Gaza, il ritorno di Rotana: “Non ci sono case né città e la fame ha trasformato i volti dei miei cari”

"Mi chiamo Rotana, ho 31 anni e sono una casalinga": inizia così il racconto di una delle migliaia di vite spezzate e ricomposte lungo il confine di Rafah. Rotana è una delle "fortunate" che è riuscita a varcare il valico per mettersi in salvo in Egitto, ad El Arish, durante le fasi più acute della guerra su Gaza. Ma la vita da profuga, seppur al sicuro, è stata segnata da un'attesa logorante: "Ho vissuto quel periodo in uno stato di costante ansia e paura, un sentimento profondo che non mi ha mai abbandonata. Vivevo nell’attesa di tornare", confessa la donna a Fanpage.it in collegamento telefonico.
Il primo giorno di apertura del valico di Rafah, dopo quasi due anni da quando Israele l'ha occupato, Rotana torna a Gaza. Tutto poteva immaginare, però, tranne quello che le si è presentato di fronte agli occhi una volta valicato il confine di Rafah. Il ritorno a Gaza è stato un impatto violento con la realtà. La casa di Rotana si trovava nella "zona gialla", un’area che le mappe militari israeliane hanno indicato come obiettivo e zona di operazioni intense. Il risultato è una tabula rasa: "Il mio appartamento è stato completamente distrutto", racconta con la voce spezzata.
Non sono solo le mura a essere crollate ma anche i corpi delle persone che Rotana oggi può finalmente riabbracciare: "I miei cari e i miei amici sono cambiati molto. La carestia ha spogliato i loro corpi e la mancanza di alloggi indipendenti ha trasformato i rapporti umani. Oggi nessuno ha più un proprio spazio, si vive ammassati", continua la donna, "le famiglie che erano partite quando la distruzione era ancora limitata, oggi soffrono nel tornare. Non sono rimaste né case, né città. È un dolore immenso".
Da due settimane da Rafah passano solo sessanta persone al giorno, trenta in entrata e trenta in uscita. Riuscire a essere inseriti nelle liste e approvati da Israele per rientrare a Gaza è molto difficile, e tanti stanno ancora aspettando di poter tornare mentre le evacuazioni continuano a essere effettuate con il contagocce e solo per ragioni mediche. Più di trenta studenti che hanno vinto delle borse di studio in Italia sono ancora bloccati a Gaza e rischiano di perdere la loro possibilità di studiare per sempre: il secondo semestre è già iniziato e se non verranno evacuati prima della fine di febbraio per loro sarà troppo tardi.
Ma nonostante tutto, per chi è fuggito il ritorno alla madrepatria è un sogno che si avvera, che salva dal terrore del non-ritorno, dall’incubo di essere profughi per sempre, come è già successo alle migliaia di rifugiati palestinesi in tutto il mondo e ai quali Israele ha vietato per sempre il ritorno a casa.
Nonostante le macerie, nonostante la fame che ha scavato i volti dei suoi amici, Rotana parla di "sollievo psicologico".
"Dopo il ritorno, sento un senso di sollievo psicologico per aver riabbracciato la mia famiglia e i miei cari, e per essere tornata in patria. Sento il cuore in pace", conclude la donna .
Non è la tregua a dominare i discorsi tra le rovine di Gaza, ma quel cancello di ferro che separa la Striscia dal resto del mondo. Per la popolazione palestinese, la riapertura del valico di Rafah è un evento che eclissa il dolore dei bombardamenti e la rabbia per la continua violazione del cessate il fuoco: Rafah è l'unica "ancora di salvezza", l'unico cordone ombelicale tra casa e l'esterno, tra l'esterno e casa.