Convertire o non convertire? La domanda torna, pare, a circolare nei saloni di Palazzo Salimbeni, sede del Monte dei Paschi di Siena, che starebbe valutando, nonostante le smentite di rito, un’azione di “liability management” (ottimizzazione delle passività) consistente nel lancio di un’Offerta pubblica sui 3 miliardi di bond subordinati in mano a investitori istituzionali, da convertire in azioni. Al momento nulla sarebbe allo studio per i 2 miliardi di bond subordinati in mano ai piccoli risparmiatori, che comunque risentiranno dell’eventuale varo dell’operazione la cui finalità sarebbe quella di contribuire a ridurre l’ammontare massimo dell’aumento di capitale, al momento previsto in 5 miliardi.

Un aumento apparso sin da subito di difficile eseguibilità, stante anche il fatto che l’istituto senese, che già sembrava aver accarezzato l'idea per poi scartarla, tuttora capitalizza in borsa meno di 700 milioni, come dire che prevedendo uno sconto rispetto alle già esigue quotazioni attuali (24 centesimi per azione è il prezzo di chiusura di stasera, con uno sconto anche solo del 15%-20% si scenderebbe sotto quota 20 centesimi a titolo, dunque al di sotto del minimo storico di 22,62 centesimi segnato lo scorso 19 agosto) l’effetto diluitivo per chi non partecipasse sarebbe probabilmente nell’ordine dell’80% o superiore.

Difficile tuttavia ipotizzare al momento quanti investitori sarebbero disposti a trasformare i loro bond, sia pure subordinati e dunque a forte rischio di perdita di valore qualora la crisi di Mps perdurasse, in azioni, una classe di asset ulteriormente più rischiosa. Per questo è anche difficile ipotizzare al momento l’ammontare esatto dello sconto che gli investitori richiederanno per convertire in azioni i loro bond subordinati. Di certo l’ipotesi di una conversione forzosa (come ipotizzava il piano, scartato, avanzato dall’ex numero uno di Intesa Sanpaolo ed ex ministro del governo Monti, Corrado Passera, in duplex con Ubs) o volontaria è un’idea che non può essere scartata a priori, stante la complessità dell’operazione di risanamento e ristrutturazione del capitale di Mps.

Un capitale su cui gravano 27,6 miliardi di crediti in sofferenza, ossia della più elevata rischiosità, che per far quadrare i conti e rispettare gli impegni presi con la Bce dovrebbero essere venduti, una volta cartolarizzati e suddivisi in tranche senior, mezzanine e junior, a fronte di un controvalore di 9,2 miliardi che a sua volta presume che sia possibile trovare un acquirente pronto a pagare tali crediti il 33% del loro valore lordo di libro. Un valore molto superiore a quello che finora il mercato pensa possano valere simili asset e che il dato della fiducia di imprese e consumatori uscito oggi, sui minimi dal febbraio 2015, rischia di far deprezzare, dal momento che sembra indicare come la crescita in Italia almeno si mantenga stentata e sia “a rischio” di ulteriori rallentamenti.

Rallentamenti che a loro volta potrebbero richiedere il mantenimento più a lungo del previsto degli attuali tassi d’interesse sui minimi storici da parte della Banca centrale europea, cosa che se non può che far piacere a chi è indebitato, che si tratti di aziende e famiglie o dello stato (oggi il Tesoro ha emesso 6 miliardi di Bot a 6 mesi al tasso negativo di -0,236% rispetto al -0,185% dell’asta precedente), rende ancora più problematico il mestiere di far banca, dato che comprime ulteriormente la già modesta redditività del credito ordinario.

Insomma, con questi chiari di luna se non ci sarà una accelerazione della ripresa che possa far prevedere margini in crescita e un graduale riassorbimento dei crediti deteriorati, sarà difficile convincere gli investitori che tramutare bond subordinati Mps in azioni Mps sarà un affare, a meno di non concedere prezzi da “saldo” che però finirebbero col riflettersi sulle quotazioni di borsa, provocando quasi inevitabilmente l’ennesima caduta.

Cosa che a chi ha investito in un titolo che ha già perso poco meno del 90% nell’ultimo anno non può certo far piacere, ma d’altra parte molte alternative non se ne vedono e poi forse ormai non fa più molta differenza, se pensate che a fine agosto 2007 il titolo valeva quasi 82 euro in termini rettificati e che anche a fine agosto 2011, nel pieno della “tempesta” che avrebbe affondato il governo Berlusconi, scambiava ancora sopra i 10 euro sempre in termini rettificati. Un andamento di borsa che non si giustifica solo con la “speculazione” ma che ha riflesso gravi e duraturi errori di gestione, per questo sarà importante capire dal piano industriale se per Mps la svolta è davvero vicina o meno.