L’Italia delle basse e inique retribuzioni

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Mentre l’Istat diffonde i nuovi e non incoraggianti dati sulle retribuzioni, diverse ricerche sottolineano le disparità dei salari italiani. L’aumento contemporaneo dei prezzi sta creando una situazione grave sul potere di acquisto delle famiglie con conseguenze dannose per la crescita del Paese.

In questo periodo di crisi economica non si fa altro che parlare di debito pubblico e di manovra per poter raggiungere il pareggio di bilancio. Mentre il Governo e le opposizioni discutono su quali siano le mosse giuste, da più parti è stato lanciato il monito a non rendere i provvedimenti economici, se pur necessari, fonte di ostacolo per i consumi. Con un rallentamento dei consumi, infatti, non si fa niente altro che ostacolare la crescita del Paese.

Un capitolo delicato della questione è rappresentato dai salari medi dei lavoratori dipendenti, che sono collegati direttamente alla quantità e qualità dei consumi. Secondo i dati Istat le retribuzioni per il mese di luglio sono praticamente immutate rispetto al mese scorso, sono aumentate solo dell'1,7% rispetto all’anno precedente. Notizie per nulla incoraggianti se si pensa ai dati forniti ieri di un’inflazione galoppante che si attestata al 2,7%.

Insomma i prezzi aumentano molto più dei salari con conseguenze gravi sul potere di acquisto delle famiglie. Se si entra nel dettaglio dei dati le cose sembrano anche peggio, infatti, a trainare il piccolo aumento degli stipendi sono soprattutto quelli delle forze armate e di polizia. I maggiori aumenti appunto sono per i dipendenti militari e della difesa (+3,7%), delle forze dell'ordine (+3,5%) e dei vigili del fuoco (+3,1%).

A confermare il cattivo andamento dei consumi italiani sono anche le stime fatte da Confcommercio, che ha rilevato come in ben 17 regioni italiane quest’anno il livello dei consumi potrebbe risultare addirittura inferiore a quello del 2000. Insomma da undici anni la crescita dei consumi è stata irrisoria e ora, aggravate dalla crisi economica, le famiglie non riescono a ritornare ai consumi precedenti. Non solo, il divario che si sta creando tra nord e sud è destinato ad aumentare, secondo le stime dell’associazione, nei prossimi anni il Sud spenderà sempre meno per arrivare a solo un quarto della spesa nazionale.

Uno dei fattori principali di questa situazione sono certamente le disparità dei salari italiani. Secondo un rapporto dell’Iref, l’istituto di ricerca delle Acli, tra lo stipendio medio di un dirigente e la paga di un operaio vi è la differenza di ben 356 euro al giorno. In generale rispetto alla retribuzione media giornaliera, quantificata intorno agli 82 euro, un dirigente guadagna 340 euro in più al giorno, un quadro 111 euro, un impiegato 6 euro in più, mentre un operaio guadagna, rispetto alla media, 16 euro in meno al giorno.

Le situazioni di disuguaglianza nelle retribuzioni sono sintomi di economie non floride o di Paesi non del tutto democratici, quindi, come riassume Andrea Olivero, presidente Acli, “i dati mettono in evidenza una divaricazione eccessiva delle retribuzioni che non può non essere presa in considerazione in queste ore in cui si discute di sacrifici per il Paese”.

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