"Il mio Alan è morto per niente, poco è cambiato", è il grido di dolore del padre del piccolo Aylan, o meglio Alan come lui chiede di chiamarlo, il bimbo morto otto mesi fa dopo il naufragio del gommone su cui si era imbarcato con la famiglia in fuga dalla guerra in Siria. La foto del corpicino senza vita del piccolo smosso dalle onde sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, fece il giro del mondo suscitando commozione e amarezza in tutta Europa. Una commozione collettiva che però non ha cambiato di una virgola le politiche per  rifugiati, secondo il padre del piccolo, Abdullah Kurdi,  che in quel terribile naufragio ha perso l'intera famiglia, sua moglie e i suoi figli.

"I bambini profughi continuano ad affogare ogni giorno, la guerra in Siria non è stata fermata. Vedo Stati che costruiscono muri e altri che non ci vogliono accogliere" ha dichiarato Abdullah in una intervista a Repubblica ricordano quei momenti drammatici del naufragio: "Ho i ricordi annebbiati, come fossi stato ubriaco. Ero assediato dai media di tutto il mondo, rilasciavo un'intervista dopo l'altra. Il clamore mi impediva di realizzare che non avevo più la mia famiglia. I miei figli, erano meravigliosi… mi sono scivolati dalle mani, quando cademmo in acqua".

"Per un po' sembrava che la foto di Alan avesse smosso qualcosa negli animi dell'opinione pubblica occidentale e nelle stanze della politica. A mio figlio sono state intitolate scuole e campagne, e questo mi fa piacere perché può aiutare a stimolare l'empatia della gente e a non dimenticare la mia famiglia" ha ricordato l'uomo, lamentando però che "le notizie di nuovi naufragi, di muri eretti lungo la via balcanica, delle polemiche tra i governi, dicono che in realtà, al di là della reazione emotiva sul momento, poco è cambiato". "Ai governi e alle persone spaventate dall'arrivo di tanta gente vorrei dire che non è più moralmente accettabile chiudere le porte in faccia a chi fugge dalla morte e dell'umiliazione. Chi si mette su un barcone non ha alternative, credetemi" ha concluso Kurdi.