Esplosione a Beirut, in Libano
4 Agosto 2021
12:36

Che cosa sappiamo dell’esplosione di Beirut, un anno dopo

Alle 18e 08 del 4 agosto del 2020 una violentissima esplosione ha distrutto il porto di Beirut e migliaia di case della capitale libanese, uccidendo 200 persone e ferendone oltre settemila. A un anno di distanza da quella tragedia si cercano ancora i colpevoli e nove tra politici, militari e membri dei servizi segreti sono indagati. La ricerca della verità, tuttavia, è ancora molto difficile.
A cura di Davide Falcioni
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Esplosione a Beirut, in Libano

Sono passati 365 giorni dal 4 agosto del 2020, giorno in cui alle 18 e 08 a Beirut – capitale del Libano – si è verificata una delle più potenti e devastanti esplosioni di origine non nucleare della storia: la detonazione di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio rimaste incustodite per anni in un magazzino e la successiva devastazione del porto e di interi quartieri della città. Una tragedia che ha causato la morte di 200 persone, il ferimento di altre settemila e costretto 300 mila abitanti della capitale libanese ad abbandonare le loro case, molte delle quali hanno subito danni persino a 20 chilometri di distanza dall'epicentro.

A un anno di distanza sono ancora molti i punti oscuri sulla tragedia: non è chiaro come quel carico di nitrato di ammonio sia finito in un magazzino incustodito del porto di Beirut né cosa, esattamente, abbia innescato l'esplosione. L'ipotesi più accreditata è quella dell'incidente, ma gli inquirenti non hanno mai del tutto escluso che quel sito sia stato colpito da un missile. Intanto le famiglie delle vittime chiedono verità e giustizia e ad oggi l'unica certezza è che l'onda lunga di quell'esplosione sta avendo ancora gravi conseguenze su un paese – il Libano – colpito non solo dalla pandemia ma anche dalla peggiore crisi economica degli ultimi 30 anni, senza contare le ripercussioni della guerra che dal 2011 si trascina nella vicina Siria e i milioni di profughi accolti da una nazione grande meno di una regione italiana ma dalla straordinaria importanza nel Mediterraneo.

 

Esplosione di Beirut, sotto inchiesta politici, militari e funzionari dei servizi segreti

Fadi Sawan, il primo magistrato a indagare sull'esplosione, lo scorso dicembre ha accusato di ‘negligenza' e ‘incuria' il primo ministro uscente Hassan Diab e tre ex ministri. Da sei mesi, tuttavia, l'inquirente è stato rimosso e il dossier è passato nelle mani di Tareq Bitar, che nel frattempo ha aperto un fascicolo contro nove persone ai vertici delle istituzioni e dei servizi di sicurezza del Paese, indicate come presunti corresponsabili del disastro. Tra gli indagati, oltre a Diab, ci sono ex ministri, deputati e il capo dei servizi segreti, il generale Abbas Ibrahim. Il governo libanese, duramente contestato dalla popolazione anche per la crisi scoppiata nell"autunno del 2019, ha finora solidarizzato con gli indagati non concedendo la rimozione dell'immunità per le  nove figure istituzionali messe sotto accusa.

Amnesty International: "Le autorità libanesi hanno ostacolato spudoratamente la ricerca della verità"

Secondo Amnesty International "le autorità libanesi hanno trascorso l'ultimo anno ostacolando spudoratamente la ricerca della verità e della giustizia per le vittime della catastrofica esplosione del porto di Beirut". Per l'Ong che si occupa della difesa dei diritti umani gli sforzi delle autorità libanesi per proteggere i funzionari hanno ostacolato il corso delle indagini. Documenti ufficiali, spiega Lynn Maalouf, vicedirettore per il Medio Oriente e il Nord Africa di Amnesty, indicano che le autorità doganali, militari e di sicurezza libanesi, nonché la magistratura, avevano avvisato i governi che si sono succeduti della pericolosa scorta di sostanze chimiche esplosive nel porto in almeno 10 occasioni negli ultimi sei anni, senza che tuttavia questi allarmi venissero presi sul serio. Da più parti si è chiede l'apertura di una inchiesta internazionale indipendente: "Le settimane di proteste dei sopravvissuti e delle famiglie delle vittime sono un duro promemoria di ciò che è in gioco. Il loro dolore e la loro rabbia sono stati esacerbati dal momento che, di volta in volta, le autorità ostacolano il loro diritto alla verità e alla giustizia", ​​conclude Lynn Maalouf.

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