Servono altri giorni. E niente nomi. Dicono così Salvini e Di Maio, tutti impegnati a dimostrarsi d'amore e d'accordo (ma non si capisce ancora bene su cosa, il famoso contratto rimane ancora tutto un retroscena) e impegnati a trovare le ultime convergenze (non si sa bene su cosa) prima di fare votare agli iscritti del M5S il programma di governo. Mancherebbe anche il nome dell'eventuale Presidente del Consiglio (e no, non gli riesce di farla sembrare un'inezia) e proprio nello stallo sul nome dell'eventuale premier, piaccia o no, risultano con evidenza tutte le conseguenza di una campagna elettorale turbopopulista che ha giocato per delegittimare tutti i governi precedenti, contro tutte le dinamiche delle loro composizioni e inevitabilmente contro la politica come funziona, per tutti.

Pensate agli scenari futuri. Se sarà premier un tecnico (Salvini e Di Maio negano ma diventa difficile immaginare una convergenza diversa a patto che si trovi una personalità politica "terza" spendibile come "pura" e quindi esterna e quindi "tecnica", appunto) il refrain di un capo non eletto dal popolo e di un presidente del consiglio nato nelle segrete stanze di partito tornerà in faccia a Salvini e Di Maio, proprio loro che su questo hanno costruito tutta la narrazione degli ultimi anni. Se invece dovesse essere un premier "politico" (soluzione che a oggi appare piuttosto impraticabile) allora solo gli stessi Di Maio e Salvini risulterebbero gli unici attinenti alla campagna elettorale. Con un piccolo problema: che di premier se ne può fare uno soltanto e la generosità non si addice a due personalità piuttosto egoriferite.

Eccolo lo stallo: a forza di spingere sull'acceleratore per ottenere un po' di indignazione M5S e Lega hanno finito per raccontare come minimo potabile un governo che non trova declinazione in politica. Giocando a raccontare ogni mediazione come un asservimento entrambi sono finiti in un cul de sac: esiste il ruolo del Presidente della Repubblica, esistono le alleanze politiche, esistono i compromessi (sì, esistono anche i compromessi chiari e etici) e soprattutto esiste un iter che non è vecchiume dei poteri romani ma è ciò che sta scritto nella nostra Costituzione.

La Terza Repubblica tanto decantata rischia di essere vissuta come un pastrocchio non tanto perché è la normale (difficile) convergenza tra due forze che sono inevitabilmente diverse ma soprattutto perché è stata la loro stessa narrazione a rendere tutto questo indigeribile. Pagano, insomma, la loro propaganda. Tanto che, ipotizzando un po' di fantapolitica, se per caso uno dei due attori in campo ora decidesse di sfilarsi lasciando l'altro nelle mani di Mattarella (e di una maggioranza di "responsabilità") rischierebbe di fare cappotto in termini di consenso. Sembra incredibile, è vero, ma non sarebbe una sorpresa.