Monrovia, Liberia. Uno dei membri dell’équipe di MSF presso il centro di trattamento Ebola. Nella sola Liberia, MSF ha mobilitato più di 350 operatori (@Caroline Van Nespen/MSF).
in foto: Monrovia, Liberia. Uno dei membri dell’équipe di MSF presso il centro di trattamento Ebola. Nella sola Liberia, MSF ha mobilitato più di 350 operatori (@Caroline Van Nespen/MSF).

Rassegniamoci perché per ora non ci sono molte certezze su quando e come finirà l'allerta ebola che ha ucciso più di 4500 persone in Africa. Ma al di là della posizione – legittima – che ciascuno voglia tenere circa la gestione dei flussi migratori in Europa, la certezza è che non c'è nessun nesso tra la malattia e il migrante che arriva con gli sbarchi in Italia. Attenzione perciò alla bufala dell' “allarme sospetto” e del grido “non ci stanno informando”. Un dato invece è incontrovertibile: la strumentalizzazione politica della malattia genera confusione nella comunicazione, instabilità e insicurezza che avranno, domani, ricadute economiche da un lato, e potenzieranno quei politici che stanno cavalcando il terrore.

La storia della bambina cacciata dall'asilo perché di ritorno dall'Uganda è un esempio degli effetti di panico introdotto a casaccio. La totale assenza di probabilità di un nesso causale migrante-ebola non significa che non siano tenuti regolari controlli al suo arrivo: c'è infinitamente più rischio per un aereo che atterra a Parigi proveniente dai tre paesi interessati dalla malattia visti i tempi di incubazione della malattia e i suoi effetti.

La dottoressa Chiara Montaldo di Medici Senza Frontiere tornata dalla Guinea (uno dei paesi colpiti) dove ha prestato assistenza ai malati di ebola e che oggi monitora gli sbarchi in Sicilia, a Pozzallo e Augusta, invita a fare un semplice ragionamento logico: “I paesi interessati sono Sierra Leone, Liberia e Guinea. Basta osservare la cartina geografica. Tra uno solo di questi e la prima nazione africana utile alla traversata verso l'Italia ci sono cinquemila chilometri di deserto, percorsi su camion, a piedi o con mezzi di fortuna. Dopo di che ci sono i tempi di attesa prima di imbarcarsi. Poi c'è la traversata. Ora, questa malattia ha un massimo di 20 giorni di incubazione, dopo di che il malato non è in condizioni neanche di stare in piedi. E' praticamente impossibile”.

Che tipo di controlli ci sono all'arrivo sulle coste italiane?
Le prime domande che facciamo è da quanto tempo sono in viaggio. Il 90% delle volte i viaggi di ciascuno di loro non sono inferiori ai 2 mesi. Sarebbero morti prima. La tempistica ha un significato importante. Sono molto più a rischio aerei provenienti da quelle zone. E questo avviene con voli diretti in Usa, Francia e Germania.

Mamadee, 11 anni, è stato ammesso al centro di trattamento Ebola di MSF a Foya, in Liberia, il 15 agosto. È risultato positivo al virus ma è guarito e il 4 settembre è potuto tornare a casa (@Martin Zinggl/MSF).
in foto: Mamadee, 11 anni, è stato ammesso al centro di trattamento Ebola di MSF a Foya, in Liberia, il 15 agosto. È risultato positivo al virus ma è guarito e il 4 settembre è potuto tornare a casa (@Martin Zinggl/MSF).

Ma vediamo il caso in cui un migrante sia partito nel periodo di incubazione della malattia, e ne infetti un altro, e poi un altro creando così l'effetto staffetta…
Non si è mai verificato che si sia saltato un paese nel passaggio dell'infezione: nessuno è mai arrivato malato in Libia: avrebbe prima colpito i paesi confinanti. Inoltre, i migranti del 2014, per la stragrande maggioranza non hanno nulla a che vedere con i paesi interessati dall'ebola. Si tratta di Siria, Eritrea, qualcuno dall'Africa subsahariana, Senegal, Sudan e Corno D'Africa.

Il discorso vale per terra e mare. E in aereo? Ad esempio una persona facoltosa può venire da uno di quei paesi a farsi curare in Europa, prendendo l'aereo…
Gli aeroporti è diverso. Effettivamente quello è un possibile veicolo, perché il tempo del trasporto è di poche ore. Per questo agli aeroporti vengono fatti controlli per chi proviene da quelle zone: si chiede dove si è stati, da quanto tempo si è partiti, se c'è febbre. Noi che veniamo da lì adottiamo misure precauzionali vista la letalità della malattia. Poi è anche importante la responsabilità del malato: comunicare subito la febbre. In Italia c'è lo Spallanzani di Roma. In realtà se si è malati dovremmo andare in un ospedale a almeno 4 chilometri di distanza e che abbia un isolamento.

Come ha curato i pazienti di ebola in Africa?
Come si sa, non c'è una terapia. Noi ricoveriamo i pazienti sospetti, e poi agiamo con la reidratazione, e contro i sintomi singoli. Ho visto pazienti morire, ma anche guarire.

Quali sono i fattori di guarigione?
La precocità della diagnosi e della presa in carico. Poi, sicuramente dipende dal soggetto colpito. Alcune categorie hanno una prognosi sfavorevole come i bambini e le donne in gravidanza.

Alcuni articoli scientifici, apparsi nel passato, non hanno escluso il contagio per via area. In pratica basterebbe la sola vicinanza, il che implicherebbe misure precauzionali diverse…
Per ora, non è stato così. Noi medici saremmo tutti malati: quando accogliamo i pazienti al triage ci teniamo a due metri di distanza. Nell'isolamento invece abbiamo tutti lo scafandro. In realtà passa all'uomo tramite liquidi di pipistrelli e le scimmie. Un passaggio che avviene in foresta, mentre tra gli uomini attraverso liquidi e secrezioni, compresa la saliva.

La situazione attuale del contagio qual è?
Nei tre paesi coinvolti ci sono ancora migliaia di casi: è lì che occorre concentrare il massimo dello sforzo anche della comunità internazionale. In Senegal c'è stato un solo caso. In “occidente” tre casi tutti importati da operatori sul territorio africano come noi: Spagna che ha curato la paziente. Due in Usa. C'è stata poi una micro epidemia in Nigeria di soli 20 casi, che è stata debellata. L' OMS ha dato la notizia, e aspetta sempre 42 giorni – cioè il doppio dell'incubazione della malattia – prima di dichiarare il paese “Ebola free”.