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Sicurezza musei, scoppia il caso dopo il furto ad Agropoli: poca attenzione verso le piccole realtà

Poche settimane fa la scoperta di una sottrazione illecita di reperti archeologici nell’antiquarium cilentano. Oggi si accende la polemica sui siti culturali cosiddetti minori troppo spesso ai margini dell’interesse nazionale.
A cura di Claudia Procentese
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Non accennano a placarsi le polemiche attorno al furto, scoperto a fine maggio, nel museo civico di Agropoli chiuso per lavori. Si cercano i ladri e i reperti sottratti. Ma intanto fa discutere la violazione nel piccolo comune del Cilento e innesca vivaci interrogativi sulla effettiva tutela del patrimonio artistico lontano dai grandi attrattori culturali, come Pompei o gli Uffizi, che catalizzano l’attenzione di stampa e istituzioni.

Il misterioso colpo

Bocche cucite da parte dell’amministrazione comunale e dei carabinieri chiamati ad intervenire per il fattaccio avvenuto all’interno del Palazzo civico delle arti. «Abbiamo denunciato, stiamo aspettando l’esito delle indagini, rispettiamo il lavoro dei militari dell’Arma e confidiamo in una veloce e positiva risoluzione» taglia corto il sindaco Roberto Antonio Mutalipassi raggiunto al telefono e aggiunge laconico «sono scomparsi dodici pezzi tra cui un’anfora etrusca, non risultano segni di effrazione alla serratura e c’era una sola telecamera». Poco si sa della dinamica del colpo denunciato dall’ingegnere responsabile dell’area patrimonio. Furto su commissione di esperti d’arte o messo a segno da improvvisatori con il vizio del souvenir antico da conservare in salotto, a scoprirlo saranno i carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Napoli, guidati dal comandante Massimiliano Croce, che hanno già eseguito un paio di sopralluoghi. Il segreto sulle investigazioni impedisce di conoscere il risultato dei primi accertamenti, si è «ancora in una fase embrionale dove è necessario raccogliere più elementi per la ricostruzione».

I fatti di Agropoli infiammano il dibattito sulla tutela

Mentre è partita la caccia ai responsabili del crimine, la discussione pubblica su sicurezza e tutela dei cosiddetti piccoli musei o siti culturali minori prende vigore. «Prima di essere abbandonati i musei, ad essere abbandonati sono proprio i Comuni – denuncia Vincenzo Santoro del Dipartimento Cultura, Turismo e Agricoltura interno all’Anci, l’associazione nazionale dei Comuni italiani -. I musei civici non sono tutti uguali, si va dai Musei capitolini al museo delle tradizioni popolari del Comune di poche centinaia di abitanti. Tuttavia, fatta questa precisazione, le difficoltà riguardanti la carenza di finanziamenti e di personale rappresentano una caratteristica costante. Manca la dovuta attenzione dello Stato, come pure delle Regioni che hanno competenza legislativa sui musei di ente locale. Occorre rilanciare il percorso già esistente del Sistema museale nazionale che è iniziato parallelamente alla riforma dei musei autonomi statali, ma va molto a rilento». I costi di gestione e manutenzione sono elevati e il Sistema museale nazionale, progetto coordinato dalla Direzione generale Musei e istituito nel 2014, stenta nel mettere in rete gli oltre cinquemila musei italiani per migliorarne la fruizione, integrando servizi, competenze e attività attraverso gli standard di qualità condivisi. «Il progetto varato dal ministro Franceschini – continua Santoro – languiva già nella scorsa legislatura, oggi è del tutto addormentato, non ravviso finora un vero interessamento da parte del nuovo Governo. Tutto ricade sulle spalle dei Comuni e al Sud soffriamo le conseguenze della riforma Delrio che sottrasse alle province la delega alla cultura, lasciando nel limbo musei come quello di Capua o provocando, ad esempio, la chiusura della biblioteca di Campobasso.  Da una parte ci sono i grandi musei e i super-direttori, dall’altra un enorme patrimonio diffuso e il prezioso ma trascurato legame che i piccoli musei cementano tra cittadini e territorio». In ritardo, dunque, i lavori della commissione per il Sistema museale nazionale che ha il compito di verificare le domande di accreditamento, cioè quando e come un museo può definirsi tale, fissando i livelli minimi di merito e gli obiettivi di miglioramento.

Marinella Pucci, consigliera campana di Icom (International Council of Museums), organizzazione internazionale che dal 1946 rappresenta i musei e i suoi professionisti, e membro della commissione nazionale per il Smn, pone invece l’accento sui requisiti per istituire un nuovo museo che, sottovalutati, rischiano di farlo naufragare nel ‘mare magnum’ delle precarietà. «C’è un problema – spiega – interno ai musei civici e territoriali che è di personale specializzato. Tutti i musei sono istituti culturali che per svolgere il loro ruolo hanno bisogno di uno staff tecnico-scientifico, a partire dal direttore fino al custode o al responsabile dei servizi educativi e della comunicazione. Il Sistema museale nazionale dà regole a cui i musei devono rispondere, se vogliono accedervi ed essere riconosciuti». Secondo i recenti dati Istat c’è un museo in un Comune italiano su quattro, ma quasi metà delle strutture espositive è nelle regioni del Nord (46,2%), il 28,9% al Centro e il 24,9% al Sud e nelle isole. In Campania il numero dei musei riconosciuti di interesse regionale è di 105 e non contempla Agropoli. È l’Italia a due velocità. Stato latitante o Comuni inadempienti? «La situazione è complessa, ogni museo ha una storia a sé, ma capita purtroppo di imbattersi nel qualunquismo – ci tiene a sottolineare Pucci -. Se un’amministrazione ha intenzione di inaugurare un museo, deve avere un capitolo di bilancio dedicato e personale competente. Senza questi presupposti, è complicato che il museo cresca da solo. I piccoli musei possono anche attivare processi virtuosi, costruire partenariati speciali, aprirsi alle associazioni, fare progettazione, ma occorrono professionalità in grado di intercettare possibilità e concretizzarle. Gli enti locali devono investire fondi per simili programmi, scegliere se inaugurare un museo o una sagra, gli strumenti verranno da sé, perché le Regioni affiancheranno ed esiste una normativa di riferimento per l’ammissibilità ai contributi e ai benefici di legge. Tutto è perfettibile, ma servono condizioni di partenza per andare avanti».

Carenza di risorse, mancanza di visione politica, scarsa prevenzione

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Dunque, tutto dipende dai fondi che mancano? «Non basta tagliare un nastro per aprire un museo – commenta amareggiata Laura Del Verme, archeologa curatrice dell’allestimento dell’antiquarium di Agropoli insieme alla locale Soprintendenza e all’allora direttrice del museo di Paestum Marina Cipriani -. Quello che intristisce di più è che nel 2010 immaginammo la costruzione di un polo culturale in un Palazzo delle arti, tutte, visione in alcun modo supportata da chi doveva raccogliere l’eredità di quel percorso. Non c’è stata continuità né la capacità di costruire, qualora la nostra idea non fosse praticabile, un’alternativa che lo fosse». L’antiquarium comunale razziato, che si affaccia sul suggestivo porto di Agropoli, si trova all’interno del Palazzo civico delle arti inaugurato, dopo un’attesa di quasi quarant’anni, nel 2011 dal sindaco Francesco Alfieri, poi chiuso nel 2020 per ristrutturazione durante il mandato di Adamo Coppola e così rimasto a giugno dello scorso anno con il passaggio all’amministrazione Mutalipassi.

Nell’ex Pretura, prima ottocentesca residenza estiva della famiglia Cirota, si era deciso di adibire il primo piano a spazio espositivo con la sezione di archeologia in territorio agropolese, dai rinvenimenti subacquei di Punta Tresino alla necropoli tardo antica in località San Marco, e il secondo piano a sala conferenze attrezzata per manifestazioni e convegni. «Un luogo vivo per presentazioni di libri, corsi di scrittura creativa, attività che declinano la cultura in vari ambiti e sfumature- racconta l’archeologa -. Il polo, finché è stato in funzione, ha ospitato personalità illustri come Aldo Masullo, realizzato eventi come le letture pubbliche dell’Iliade tradotta, senza romanzare, dai grandi della filologia e che ci portò sulla copertina della settimana della cultura del Ministero, sorpassando grossi nomi come Pompei o la Reggia di Caserta e dimostrando che i piccoli centri hanno le loro potenzialità. Oggi la sparizione dei reperti è sì lo specchio di un’inefficienza, ma cosa altrettanto grave è l’aver interrotto un progetto scientifico ed inclusivo, avviato con soldi pubblici. D’improvviso, poi, è spuntato il proposito di spostare l’allestimento archeologico al vicino Castello angioino-aragonese, cioè di concentrare tutto dentro un unico monumento, come se le pietre vecchie andassero raggruppate, senza capire che quell’antiquarium serviva a veicolare un flusso turistico che dal porto di Agropoli portava a Paestum, insomma quel museo era stato concepito come tappa di un circuito di condivisione e promozione territoriale». Ne parla al passato l’archeologa Del Verme come se gli intenti avviliti dalla visione politica miope e inconcludente avessero spezzato per sempre un tragitto di sacra conoscenza.

Nel frattempo il furto nel piccolo museo archeologico cilentano ha superato i confini locali per finire in Parlamento attraverso l’interrogazione del deputato Pino Bicchielli che ora chiede al ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e a quello dell’Interno Matteo Piantedosi di far luce sulla vicenda. «Vanno verificate tutte le responsabilità – dichiara con rabbia Raffaele Pesce, consigliere di opposizione nell’assise agropolese – sia sulla commissione del reato che sulle relative omissioni. Disattese tutte le mie numerose interrogazioni, fino all’esposto ai carabinieri, che risalgono al 5 ottobre dello scorso anno e, nonostante le quali, nessuno ha mai controllato cosa succedesse in quel Palazzo, dove mi è stato sempre impedito di accedere. Senza la mia pressione, forse non avremmo trovato più nulla. Più che furto con scasso, è un furto con chiavi, dal momento che la porta non è stata forzata e le chiavi erano sparite. Quanti e quali reperti sono stati trafugati e in quale periodo? Esigo chiarezza, quel museo è la nostra storia e il nostro lustro».

A preoccupare è la fragilità del patrimonio culturale italiano, quello diffuso in tanti piccoli siti e musei, spesso sconosciuti ai più ma agorà viva e vegeta. «Grazie ai suoi corpi di polizia specializzati, primo tra tutti il Tpc dei Carabinieri – commenta Tsao Cevoli, presidente dell’Osservatorio nazionale archeomafie -, il nostro Paese è da sempre all’avanguardia nella repressione dei crimini contro il patrimonio culturale e nel recupero dei beni trafugati. Purtroppo, invece, non fa mai abbastanza sul versante della prevenzione. Le risorse umane ed economiche sono cronicamente inadeguate, con punte di criticità nelle aree più economicamente svantaggiate: una situazione che rischia di aggravarsi ancora di più con l’autonomia differenziata che penalizzerà il Sud».

E l’appello a non dimenticare, a tutelare con maggior cura, i piccoli musei, segno di civiltà passata e presente, viene oggi proprio da quell’approdo protetto per antichi navigatori che fu la città di Agropoli, meridione d’Italia ma centro della Storia.

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