Troppo concentrati a contemplare il proprio ombelico, ossia lo stato di crisi perdurante della nostra economia e della nostra classe dirigente, i media italiani non ci avranno fatto troppo caso, ma quello che tra pochi giorni si andrà a chiudere è stato un anno “magico” per il mercato azionario di Wall Street, che non solo ha visto gli indici toccare ripetutamente nuovi record storici (mentre a Piazza Affari stiamo ancora a livelli pre-crisi 2008), ma anche una valanga di nuovi debutti, spesso per cifre multimiliardarie in dollari, mentre a Milano di debuttanti se ne sono viste poche e solo fino all’estate, poi il buio più completo o quasi (se si escludono le mini-capitalizzazioni dell’Aim Italia).

Con Juno Therapeutics, che ha debuttato oggi, a Wall Street l’anno borsistico si è chiuso con 275 collocamenti azionari (in gergo tecnico “Ipo”, initial public offering), il numero più elevato mai segnato dal 2000 (quando sbarcarono sul listino americano ben 406 società), per complessivi 85,2 miliardi di dollari di controvalore, segno che la ripresa in corso sta mettendo radici e sta convincendo sempre più investitori a “rischiare” (per la gioia di banche d’affari e intermediari specializzati come i fondi di venture capital che spesso col collocamento in borsa riescono a uscire dal capitale di imprese nelle quali erano entrati alcuni anni prima a prezzi di molto inferiori).

Tra i record da annotare sul calendario, il 2014 di Wall Street ha visto la maggiore Ipo della storia, quella di Alibaba (un’operazione del valore di 22 miliardi di dollari), la maggiore Ipo di un trust immobiliare, Paramount, o di una Mlp (Master limited partnership, società simile all’accomandita per azioni italiana in cui però gli investitori non pagano tasse sul reddito e che per questo motivo distribuisce di solito dividendi elevati ai propri azionisti), Antero. La stessa Juno Therapeutics, società impegnata nello sviluppo di terapie antitumorali che ha collocato 11 milioni di azioni a 24 dollari per azione (superiore alla forchetta indicativa inizialmente fissata in 21-23 dollari a titolo) rappresenta la maggiore società biotech in termini di capitalizzazione mai sbarcata a Wall Street.

E Piazza Affari? Il confronto è imbarazzante ma, come detto, significativo della distanza che separa le due sponde dell’Atlantico in termini finanziari e di prospettiva macro (e micro) economiche. I debutti sull’Mta, il listino principale di Milano, sono stati solo cinque: FinecoBank, Fincantieri, Anima Holding, Cerved e Rai Way, per complessivi 11 miliardi di euro di capitalizzazione. Se nel calcolo si comprendono anche i 21 debutti sull’Aim Italia (dove sono sbarcati tra gli altri Malup, Triboo Media, Notorius Pictures, Lucisano Media Group ed Expert System), per altri 1.120 milioni di capitalizzazione circa, il totale sale a 26 debutti in tutto con una capitalizzazione di poco superiore ai 12 miliardi di euro, vale a dire meno della metà di quanto raccolto dalla sola Alibaba.

Molti titoli poi non hanno certo brillato, come Cerved, caduto dai 5,10 euro del collocamento a meno di 4,32 euro attuali, ma anche Fincantieri, stasera a 77,85 centesimi per azione contro i 78 centesimi del debutto, o Anima Holding, che oscilla sotto i 4 euro contro un prezzo di collocamento di 4,20 euro non hanno certo brillato, come pure qualche “piccola” come Triboo Media (oggi a 3,54 euro contro i 4 euro del debutto) o Blue Note (è stata collocata a 3,12 euro, vale stasera 2,66 euro). Non c’è di che stupirsi, del resto: Milano è e resta una borsa marginale, sia nel mondo sia in Europa, che è specchio di un’economia che fatica a cambiare e che dove mostra segnali incoraggianti è ancora caratterizzata da dimensioni modeste e dunque poco in grado di incidere a livello globale sia in termini finanziari sia economici.