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Perché non riusciamo a toglierci dalla testa Veleno di Tananai

Tananai è tornato con una nuova canzone, Veleno, qui proviamo a dirvi perché anche questa volta potrebbe non togliersi dalla testa.
A cura di Federico Pucci
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Tananai (Bogdan Chilldays Plakov)
Tananai (Bogdan Chilldays Plakov)

L’impresa eccezionale – se dobbiamo dare retta a Lucio Dalla – è essere normali”. Questo non vale solo per la Bologna freak delle sue novelle notturne, ma anche per la musica e i suoi personaggi. Se mai vi capitasse di incontrare una persona che lavora nel settore, potrebbe capitarvi di sentire frasi, ormai quasi ridotte a cliché, tipo “non ce n’è uno normale”. E in fondo è esattamente per questo che il pubblico paga gli artisti: vuole qualcosa che li trasporti fuori dalla normalità, non “vite più noiose delle nostre”. Ciononostante, l’illusione della normalità, la capacità di inquadrare le cose e illuminarle di significato, sono una merce rara. E per questa normalità molti ascoltatori hanno sviluppato un gusto.

Saper essere normali in modo eccezionale non è da tutti: un cantautore che voglia scrivere così deve essere regista e poeta; tassonomo e inventore. E, se proprio vuole che questo funzioni fino in fondo, deve scegliersi una lingua adatta, che unisca la proprietà retorica del cantastorie e l’arguzia di uno stand-up comedian. Insomma, non è facile davvero essere normali. Per questo, scrivere come Tananai non è banale. E il pubblico ne ha avuto prova nuovamente da qualche settimana con il suo ultimo singolo, Veleno, cantato anche sul palco del Primo Maggio pochi giorni fa.

Veleno è una canzone di grande semplicità: strofa – ritornello – bridge. La storia che viene raccontata, a sua volta, è più che lineare: prendendo in prestito le parole dei Kolors, Un ragazzo incontra una ragazza. Le parole che Tananai ci appoggia dentro sono altrettanto semplici e piane. Per esempio, quel “tra parentesi” che incornicia la seconda battuta che il protagonista lancia in direzione dell’interlocutrice viene dritto dal lessico colloquiale. (Se posso aggiungere un dettaglio da persona che ha incontrato Tananai in diverse occasioni, la prima nel preistorico gennaio 2020, "tra parentesi" è anche un suo personalissimo tic verbale).

Insomma, in apparenza non sta accadendo nulla di eccezionale. Ma le cose non sono così semplici come sembrano: il ritornello conferma a parole quello che la musica ci sta già suggerendo in modo subliminale, con un giro di accordi che a furia di estensioni e alterazioni – accordi composti, accordi sospesi, i settima di prima, seconda e quarta specie, e così via – dipinge una situazione di inquietudine. Di nuovo, nulla di straordinario: tutte queste “modifiche” sono parte dell’ABC di qualsiasi arrangiatore. Ma la loro accumulazione ci fa sospettare qualcosa: quello che, appunto, il ritornello ci rivela.

Se hai studiato un po’ di latino, sai che la parola “venenum” significa sia pozione maligna, sia rimedio guaritore. Ma piuttosto che soffermarmi su questa parola, scenderei di qualche rigo fino a quella con cui la prima viene fatta rimare: “treno”. Alla fine del ritornello, dove o si concentrano le idee in una fulminea punchline, o viceversa dove si libera la tensione con un rilascio istantaneo, Tananai sceglie di fare entrambe le cose. Lo fa giocando con la normalità di un’espressione alla quale, normalmente, non faremmo troppo caso: “Stare sotto un treno”.

Come possiamo sentire, l’artista capovolge l’ordine degli addendi: “Questo treno per cui sto sotto di te”. Rigirare l’espressione e cambiare la subordinazione permette a Tananai di annodare dentro la punchline altri due significati: un altro modo di dire gergale, “starci sotto”, e la sottomissione pura e semplice. L’effetto è un’esplosione di senso: dentro un qualsiasi colloquialismo Tananai ha condensato un’intera sfera semantica di malessere, dalla depressione al down post-narcotico, dal malanno stagionale alla malinconia amorosa (vero oggetto della questione). Stare male per amore vuol dire stare male in tutto e per tutto, rimanere confusi da una situazione che sembrava promettente e finire per trangugiare fino in fondo il veleno che – sappiamo bene – finirà per ucciderci.

Tananai piace (anche) perché riesce a concentrare questo comune ma ineffabile stato emotivo dentro altrettanto comuni giri di parole – Orazio l’avrebbe chiamata “callida iunctura”. Basta sfogliare la discografia dell’artista milanese per notare come il gergo terra-terra sia essenziale per la sua lirica. O antilirica, se possiamo prendere in prestito indebitamente un attributo spesso usato per spiegare Edoardo Sanguineti. “Stare sotto (a) un treno” di per sé non sarebbe nemmeno un’espressione così antipoetica: tecnicamente parlando, fa ricorso a una metafora e un’iperbole. Eppure, l’uso ne ha fatto un cliché basso.

Rispetto ad altri modi di dire, però, la musica italiana vi ha fatto ricorso con discreta parsimonia: la prima citazione che riesco a trovare è in La vita che fai di Briga del 2012; peraltro, non stupisce sentire “sotto a un treno” in bocca a un rapper romano dal momento che l’espressione è popolarissima nel (o forse proprio originaria del) lessico della Capitale. Un altro rapper romano, Jesto, l’ha usata a profusione: Rivoglio indietro (2012), T.H.C.C.D.A. (2013), Ti ricordi di me? (2014) e Anche oggi ho perso (2016). Mentre “sotto un treno” prendeva piede tra i colloquialismi del resto d’Italia, aumentavano anche le occorrenze in canzoni non-romane. Più di recente, l’abbiamo sentita a Sanremo, nel ritornello di Sinceramente della ligure Annalisa. Insomma, “stare sotto un treno” è parte dell’immaginario e del vocabolario condiviso, come molte altre espressioni tipicamente romane e romanesche: “daje”, “scialla”, “pischello/a”, “accollo” hanno fatto il giro della penisola tra il cantautorato indie e pop romano che si è imposto dalla metà del decennio scorso, e il successo di Zerocalcare.

Fatto sta che Tananai ha sempre avuto un debole per la parola colloquiale: “anche meno” cantava in Sesso occasionale, mentre in 10k scale approfittava del doppio senso di “non dormirci” per dipingere lo scenario, peraltro tragico, di un amore vissuto come abbandono. Come si dice da solo in Abissale, Tananai non vuole e non può essere “speciale”: lo specifico poetico del personaggio dietro cui si cela Alberto Cotta Ramusino è quello della normalità, con tutto il portato filosofico letterario che questo concetto si tira dietro (genuino, autentico, onesto, empatico – tutti valori che il pubblico sembra desiderare). Per questo nei testi si esprime in modo semplice, a volte sgrammaticato (ovviamente legittimato da licenza poetica regolarmente rilasciata): come quando usa “te” al posto di “tu” come soggetto in Fottimi, tanto per fare un esempio peraltro piuttosto comune in Calcutta (“magari non eri neanche te”, in 2 minuti). Non considero casuale il fatto che proprio il cantautore di Latina, specializzato nel cavar poesia fuori dalla quotidianità, sia stato soggetto di una canzone degli esordi di Tananai: “Ho versi belli in testa che non escono fuori”, diceva lì il nostro eroe. E ora qualche bel verso è venuto fuori, non si ferma più. E anche noi, scendiamo di qualche altro rigo, fin quasi alla fine della canzone, per notare come le scelte lessicali accurate, anche quando sembrano semplici, finiscono per condizionare il senso di un intero brano.

Siamo nel bridge, dove forse solo per creare un parallelismo di sillabe, una rima interna e un’assonanza, Tananai accosta “perdere gli aerei” e “prendere dei vizi”. Alla luce del ritornello, dal quale siamo appena arrivati, potrebbe invece sembrare altro: un’ulteriore sfilacciamento della metafora “sotto un treno”. Il fatto è che “perdere aerei” assomiglia terribilmente a “perdere i treni” (sempre quelli), cioè lasciarsi scappare occasioni. Se è giusto leggere un’ambiguità in questo passaggio, Tananai sta ribadendo il messaggio di fondo: l’amore ferma la vita nei suoi binari e la fa deragliare (siamo sempre sulla ferrovia) portandoci a sprecare opportunità o addirittura a decadere del tutto.

Quindi, perché amiamo? Non si sa, a questa domanda nessun cantautore ha saputo ancora dare una risposta esaustiva. Sappiamo solo che è un’esperienza ambigua, come il veleno che forse fa bene e forse uccide, ma per il quale comunque non esistono antidoti – Tananai ne parlava già in Saturnalia. Non è un concetto difficile, lo saprebbe dire chiunque. Forse addirittura con le medesime parole di questa canzone. Ma per usarle come sono usate qui, serve una padronanza tutt’altro che banale. Anzi, piuttosto eccezionale.

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