sinistra, infatti, mira a sottrarre favori all'estrema destra di Le Pen che – da molti anni – raccoglie voti in seno alla disperazione e all'emarginazione delle classi sociali più deboli. Melénchon chiede che l'acceso scontento che anima le periferie non assuma contorni xenofobi, si dibatte perché i cittadini francesi non cedano al razzismo e riacquistino fiducia in un cambiamento in senso egualitario che passi per la politica. Il leader del Fronte di Sinistra non fa nessun esplito attacco a Hollande (che quasi sicuramente sceglierà di sostenere al secondo turno) e – anzi – preferisce rivolgere i suoi J'accuse all'indirizzo della destra populista, colpevole – a suo dire – di servirsi di capri espiatori per non dover affrontare il fallimento di un sistema lungamente appoggiato. Melénchon non fa alcuna concessione a Le Pen, non accarezza posizioni nazionaliste sperando di rianimare fervori patriottici, anzi, attacca senza mezze misure.

Ma chi è Jen-Luc Melénchon? Qual è la sua storia? Nato a Tangeri, da padre impiegato postale e madre insegnante elementare, vive i primi undici anni della sua vita in Marocco. In seguito alla separazione dei genitori, si trasferisce in Francia nel 1962, si laurea in filosofia e – poco prima di entrare in politica – lavora come insegnante e come giornalista. Nei primi anni di attivismo – subito dopo il '68 – Melénchon aderisce all'Organizzazione Comunista Internazionalista, corrente di fede trotskista-lambertista, ma il suo interesse è principalmente volto ad attività di tipo sindacale e alle proteste studentesche. Nel 1975 comincia a distaccarsi dall'ideologia leninista affermando che "il problema è che non ho mai creduto nell'avanguardismo". Si apre così un'epoca caratterizzata da uno spiccato mitterandismo che corre parallelamente al coinvolgimento – che lo deluderà non poco – nella loggia massonica Grande Oriente di Francia, dalla quale poi si allontanerà  in seguito al mancato appoggio di quest'ultima alla legge Savary. In quell'occasione dichiarerà che, rispetto al GDOF, ha dovuto rendersi conto "che non era proprio quello che si aspettava". Sul finire degli anni '80, inoltre, si trova a contestare la stessa politica mitterdandiana, specie in relazione alla partecipazione della Francia alla Prima Guerra nel Golfo. Ciononostante, sosterrà il trattato di Maastricht anche se – come afferma lui stesso "più per fedeltà a Mitterand che per convinzione personale". All'interno del Partito Socialista, quindi, Melénchon aderisce a posizioni costantemente minoritarie e di stampo anti-liberista. Ecco perché il suo allontanamento dal partito nel 2008 – pur passando, nel 200o, per l'accettazione dell'incarico di ministro delegato all'insegnamento professionale nel governo Jospin – pare tutt'altro che sorprendente. Del resto, già nel 2005, mostrò non poche perplessità circa il sostegno alla candidatura di  Ségolène Royal. 

In sostanza, pur aderendo a una formazione politica in cui la principale forza fa capo al Partito Comunista Francese, Melénchon non definisce se stesso "comunista", ma l'impianto del suo pensiero politico è di natura spiccatamente marxista. Inizialmente aderì all'idea di un federalismo europeo, ma oggi rinnega quel progetto affermando che "l'Unione Europea non è più una soluzione ma un problema, perché il liberalismo economico ha completamente danneggiato l'istituzione e rende impossibile il raggiungimento del cambiamento democratico di cui l'UE ha bisogno, tutto il potere è nelle mani dei tecnocrati che non hanno alcuna legittimazione popolare". Un discorso, questo, che gli garantisce un forte riscontro presso l'opinione pubblica francese e, anche se sono in molti a sostenere che affermazioni di questo tipo avvicinino il Fronte di Sinistra al Fronte Nazionale di Le Pen, in realtà tra i due candidati si estende un abisso ideologico e, soprattutto, metodologico.

E sono proprio gli "estremismi" a rappresentare la vera novità delle Presidenziali Francesi 2012. Dopo lunghi decenni in cui i partiti politici sembravano essersi spalmati su impianti metodologici comuni (specie riguardo alle politiche economiche) si assiste in tutta Europa – oggi – alla rinascita delle "ideologie". Eppure non sempre questa rinascita trova sbocco all'interno della forma partito. L'antipolitica, infatti, miete molte vittime anche in Francia, e l'altro grande protagonista di queste elezioni potrebbe essere l'astensionismo.

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