Tredici Pietro sarà Gianni Morandi nel docufilm su Lucio Dalla: dopo anni di fuga, ha fatto pace con il suo cognome

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Gianni Morandi e Tredici Pietro, 2026
Dagli esordi in cui rifiutava l’etichetta di figlio d’arte, al duetto a Sanremo 2026, fino al ruolo di Gianni Morandi nel film su Dalla: Tredici Pietro ha fatto pace con sé stesso.

Uno dei paradossi che caratterizzano l'esistenza di un figlio d'arte è l'atto di fuga iniziale, dal proprio cognome, dal cono d'ombra che potrebbe nascondere la propria esistenza. E adesso, a 8 anni di distanza dall'esordio discografico, Tredici Pietro vestirà i panni di papà Gianni nel docu-film "Lucio", sulla figura di Lucio Dalla. Un risultato arrivato dopo anni di errori e nuove consapevolezze.

Infatti, a un certo punto del suo percorso, Tredici Pietro, nome d'arte di Pietro Morandi, figlio del cantautore Gianni, ha corso a pieni polmoni fuori dalla propria storia familiare. Un aspetto che potremmo ritrovare nella scelta di non includere il proprio cognome nel nome d'arte, ma anche di cercare, sin da subito, di distanziare la propria realtà musicale da quella cantautoriale che ha definito, per oltre 50 anni, la natura musicale del padre Gianni.

In questo senso, le prime tracce, come "Pizza e Fichi" prodotta da Mr. Monkey, vivono del soffio urban che invaderà le classifiche dei singoli e degli album più venduti a fine anno, senza però scimmiottare un personaggio. Anche in questo senso, Tredici Pietro sembra aver avuto la lucidità per non far sfociare il proprio personaggio in un'opera di fantasia. Allo stesso tempo, lavorare da "cassiere, porta pizze, in un supermercato, poi sono partito per Londra" segna il primo nodo di questo racconto, come racconterà nell'intervista a Fanpage.it. Soprattutto quando rivela che il padre vorrebbe collaborare con lui, una dimensione non agile da accettare e che rifiuta perché potrebbe compromettere la sua carriera e il suo personaggio.

Un tratto del suo racconto musicale che si annoda con la paura di essere riconosciuto solo attraverso la figura paterna, con cui convive soprattutto nei periodi pandemici. Lì, nella separazione dal racconto paterno che si intravede in precedenza con "Piccolo Pietro", il rapper pubblica "X Questa Notte" e "Solito posto, soliti guai", con cui descrive l'immaginario bolognese che definisce la sua storia, lontano dall'ambiente domestico. Proprio in quest'ultimo, i soliti posti, ovvero due bar bolognesi dove il giovane è cresciuto, vengono utilizzati come punti d'osservazione di un momento molto preciso della sua vita, in cui avviene la separazione.

È lì, dopo il giro di boa, ma soprattutto l'inizio di un'analisi sulla sua persona, che si tradurrà nel 2024 con la pubblicazione di "High" e "Big Panorama", in cui nella campagna promozionale appare con la foto del volto sanguinante. Una prima accettazione che si riflette anche nelle strofe, in cui Tredici Pietro canta: "Da quando avevo due peli e sono il figlio di Gianni, non so perché ci ho sofferto volevo solo che tu mi amassi per chi sono dentro. E per ‘sta roba ho fatto tutte le cose al contrario".

Dopo aver riconosciuto quanto fuggire dal cono d'ombra paterno abbia prodotto una versione di sé, musicale, che non trova più aderente alla sua realtà, Tredici Pietro comincia a parlare di sé. Siamo agli sgoccioli dell'uscita del suo disco di maggiore successo, "Non guardare giù" del 2025, e il racconto del proprio percorso d'analisi, dovuto anche a comportamenti autolesionistici, esplora la storia di un autore che sta finalmente facendo pace con il suo passato. Non è il ritorno del figliol prodigo, anzi, Tredici Pietro sottolinea quanto questo percorso sia stato vissuto in solitaria e quanto la sua famiglia sia comparsa "durante l'analisi". Il successo di "Non guardare giù", ma anche la sua trasparenza generazionale, si consolida trasformandolo in un punto di riferimento autentico per il suo pubblico, conquistato senza ricorrere a scorciatoie.

Dopo un lungo percorso, in cui ha prima tranciato i rapporti musicali con il suo passato per poi ricomporli come in una tela, arriva la sua convocazione, matura, al Festival di Sanremo 2026 con "Uomo che cade". Una tappa finale di un percorso, questa volta consapevole. Tredici Pietro è riuscito a trovare una soluzione con il proprio ego, godendosi non solo l'esperienza sanremese, non associata al ruolo paterno, ma soprattutto riuscendo a definire l'incontro nella serata cover non come un attestato di riconoscimento da parte del grande pubblico. Quello che si consuma sul palco dell'Ariston con Morandi è l'incontro di due generazioni che, con percorsi diversi, sono riuscite a incontrarsi. Nell'ultima intervista a Fanpage.it per la presentazione di "Non guardare giù", c'è una realizzazione molto importante: "Forse la musica che volevo fare è quella che faccio adesso: prima volevo essere Pietro, non Morandi. E adesso invece sono arrivato, mi sono fottuto di tutto perché è quello che volevo".

Come dimostrazione di quanto Tredici Pietro non abbia più paura di cadere nel confronto paterno, non c'è solo la scelta di "Vita" di Lucio Dalla a Sanremo, ma anche l'interpretazione nei panni paterni. Infatti, solo pochi giorni fa è stato annunciato "Lucio", un docufilm su Lucio Dalla diretto da Ambrogio Lo Giudice. Nel cast, Tredici Pietro interpreterà suo padre Gianni da giovane. Un momento quasi irricevibile se lo proiettiamo agli anni pre-pandemici, ma che dimostra, adesso, quanto Tredici Pietro sia consapevole della propria narrazione musicale e non. Sarà interessante capire anche lo sguardo e la proiezione del personaggio di Tredici Pietro nei panni del padre, consapevole di non dover più fuggire per ritrovare sé stesso.

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