Se ne è andato, ma ritornerà presto. Il sistema televisivo italiano farà in fretta a dimenticarsi di Don Antonio Polese, che mezza Italia ha conosciuto per lo show il "Boss delle cerimonie", folcloristica rappresentazione di ciò che buona parte del Paese crede siano Napoli e i napoletani. L'italiano storpiato, così come il dialetto, gli abiti sgargianti, chiassosi, un carattere ridanciano e, tutto sommato, auto ironico. Il presepe napoletano – di cui Don Antonio è un personaggio della prima ora – impiegherà poco a trovare una nuova figura con cui sostituire il variopinto boss e mettere ancora una volta in scena la napoletanità, quell'indefinita e contorta massa di rappresentazioni (più che altro un coacervo di triti e insopportabili stereotipi) che si è soliti afferire a una mitologica, quanto inesistente, antropologia partenopea.

Come se in una metropoli qual è Napoli la cultura fosse una soltanto. Come se Napoli, con la sua storia e i suoi orizzonti futuri, fosse riducibile a un monolite di oleografia mista all'oscenità godereccia dei ristoranti per gli sposalizi. Come se Don Antonio in vita, probabilmente a sua insaputa, non fosse stato una macchina per produrre soldi e clamore mediatico.

Come sempre, la responsabilità sul frainteso-Napoli appartiene a Pier Paolo Pasolini. Purtroppo le sue parole del 1971, pronunciate durante le riprese del "Decameron", riecheggiano ancora nella mente di molti intellettuali partenopei e, tutto sommato, battono forte nel cuore di una parte dei napoletani che probabilmente non hanno mai letto una riga del grande scrittore friulano:

Io so questo: che i napoletani oggi sono una grande tribù che anziché vivere nel deserto o nella savana, come i Tuareg o i Beja, vive nel ventre di una grande città di mare. (…) Questa tribù ha deciso – in quanto tale, senza rispondere delle proprie possibili mutazioni coatte – di estinguersi, rifiutando il nuovo potere, ossia quella che chiamiamo la storia o altrimenti la modernità. La stessa cosa fanno nel deserto i Tuareg o nella savana i Beja (o fanno anche, da secoli, gli zingari): è un rifiuto, sorto dal cuore della collettività (si sa anche di suicidi collettivi di mandrie di animali); una negazione fatale contro cui non c’è niente da fare. Essa dà una profonda malinconia, come tutte le tragedie che si compiono lentamente; ma anche una profonda consolazione, perché questo rifiuto, questa negazione alla storia, è giusto, è sacrosanto.

Se le cose stanno così, Don Antonio Polese con la sua vita, con il suo personaggio, e persino con il suo essere "boss" di uno show televisivo, è stato testimonianza vivente dell'errore profetico di Pier Paolo Pasolini. Napoli e i napoletani non sono riusciti a estinguersi, non hanno rifiutato la storia. Anzi. Al contrario. Come una spugna che tutto voracemente inghiotte e rielabora a suo modo, la città ha voracemente ingerito la stessa modernità da cui Pasolini riteneva ci saremmo tenuti lontani. Oggi, in parte, Napoli è una fabbrica perennemente al lavoro e molto consapevole nel creare un immaginario da somministrare fuori dai suoi confini. E così, morto un Don Antonio, presto in qualche ufficio televisivo si troverà modo di crearne un altro per proporci l'ennesima macchietta "tipica", frutto di quel confuso campo semantico partenopeo che va da Totò a Tony Montana, passando per gli spaghetti, i mandolini e, ovviamente, una spruzzata di malavita.