Mentre continua a salire il bilancio dell'esplosione al porto di Beirut, in Libano, verificatasi lo scorso 3 agosto, con oltre 130 morti, cinquemila feriti, almeno 300mila sfollati e oltre un centinaio di persone disperse, gli inquirenti sono al lavoro per cercare di capire cosa sia successo. La domanda più ricorrente è: "Si è trattato di un incidente o di un attentato?". Sul tavolo ci sono una serie di ipotesi, nessuna delle quali ha ancora trovato conferma, al punto che ieri quattro ex premier libanesi hanno chiesto che venga aperta anche una inchiesta internazionale per indagare le cause della potente deflagrazione. Al momento, dunque, il condizionale è d'obbligo partendo da un'unica certezza: quella violenta esplosione che in pochi secondi ha devastato un'intera città e che ha fatto tremare la terra fino a Cipro, vale a dire a oltre 200 chilometri di distanza.

L'ipotesi attentato

Tra i primi ad avanzare l'ipotesi di attentato c'è stato addirittura il presidente Usa Donald Trump che intervenendo dalla Casa Bianca ha detto di aver incontrato alcuni generali secondo i quali si sarebbe trattato di un’esplosione indotta, di “un attacco, provocato da un qualche tipo di bomba”. Dichiarazioni, tuttavia, che sono poi state smentite da fonti della Difesa americana. Ma l'ex tycoon non è stato l'unico ad aver pensato ad un attacco terroristico, complice soprattutto la delicata situazione economica e politica che vive il Libano, essendo un terreno di scontro tra Hezbollah e Israele. Per alcuni, infatti, potrebbe essersi trattato di un attacco venuto dall'esterno contro un deposito di armi proprio proprio di Hezbollah e dei suoi alleati iraniani. La responsabilità in questo caso sarebbe attribuita a Israele o i Paesi del Golfo, che però credono all'ipotesi dell'incidente, che al momento resta quella più plausibile, ed anche quella ufficiale.

L'incidente e il nitrato d'ammonio

All’inizio si pensava che fosse esploso un magazzino di fuochi d’artificio. Poi Hassan Diab, premier libanese, ha ufficialmente affermato che l’esplosione è stata provocata dalla deflagrazione di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio, sostanza, utilizzata anche per produrre fertilizzanti, che sarebbe stata contenuta sotto sequestro in un magazzino del porto sin dal 2013, quando, secondo alcune fonti, vi arrivarono a bordo di una nave mercantile di proprietà russa. Hassan Koraytem, il direttore del porto di Beirut, ha confermato in un’intervista le diverse richieste rivolte alle autorità giudiziarie perché decidessero come smaltire il carico, senza però ricevere risposta. Ad ogni modo, l’innesco sarebbe dovuto a delle scintille provenienti da un’operazione di saldatura nei pressi, ma su questo punto non c'è ancora conferma. Stando alle immagini che sono circolate in rete, già prima della deflagrazione pare che l'area fosse in fiamme. Il presidente del Libano, Michel Aoun, ha comunque definito “inaccettabile” che tale quantitativo esplosivo si trovasse lì e senza essere ben custodito in sicurezza.

Il verdetto Onu sull'omicidio di Hariri

Infine, tra le ipotesi al vaglio degli inquirenti, ci sarebbe anche il tentativo, con la maxi-esplosione, di distogliere l'attenzione dall'imminente verdetto dell'Onu, in programma venerdì 7 agosto presso il Tribunale speciale per il Libano (Tsl), con sede all'Aja, sull'omicidio dell'ex primo ministro libanese Rafiq Hariri, ucciso il 14 febbraio 2005 da un'autobomba insieme ad altre 22 persone. Un episodio che ha influenzato la storia politica libanese. Alla sbarra quattro imputati in contumacia, tutti membri del movimento sciita libanese Hezbollah: Salim Ayash, Habib Merhi, Hussein Oneissi e Assaad Sabra. C'era anche un quinto imputato, Mustafa Badreddin, considerato la mente dell'attentato di San Valentino, a Damasco nel 2016.