
Viviamo nell’era dello "slop", in cui fidarsi e sperare nella musica è da pazzi invasati. Che sia prodotto o meno dall’intelligenza artificiale, il tipo di intrattenimento che sembra prevalere in quel che resta del mainstream occidentale è orientato agli stessi canoni di efficienza, risparmio e genericità tipici della sbobba senza sapore e ripetitiva tipica della dieta di un condannato ai lavori forzati. Il nostro lavoro coatto, nello specifico, è consumare per l’appunto questa brodaglia di reboot e remake cinematografici e musica pop che raramente osa. Anche a costo di sbagliare clamorosamente. Per fortuna, alcune popstar sono disposte a investire il capitale di attenzione che hanno accumulato per offrirci un pasto differente, e RAYE ha appena servito il suo con l’album "This Music May Contain Hope".
Un capitale di partenza, certo, perché come abbiamo visto spesso l’equazione del pop è fatta di due elementi contrapposti: la novità e la familiarità. E fortunatamente per lei, nell’ultimo paio di anni, RAYE è diventata una figura molto familiare al pubblico britannico e non solo. La vittoria record di sei BRIT Award in una sola edizione con il primo album "My 21st Century Blues" del 2023 è la manifestazione finale di una narrazione di sé che aveva un concept molto forte. La storia di Rachel Agatha Keen era questa: giovane talento rinchiuso per anni in progetti non di suo gusto da un’industria discografica miope si libera del giogo contrattuale e afferma la sua identità andando a ripercorrere tutte le parti della sua personalità represse dall’ansia tossica di compiacere gli altri, dalla percezione del suo corpo alla dipendenza da sostanze. Un racconto efficace anche perché altrove – spesso con intenti paternalisti e maschilisti, come abbiamo visto parlando di Annalisa – viene usato contro l’agency delle popstar.
RAYE non è la principessa che ha bisogno di essere messa in salvo e il primo disco lo diceva chiaramente. Ma se qualcuno avesse per caso frainteso il piacere con cui la cantautrice ribalta gli stereotipi, a settembre dell’anno scorso è arrivata una canzone che RAYE ha promosso in modo incessante, portandola dal vivo nei concerti già dall'estate 2025. Come a Glastonbury, già a giugno, dove ha anche anticipato l’ambizione di esibirsi con un grande ensemble di strumentisti. E poi in decine di programmi e occasioni, dalle radio e TV di mezzo mondo alle copertine di Vogue, passando per i suoi canali social, e partecipando insomma a tutte le tappe della grande giostra promozionale. La canzone è WHERE IS MY HUSBAND!, che in modo buffo ma significativo stravolge la direzione della canzone d’amore, trasformandosi in una surreale caccia all’uomo.
Con un ritmo soul uptempo vertiginoso e lo spazio per permettere alla sua voce di fare acrobazie da scioglilingua, la canzone ha tutto il necessario per spiazzare e circuire chi l’ascolta mentre sbatacchia i ruoli consolidati non solo della lirica erotica ma proprio delle abitudini sociali. Era, cioè, l’antipasto di una proposta: si può fare una canzone accattivante e ipercalorica anche divertendosi a cambiare i fattori in campo. Battendo su questo tasto per tutto l’autunno RAYE ha portato il singolo a macinare centinaia di milioni di stream, e anche questa è pianificazione attenta: un forte singolo di lancio, che si impone all’attenzione per qualche mese (per merito proprio o della promozione incessante) è ancora la premessa migliore per l’arrivo di un nuovo album. Forse è per questo che si vedono tante popstar, anche affermate, ostinarsi a rilasciare tanti singoli, sperando che qualcuno faccia presa sul muro verso cui viene lanciato.
Con una preparazione del genere, e un altro singolo apprezzato nel mezzo, il pubblico è preparato a qualsiasi cosa. E "This Music May Contain Hope", in effetti, offre di tutto: dal pop gelido ed etereo di "Life Boat" che sfocia in un beat EDM al funk soul "Skins & Bones". Due brani che non scelgo a caso, visto che nelle loro buone intenzioni etiche (sull’apatia e il dismorfismo rispettivamente) si lasciano scappare alcuni versi un po’ rozzi e semplicistici. Il che non spaventa certamente un'artista disposta a iniziare un disco molto cinematico come un film di James Bond ("I Will Overcome") e finirlo come un musical da età dell’oro della MGM ("Fin."). Perché parte del fascino di questo disco sta proprio nel fregarsene di risultare fuori luogo, ma fare anzi di questo incontrollabile disordine un’esperienza estetica.
Mentre tutti sono attenti a non sembrare troppo cringe, RAYE ha capito che è esattamente nel terrore dell’imbarazzo che si nasconde l’insuccesso cronico. Come diceva ai microfoni di Deezer nei giorni di fine 2022 in cui l’acclamazione universale per "Escapism" stava trasformando il suo status, la vera svolta nella sua carriera è arrivata quando ha smesso di preoccuparsi della sua immagine nel modo rigido che fa di te una semplice interprete e ha cercato un modo più onesto di mostrarsi al mondo, soprattutto con la musica. In tempi di incertezza e paranoia, in cui ogni progetto sembra fake, l’autenticità resta la moneta di scambio più valida. Qualunque cosa significhi "autentico". Ma "This Music May Contain Hope" ha un'idea di cosa può risultare più verace e meno ossessivamente controllato, e per questo disperatamente blando: provare assolutamente di tutto, anche se sembra eccessivo. Possibilmente attingendo a ciò che nessun altro può permettersi di avere, nel grande come nel piccolo.
Proprio perché possiamo fare tutto con un portatile, proprio perché abbiamo tutto a portata di click nel telefono, proprio perché con un prompt possiamo generare qualsiasi musica ci venga in mente, è invece nel songwriting vecchia maniera e nella produzione ad ampio respiro orchestrale che si può fare la differenza, e uscire così da quella routine che si è trasformata l’ascolto del pop. Per quanto riguarda la prima necessità, quella puramente creativa, RAYE ha lavorato da sé, lasciando che le canzoni nascessero prima di tutto sul taccuino che ha portato con sé ovunque, finendo anche per chiedere feedback agli avventori del gay bar di fronte al suo hotel parigino del cuore in una serata finita a bere vino con sconosciuti in un club jazz, come raccontò qualche mese fa a ELLE.
Mentre molti colleghi, anche meno famosi, si isolano dal mondo vivendo in bolle per milionari e affidandosi a sessioni di scrittura macchinose e insincere, RAYE ha mantenuto nelle sue abitudini l’identità profonda di autrice di canzoni prima ancora che interprete. In studio, poi, è arrivato un lavoro organico con la band che l’ha accompagnata, come dimostrano i molti crediti compositivi riconosciuti ai vari musicisti: il trombonista Callum Au in "The WhatsApp Shakespeare"; il pianista Joe Webb in "Happier Times Ahead"; il sassofonista Graeme Blevins in "I Know You’re Hurtin", tanto per fare solo alcuni dei molti nomi accreditati. Dentro questa dinamica, e ancora oltre, nel territorio che divide gli artisti dalle star, è arrivato l’apporto dei grandi ensemble. Prima di tutto, l’input di gruppo dei suoi musicisti, che porta dentro tante tracce un sound orchestrale memore dei Delfonics e del Philly Soul, ma con un carattere cinematografico più vicino a Isaac Hayes e un piglio energico e pop che potrebbe ricordare anche la Detroit della Motown. E poi il contributo esterno della London Symphony Orchestra, che in pezzi come "Nightingale Lane" porta una maestosità classica che non è tanto comune nel pop odierno. Un tocco di lusso produttivo che ci fa pensare a un altro disco che ha definito l’annata ‘25/’26.
Se proprio volessimo azzardare un paragone, dovremmo pensare infatti a "LUX" di Rosalía. Come abbiamo avuto modo di scrivere da queste parti parlando di "Berghain" (e altrove analizzando il disco traccia per traccia), l’azzardo dell’artista catalana era prendere un'eredità pesante come quella classica e barocca e, anche a costo di qualche errore di "traduzione", dimostrare al pubblico che si può ancora puntare in alto, e che la musica pop è ancora qualcosa di cui ci si può fidare: non tutto si ottiene individualmente e la collaborazione non è necessariamente un incastro di featuring appetibili per gli algoritmi; non sempre la tecnologia digitale ha superato i vecchi strumenti della tradizione; non per forza l’ascoltatore deve ricevere il trattamento accondiscendente che si riserva a chi ha battuto forte la testa o a chi arriva interamente impreparato. La musica pop può ancora introdurre sapori estranei, forti, estremi, e anche se il prodotto finito è solo una sintesi semplificata delle sue fonti, non c’è nessun problema a esplorare altri territori. Insomma, la musica non deve polarizzarsi tra nicchie iper-specializzate e pop insapore: esiste ancora un territorio intermedio, che RAYE nel suo album esplora in lungo e in largo.
Proprio in virtù di questa sua libertà, proprio perché non tratta i suoi ascoltatori solo come consumatori di prodotti finemente levigati fino a non avere più alcuna superficie ruvida e spigolosa, "This Music May Contain Hope" si presta quindi anche agli svarioni e alle cadute libere. La cifra onesta e naïf dei testi, per esempio, che in alcuni casi produce momenti di poesia brutale (come in "Happier Times Ahead") altre volte giustifica alcuni versi non esattamente formulati ad arte. Per esempio, i riferimenti letterari di "The WhatsApp Shakespeare" sono stritolati dentro un’analogia che sembra troppo interessata all’umorismo dell’immagine stessa per funzionare in modo logico; l’attitudine positiva di "I Hate The Way I Look Today" lascia passare con troppa faciloneria delle frasi che farebbero arrossire anche qualche studente delle scuole medie ("it’s giving trainwreck"). Ma anche questi scivoloni, che senz’altro saranno apprezzati dai fan più affezionati, entrano facilmente dentro la cornice diaristica del disco. Che come i migliori prodotti pop ha sempre un livello di lettura metatestuale: il disco ci parla del disco, insomma, e qui questa inversione di prospettiva ci porta dall’ascolto fino a quella pagina di taccuino da cui tutto era partito con la delicatezza che RAYE decide regolarmente e legittimamente di non avere.
Talmente forte è l’attrazione del dispositivo narrativo diaristico che buona parte del disco è inquadrato dentro voice over in cui la cantante introduce i brani, dalla prefazione fino ai veri e propri titoli di coda recitati negli ultimi quattro minuti. La mossa quadridimensionale di RAYE è invitarci a riflettere sulla natura stessa della canzone confessionale, mostrandoci parte della finzione che è necessario introdurre nel processo di scrittura. Non tanto per ragioni di privacy, ma proprio perché ogni pretesa di sincerità deve essere mediata dall’ascolto dell’altro, perché ogni messa in scena richiede un elemento di teatro che non per questo cela la verità. Ce lo dice esplicitamente nell’introduzione di "Goodbye Henry", canzone di disamore che non diventa meno urgente solo perché il protagonista della storia vera che l’ha ispirata non si chiama Henry!
La consapevolezza della finzione unita alla presenza di queste voci che guidano l’ascolto danno alla lunga tracklist di 17 tracce, normalmente un difetto di qualsiasi disco pop, una sua ragione profonda: dentro i quattro atti (come quattro stagioni, secondo le intenzioni di RAYE), ci dobbiamo comportare non come se stessimo consumando un prodotto da inserire nei ritagli della nostra giornata, come fosse uno snack o un caffè, ma dentro un'esperienza da sorbire con calma dall’inizio alla fine. Un'opera che ha l’andatura di un film, insomma, ma anche il tono del messaggio vocale lasciato durare qualche minuto di troppo, come – di nuovo – i titoli di coda finali suggeriscono, recitati con precisione ma anche con un ringraziamento di cuore di RAYE.
Dentro "This Music May Contain Hope", insomma, ci sono il quotidiano e l’aulico, l’alto e il basso, l’universale e il familiare. Letteralmente "familiare", visto che le sorelle Amma e Absolutely l’accompagnano in tour e nella canzone "Joy", una delle chicche della tracklist, e i nonni sono presenti nell'intro e nel brano "Fields". Questa combinazione di opposti è ciò che, tradizionalmente, abbiamo convenuto di definire “pop”. Il fatto che non contenga featuring di artisti famosi, come l’amico di lunga data Stormzy, ma anzi la leggenda soul Al Green (in "Goodbye Henry") o il pluripremiato compositore Hans Zimmer (in "Click Clack Symphony"), non deve dissuaderci dall’ascoltare: è proprio perché non assomiglia a tutto il resto, che dobbiamo prestare attenzione. Ed è proprio nell’ambizione a superare i suoi difetti che ci invita a tornare a sperare. Non solo nella vita, ma anche nella musica.