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C’è un nemico più grande dell’Iran, per Donald Trump. Si chiama tempo

La strategia di Trump è chiara: il regime di Teheran deve cadere il prima possibile, altrimenti per lui rischiano di essere guai seri. Ecco perché le prossime settimane saranno decisive.
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Attenzione ai segnali: la richiesta di Donald Trump di rinviare l’incontro con Xi Jinping a Pechino, originariamente previsto tra il 31 marzo e il 2 aprile, è il segnale che non c’è certezza che il regime iraniano cadrà entro la fine del mese.

Sembra un dettaglio da nulla, non lo è. Trump non si sarebbe mai potuto presentare da Xi con lo stretto di Hormuz ancora chiuso e un conto aperto con uno dei principali alleati militari ed economici di Pechino. Con un nuovo ordine a Teheran, invece, sarebbe sbarcato nella capitale cinese da vincitore assoluto.

Magari è questione solo di qualche giorno in più, magari no. La strategia di Usa e Israele è chiara: uccidere tutti leader politici e militari dell’Iran, uno a uno. Dopo la Guida Suprema Ali Khamenei è toccato ieri a un altro uomo fortissimo della teocrazia iraniana, il segretario del consiglio supremo Ali Larijani e il capo della milizia religiosa Basji Gholamreza Soleimani. La speranza di Trump e Netaniyahu è che nessuno voglia sostituirli, per paura di fare la stessa fine. E che l’Iran, più prima che poi, come un mostro senza testa, alzi bandiera bianca e scenda a patti con Washington e Tel Aviv.

Il tempo, però, è nemico del presidente americano.

Più passa, ad esempio, più la pressione della chiusura dello stretto di Hormuz si fa problematica per l’economia globale. E una crisi energetica planetaria ha effetti sul commercio, e quindi pure sugli Stati Uniti.  Non a caso, Trump, ha chiesto agli alleati della Nato di liberare il canale.

Più passa il tempo, tuttavia, più aumenta la distanza tra gli Usa e gli alleati europei della Nato. Che non vogliono partecipare a una guerra tanto pericolosa tanto impopolare a casa loro. E che mostrano ogni giorno di più al mondo l’isolamento che in un solo anno Donald Trump ha regalato agli Usa.

Più passa il tempo, quindi, più l’unica mano tesa che The Donald rischia di trovare è quella, insidiosissima, di Vladimir Putin, che gode al pensiero che la guerra vada avanti sine die. Perché più passa il tempo, più crescono prezzo e bisogno del suo petrolio. E più passa il tempo, e più l’Ucraina rimarrò a secco di aiuti e attenzione, con gli occhi del mondo rivolti altrove.

Più passa il tempo, inoltre, più per Trump si apre il fronte interno. Le dimissioni del capo dell’antiterrorismo Usa Joe Kent, un repubblicano di destra da lui stesso nominato è il segnale dell’insofferenza del cosiddetto mondo MAGA per la guerra in Iran. Che più si dimostrerò un pantano più aprirà la faglia.

Tutto questo lo sanno benissimo a Teheran, a Mosca, a Pechino: più resistono più per Trump sono guai. E anche Trump lo sa benissimo: Teheran deve cadere ora, o rischia di cadere lui.

Sincronizzate gli orologi, insomma. Si ballerà parecchio, nei prossimi giorni.

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Francesco Cancellato è direttore responsabile del giornale online Fanpage.it e membro del board of directors dell'European Journalism Centre. Dal dicembre 2014 al settembre 2019 è stato direttore del quotidiano online Linkiesta.it. È autore di “Fattore G. Perché i tedeschi hanno ragione” (UBE, 2016), “Né sfruttati né bamboccioni. Risolvere la questione generazionale per salvare l’Italia” (Egea, 2018) e “Il Muro.15 storie dalla fine della guerra fredda” (Egea, 2019) e"Nel continente nero, la destra alla conquista dell'Europa" (Rizzoli, 2024). Il suo ultimo libro è "Il nemico dentro. Caso Paragon, spie e metodi da regime nell'Italia di Giorgia Meloni" (Rizzoli, 2025)
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