Quindici anni fa moriva Federico Aldrovandi. Prima di Stefano Cucchi, prima di Giuseppe Uva, Davide Bifolco e gli altri, c'è lui, Federico. Ucciso quel 25 settembre 2005 dal pestaggio dei quattro agenti che quella notte lo bloccarono. Secondo l'autopsia la morte fu causata da "asfissia posturale", dalla pressione contro la schiena di Federico, steso a terra a faccia in giù e non da overdose, come si disse in prima battuta. I poliziotti colpevoli di aver ucciso Federico Aldrovandi sono stati condannati con sentenza definitiva, del 2012, per "eccesso colposo nell'uso legittimo delle armi". Quello di Federico è stato il primo caso italiano di "malapolizia" a finire sulle pagine dei giornali.  Oggi Federico avrebbe 33 anni, ma la verità è che Federico avrà 18 anni per sempre, gli anni che aveva quando fu ammazzato.

Fabio Anselmo, il legale della famiglia Aldrovandi

La famiglia Aldrovandi all'epoca fu difesa dall'avvocato Fabio Anselmo, volto divenuto poi noto perché è stato il legale del caso di Stefano Cucchi e compagno della sorella Ilaria. Nel 2018, lo stesso Fabio Anselmo scrisse e pubblicò un libro, dal titolo "Federico" (Fandango), di cui ci parlò qui.

Negli anni Anselmo si è specializzato nei casi di abusi delle forze dell’ordine, e ha seguito, tra gli altri, i casi per le morti di Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino, Riccardo Magherini, Giuseppe Uva. Luciano Isidro Diaz, Vittorio Morneghini, Denis Bergamini, Dino Budroni e Davide Bifolco, rappresentando i familiari delle vittime. Nel 2016 ha vinto il Premio Borsellino.

‘Federico', il libro sul caso Aldrovandi

"Federico" (Fandango Libri) è stato il suo primo libro. Inizia quel giorno, il 25 settembre 2005, quando riceve una telefonata che cambierà per sempre la sua vita e quella di molti intorno a lui. Quella mattina Federico Aldrovandi, un giovane studente ferrarese, muore di asfissia posturale in seguito ai colpi ricevuti durante un fermo di polizia. Ha 18 anni. A chiamare l’avv. Anselmo è Patrizia Moretti, la madre di Federico.

Questo è l’inizio di uno dei più importanti casi giudiziari degli ultimi anni che ha sconvolto l’opinione pubblica nazionale e ha contribuito a insinuare il dubbio che al nostro ordinamento mancasse qualcosa di fondamentale: il reato di tortura. A raccontarlo in prima persona è proprio l’avvocato della famiglia Aldrovandi, Fabio Anselmo, che dopo questo caso è diventato consulente in molti dei processi che hanno visto coinvolti poliziotti, carabinieri, medici come nei casi Cucchi, Magherini, Narducci, Budroni, Uva, ma anche quello di Davide Bifolco, il 17enne ucciso dal colpo sparato da un carabiniere a bordo di uno scooter nel settembre 2014 a Napoli.

Quello che non cambierà mai è che Federico Aldrovandi, un ragazzo che aveva appena compiuto 18 anni, non c’è e non ci sarà mai più. È con questa realtà, e con questa tragedia, che i suoi genitori e suo fratello dovranno fare i conti tutti i sacrosanti giorni della loro vita. Quindi per cortesia, non esprimeteci la vostra solidarietà fasulla, ipocrita, quando ci querelate perché chiediamo giustizia. Non fatelo, abbiate il pudore di lasciarci in pace. Ho finito.

Attraverso i ricordi e gli appunti di prima mano di Anselmo entriamo nel profondo di una vicenda personale che è diventata patrimonio della storia dei diritti civili del nostro Paese. Accanto a perizie e arringhe, incontriamo le emozioni, le paure e i fallimenti di un uomo che si è trovato improvvisamente al centro di un processo mediatico che ha contribuito a far esplodere. L’autore è bravissimo a tessere un memoir spurio, un procedurale intimo, il romanzo di una vita spezzata che va oltre l’ultima immagine del cadavere di Federico e ci fa incontrare per la prima volta il suo sorriso.