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In Russia 6mila animali abbattuti dopo scoppio di focolai di rabbia e pasteurellosi: “Così moriremo di fame”

Dopo lo scoppio di focolai di rabbia e di pasteurellosi tra mucche e maiali, nelle fattorie di Novopichugovo e Kozikha, nella Russia Siberiana, oltre 6mila animali (anche non infetti) sono stati abbattuti, tra le protesta degli allevatori e gli arresti dei giornalisti che vogliono documentare l’emergenza.
A cura di Redazione
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È partito tutto da due piccoli villaggi siberiani, nelle fattorie di Novopichugovo e Kozikha, dove a metà febbraio sono stati accertati dei focolai di rabbia e di pasteurellosi tra mucche e maiali. All’annuncio della presenza di queste due malattie infettive è seguito un solo ordine: l’abbattimento di massa degli animali. Nel giro di poche settimane nel distretto di Kupinsky sono stati uccisi e bruciati più di mille capi di bestiame, un altro migliaio è stato abbattuto nell’area di Kalinovka.

Sarebbero già oltre seimila gli animali abbattuti in tutta la Russia, ma secondo le autorità sanitarie il rischio contagio è ancora alto, tanto che dal 17 marzo è stato proclamato lo stato di emergenza in tutta la regione di Novosibirsk.

Ed è proprio dai villaggi della regione di Novosibirsk che è partita la protesta delle allevatrici e degli allevatori contro l’abbattimento indiscriminato degli animali. Nei gruppi Telegram e sui media locali si moltiplicano i video di mucche prelevate dalle stalle senza controlli sanitari né documentazione.

“Nessuno è venuto a fare le analisi alle mie mucche. Sono arrivati con la polizia e me le hanno portate via per farle morire. A questo punto che ammazzino anche me insieme a loro, così non morirò di fame”, scrive un’allevatrice siberiana sul gruppo Telegram Novosibirsk Life, un canale dove in questi giorni stanno circolando messaggi e video di protesta. In uno di questi filmati alcune allevatrici rivolgono un appello diretto a Vladimir Putin: chiedono rispetto, spiegazioni e soprattutto controlli sanitari diffusi sul bestiame prima di procedere alla soppressione degli animali. Ma nei villaggi siberiani non stanno arrivando camici bianchi o personale sanitario. Le istituzioni si annunciano soltanto con agenti anti-sommossa e blindati pronti a fermare qualsiasi tipo di agitazione e di conflitto sociale.

“Le autorità locali non hanno spiegato ai residenti a causa di quale specifica è stato predisposto l’abbattimento del bestiame. In generale la motivazione è che dispongono delle autorizzazioni necessarie ma non c’è stata alcuna campagna di informazione rivolta ai cittadini. Senza dubbio, una parte del bestiame che è stato abbattuto era infetta. L'altra parte, invece, non lo era. Prima dell'abbattimento, le autorità non hanno effettuato analisi sugli animali, né hanno proceduto alla vaccinazione per salvare quelli che non erano stati contagiati”, racconta a Fanpage.it Svetlana Bronnikova, giornalista di 7×7 “Horizontal Russia”, media indipendente che racconta la vita nelle province russe cercando di sfidare censure e repressione.

Nonostante i tentativi di arginare le proteste, la lotta per salvare le fattorie siberiane è diventata una battaglia diffusa, con il sostegno da parte di tante persone che, seppur online, si sentono convocate nella difesa dei piccoli produttori. “Si tratta di un ritorno di attenzione per le questioni sociali, probabilmente molti russi vedendo le immagini di questo massacro e ascoltando le voci di cittadini dei villaggi rurali hanno capito che ci sono persone che rischiano tutto, perché oltre ai loro animali non hanno nulla con cui sopravvivere”, continua la giornalista Bronnikova.

“La cosa più grave è che l’inizio degli abbattimenti non è stato fatto con un’ordinanza, non ci hanno fatto arrivare nessun documento. La polizia è arrivata a scortare i veterinari e ha picchiato un ragazzo che stava filmando l’abbattimento. Hanno arrestato anche un giornalista che era lì, stava facendo soltanto delle domande per capire l’entità del focolaio e lo hanno portato in commissariato”, racconta su un gruppo Telegram una residente di un villaggio vicino Gnedukhino, località in cui tre giorni fa è stato fermato e arrestato Ivan Frolov, giornalista di un canale televisivo locale.

Il cronista era lì per documentare l’abbattimento delle mucche ma è stato prima allontanato e portato in commissariato per poi scoprire di essere accusato di diffusione di fake news. La notizia del fermo è stata inizialmente diffusa dal Siberian Express, in seguito, lo stesso giornalista ha confermato l’informazione.

Alla ferocia per gli abbattimenti si aggiunge anche un episodio che sta alimentando malcontento nei villaggi siberiani: c’è infatti un’azienda che è rimasta esclusa da ogni misura di contenimento, ossia Irmen, colosso dell’industria casearia e principale produttore di latte di Novosibirsk guidato da Oleg Bugakov, deputato dell’Assemblea legislativa della regione per Russia Unita, il partito di Vladimir Putin.

“Lo stabilimento si trova nel distretto di Ordynsky, dove il 6 marzo è stata disposta la quarantena. Le autorità hanno vietato agli agricoltori locali di vendere prodotti a base di carne e latticini, ma, nonostante i divieti, Irmen continua a produrre e vendere latticini. Inoltre, l'azienda ha smentito le voci secondo cui sarebbe stata chiusa per quarantena”, spiega Bronnikova.

Anche se Mosca continua a essere lontana e silenziosa, sarà difficile escludere dal dibattito pubblico e politico questa vicenda che intreccia rischi sanitari, prevaricazioni e protagonismo del mondo rurale. Ora è la Russia profonda a esprimere indignazione per le scelte e i silenzi del potere, lo fa soprattutto con la voce delle allevatrici e delle contadine siberiane; sono loro le vere protagoniste dell’innesco di questa lotta che continua a crescere. Lo dimostra Svetlana Panina, contadina di Novopichugovo, che in un video diffuso su molti media indipendenti russi, ha dichiarato di non voler cedere a questo ordine di esecuzione, tanto da raggiungere l’ufficio del ministro dell’agricoltura Novosibirsk.  “Avete violato la legge, non lascerò perdere, vi seguirò come un’ombra”, ha urlato Panina al ministro in fuga.

Articolo a cura di Alessandro Coltré

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