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Opinioni
Conflitto in Ucraina
26 Maggio 2022
17:17

Chi sono i tre possibili successori di Putin, e quante possibilità hanno davvero di sostituirlo

Le difficoltà della guerra in Ucraina e delle sanzioni e lo stato di salute di Vladimir Putin hanno riacceso la corsa alla successione del presidente della Russia. Ma chi sono i papabili che potrebbero prendere il suo posto? Il ritratto dei tre delfini più accreditati.
A cura di Fulvio Scaglione
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Una postura un po’ rigida, la mano che sembra tremare… Ed ecco che sono ripartire le voci sullo stato di salute di Vladimir Putin, che molti vogliono malato di tumore o sottoposto a costanti cure neurologiche. Anche noi, tempo fa avevano notato alcune stranezze del suo comportamento e certe rinunce rispetto alle abitudini che potevano far nascere qualche sospetto. E poiché in Russia, fin dai tempi dei primi zar, un leader debole è un leader a rischio. Poiché c’è la guerra che, insieme con le sanzioni economiche, sta logorando il Paese. Poiché nel 2024 Putin arriverà comunque al termine del suo quarto mandato presidenziale e l’ipotesi di una successione non è poi così peregrina, ecco ripartire anche le voci di una sua rimozione anticipata dal potere. Sì, ma con chi? La storia recente della Russia ci suggerisce che potrebbe essere un outsider, un personaggio che si è fatto strada senza farsi troppo notare (almeno da noi). Lo era Gorbaciov, lo era Eltsin, lo è stato lo stesso Putin. I vice, i personaggi altolocati in questi casi dovettero cedere il passo. Ma succedere a Putin, al potere da 22 anni, è cosa ben diversa, e potrebbe richiedere una frequentazione del Cremlino non improvvisata e personaggi sperimentati e conosciuti.

Dmitrji Medvedev

Di San Pietroburgo come Putin, è stato un suo fedelissimo e nel 2000 fu il direttore della sua prima campagna presidenziale. Prima, sempre accanto a Putin, aveva lavorato per il sindaco Anatolyj Sobciak e aveva insegnato Diritto civile e romano all’Università, tutto a San Pietroburgo. Una carriera nell’ombra ben ricompensata: dal 2008 al 2012 è Presidente della Federazione russa, dal 2012 al 2020 primo ministro. Poi finisce ai margini, come vice-presidente del Consiglio di Sicurezza. Punti a suo favore: conosce perfettamente la macchina istituzionale russa e i meccanismi del governo; i russi lo ricordano come il premier che guidò il Paese nella guerra del 2008 contro la Georgia, quando il suo rating crebbe di colpo del 10%. Punti a sfavore: sembrano piuttosto deboli i suoi legami con i siloviki (da sila, forza), ovvero con forze armate e servizi segreti, da sempre decisivi nei cambi al vertice. Negli ultimi tempi lui ha cercato di compensare diventando il primo dei falchi guerrafondai. Punti incerti: da Presidente e premier Medvedev si fece una fama di liberale incline ai buoni rapporti con l’Occidente. In questo clima, difficile che torni a suo vantaggio. A meno che un eventuale cambio di regime avvenga in nome di una ricomposizione dei rapporti con l’Europa (se non anche con gli Usa), nel qual caso…

Aleksandr Bortnikov

Siberiano di Perm’ per nascita, è in realtà un altro della nidiata di San Pietroburgo (dove si laureò ingegnere ferroviario) arrivata al potere al seguito di Putin. Laureato nel 1973, arruolato nel Kgb nel 1975. E stop, tutta la vita nei servizi segreti, di dipartimento in dipartimento, di grado in grado fino a diventare direttore del controspionaggio (Fsb) nel 2008. I suoi colleghi occidentali dicono che ci fosse lui, nel 2006, a coordinare l’operazione che portò all’avvelenamento col polonio di Aleksandr Litvinenko, l’ex agente passato agli inglesi e diventato dissidente. È probabile che nemmeno Putin sappia esattamente che cosa pensa Bortnikov, il più taciturno e misterioso tra gli uomini della cerchia ristretta del Cremlino. Anche in questi tre mesi di guerra, mentre tutti si concedevano dichiarazioni più o meno bellicose, lui è rimasto in silenzio. Punti a favore: profondissime le relazioni con i siloviki; vasta l’esperienza dei meccanismi del potere; un patrimonio enorme di segreti da sfruttare al momento opportuno. Punti a sfavore: qualche mormorìo sugli errori dell’Fsb nella fase di programmazione della guerra in Ucraina; ha sempre e solo fatto il poliziotto, la Russia dello scontro frontale con l’Occidente ha e avrà a lungo bisogno anche di una salda guida economica e politica; non ha relazioni internazionali. E questo potrebbe pesare, in una Russia che dovrà ricostruire i rapporti con l’Occidente o costruirne di nuovi con l’Oriente.

Sergey Sobyanin

Un altro siberiano, essendo nato in un villaggio dell’okrug autonomo di Khanty-Mansy. E di certo un uomo che ha fatto la gavetta: laurea all’Istituto Tecnico di Kostroma, primo impiego come macchinista in una fabbrica di tubi di Celyabinsk, seconda laurea (in Legge) nel 1989, carriera politica cominciata dai piccoli soviet di paese. Nel 2007 scrive una tesi di dottorato che poi non discute, pare che fosse largamente copiata. Ma poco importa perché intanto ha fatto strada: è entrato in Russia Unita, il “partito di Putin”, è diventato governatore della regione mineraria di Tyumen’ (2001-2005), poi capo dell’amministrazione presidenziale (2005-2008), vice-primo ministro e, dal 2010, sindaco di Mosca. Partito con la fama di burocrate grigio e disciplinato, Sobyanin si è conquistato sul campo una reputazione di amministratore abbastanza illuminato e onesto. I piani urbanistici della capitale sono apprezzati quasi senza eccezione, la corruzione degli uffici pubblici è stata ridotta. E lo stesso Sobyanin, pur senza smettere di essere un uomo d’apparato, uno di quelli che dove li metti stanno, ha preso posizioni di un certo peso. Per esempio quando ha parlato dei 200 mila posti di lavoro che Mosca può perdere a causa dell’uscita delle aziende straniere a causa della guerra in Ucraina. Oppure, pochi giorni fa, quando ha deciso l’amnistia per tutti i moscoviti che erano stati multati o condannati a causa delle severissime norme anti-Covid che lui stesso aveva deciso, spesso in controtendenza rispetto all’orientamento del governo. Punti a favore: ottimi agganci nel Governo e nell’apparato presidenziale; ottime conoscenze dell’amministrazione; nessuna rivalità o contrasto con uomini di peso del Cremlino. Punti a sfavore: nessun contatto sfruttabile con il mondo delle forze armate e dei servizi segreti. Tra questi tre, alla fin fine, sembra il meglio piazzato.

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