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Opinioni

Perché dovete ascoltare Rosa, la canzone che Raiz canta come don Salvatore in Mare Fuori

All’inizio di Mare Fuori 4 incontriamo il brano Rosa, prima ancora di vedere l’attore: chi sta cantando, Raiz o don Salvatore Ricci? O entrambi? Proviamo a rispondere con un po’ di storia, tenendo presente che pur non identificandoci con la pratica criminale di don Salvatore, possiamo riuscire a condividere il suo amore.
A cura di Federico Pucci
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Uno dei più grossi equivoci del nostro rapporto con la musica pop si verifica quando confondiamo l’artista e la sua arte. Non che un artista non debba saper motivare le sue scelte di parola, suono o immagine. Però, dobbiamo ridimensionare l’equivalenza tra persona, personaggio e messaggio. Qualche volta, il modo in cui una canzone viene interpretata, il contesto in cui nasce o (vedremo) il modo in cui è scritta, ci aiuta a distinguere i piani nettamente. Questo è il caso di Rosa di Raiz, una canzone che l’artista napoletano ha cantato “nei panni” di don Salvatore Ricci, il personaggio che interpreta nella serie Mare Fuori. All’inizio della quarta stagione della serie incontriamo il brano, prima ancora di vedere l’attore: chi sta cantando, quindi, Raiz o don Salvatore? O entrambi? La domanda ci riporta alla fallacia iniziale, e per rispondere alla prima e risolvere la seconda serve un po’ di storia.

La tradizione di mettersi in altri panni per cantare è talmente antica da sembrare ormai remota e lontana. Invece, la canzone popolare per come la conosciamo noi (cioè, filtrata dall’esperimento musicale e culturale americano) ha trovato proprio nel teatro musicale il suo primo grande serbatoio di composizioni. Da Summertime a My Favorite Things, il “grande canzoniere americano” si è tradotto dal palcoscenico alla discografia senza preoccuparsi della rappresentazione, ma estrapolando la melodia e le parole come prodotto da consumare a parte. Il contenuto e il messaggio di quei frammenti musicali, insomma, restava valido anche lontano da un sipario. Eppure, la messinscena è rimasta connaturata al pop: basta ricordarsi che 19 su 30 partecipanti della prossima edizione di Sanremo canteranno con uno pseudonimo. E ciononostante, anche a dispetto dei molti autori che aiutano diversi di loro a scrivere le canzoni, non metteremmo in dubbio la sincerità della loro proposta.

È dentro quest’ambiguità di fondo che noi ascoltatori ci dobbiamo inserire, per cogliere quello che la canzone può dirci a prescindere dal suo contesto o dalla messinscena che l’accompagna. Una lezione che andrebbe appresa anche quando si discute del presunto invito alla criminalità di certo rap: non perché non abbia senso riflettere sui contenuti delle canzoni in generale, ma perché – come abbiamo detto – interpretare un personaggio nella musica non significa identificarsi interamente con i suoi valori e portarli a esempio da imitare. Ad esempio, a proposito di criminalità, nessuno si sognerebbe di scambiare Raiz con don Salvatore, di pensare che i reati del secondo siano da imputare al primo. Eppure, quando questo canta una serenata dedicata a sua figlia Rosa, le tre persone (Gennaro Della Volpe, Raiz e Salvatore Ricci) entrano per un momento in contatto. Il sentimento scritto nella sceneggiatura, di per sé, è pura finzione. La canzone che lo traduce in melodia, di conseguenza, è fittizia. Eppure quell’amore paterno ci suona autentico, e siamo capaci di trasferirlo oltre i limiti del personaggio criminale. Per capire come mai vale la pena guardare dentro la musica.

L’accompagnamento di Rosa è una sintesi della storia musicale di Raiz: da una parte, un beat oscuro di radice dub prodotto da Paolo Baldini (già collega negli Almamegretta) rimanda a un’elettronica urbana dal sud del mondo; dall’altra la chitarra e la mandolina suonate da Giuseppe De Trizio incarna l’identità napoletana e classica della composizione.

Qualcosa di estremamente classico si sente già nell’incedere della strofa. Nella prima sezione sentiamo palleggiare il Re minore (la tonalità della composizione) e il La maggiore, accordo “preso in prestito” dal Re maggiore che svela meglio la natura di questa canzone (siamo di nuovo nella scala minore armonica di cui si parlava una settimana fa): questo ciclo di tre accordi non muove nulla di particolare, e infatti il testo di Raiz si limita a introdurre la scena (trad. it. “Mi sono svegliato in un’alba rosa”). Il secondo verso, invece, introduce un motivo di tensione: l’interlocutrice e dedicataria – che nell’introduzione della prima puntata della quarta stagione vediamo stesa sul letto, ancora bambina – si è trasformata in adulta; mentre Raiz canta che “nei miei sogni eri vestita da sposa” gli accordi fanno un allungo da strappo muscolare, con un Do e un Fa che accumulano forza senza che questa si possa sfogare, come nella Lacrimosa del Requiem di Mozart che usa la stessa successione armonica per caricare di aspettativa la promessa della resurrezione (“qua resurget ex favilla”). La terza parte della strofa (“Mano nella mano come se fossi una bambina”) pone il dilemma che anticipa già la fine, una cadenza che si risolve di nuovo momentaneamente nel Re minore. Prima che la quarta e ultima parte (“Ti baciavo e ti dicevo: sei la più bella”) concluda definitivamente questa visione con un segno d’amore, ma anche un gesto d’addio, facendoci rotolare giù dal Si bemolle, al La e di nuovo sul Re minore. Tra parentesi, vale la pena ricordare che sopra accordi e con movimenti melodici non molto diversi da questi Fabrizio De André cantò Un giudice e Il bombarolo: due fra le migliori composizioni pop “nei panni” di un personaggio che siano state scritte in lingua italiana.

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Se le corde pizzicate sulla mandolina – o il momentaneo accostamento a Mozart – ti hanno fatto sentire un profumo antico, fidati del tuo naso. La forma letteraria stessa di questo brano viene da lontano: nei versi c’è l’agrodolce allegria degli epitalami, i canti dedicati ai nuovi sposi da grandi poeti greci e latini come Saffo e Catullo, dove l’emozione descritta è talmente soverchiante da confondere gioia e tristezza. D’altra parte, gli accordi che accompagnano il canto si inseguono in una maniera che ricorda da vicino la musica di corte rinascimentale, dove simili progressioni (come la romanesca) venivano suonate sopra ottave di endecasillabi, spesso d’amore. Qui l’amore è quello di un padre per la figlia: “Non esiste una cosa più bella di un padre e una figlia”, canta nella seconda strofa Raiz. Questo rapporto familiare profondo, il suo radicamento quasi ancestrale nella nostra cultura come una relazione ancora più speciale e sacra rispetto a quella tra un padre e un figlio, porta alla luce tutti questi riferimenti antichi. Ed è qui che si insinua il legame tra un artista e il suo personaggio.

Quando nella seconda stagione di Mare Fuori al mio personaggio è stata attribuita una figlia, per di più di nome Rosa, è scattato uno strano meccanismo di auto-identificazione che si esprime al suo massimo in questa canzone”, ha spiegato in un comunicato stampa Raiz. “Salvatore Ricci racconta di un sogno che ha fatto: un impossibile domani di riscatto, redenzione e amore paterno ma la sua voce è la mia che canta per mia figlia cinquenne”.

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Nel cold open del primo episodio della nuova stagione, quando in un flashback vediamo Salvatore intonare questa melodia a mo’ di ninna nanna a una piccola Rosa, i personaggi sono liberi dalle implicazioni delle loro storie personali. Gli stessi versi della canzone, anzi, proiettano nel sogno e nel futuro l’innocenza solo Rosa può incarnare, e al quale Salvatore implicitamente aspira (“Sono diventato un altro”). Questo nugolo di sentimenti, aggrappato alla melodia di una canzone, può appartenere a ogni essere umano, qualsiasi percorso abbia intrapreso la sua vita. Non ci sogneremmo mai di identificarci con la pratica criminale di don Salvatore, ma possiamo condividere il suo amore. Cantando nei panni del suo personaggio televisivo Raiz, pescando da una musica talmente lontana da sembrare eterna, ci permette questo scambio empatico. E noi, da ascoltatori, dovremmo imparare a sentire la musica sempre così.

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Federico Pucci è un giornalista musicale. Ha collaborato con ANSA dal 2012 al 2019, occupandosi di spettacoli e cultura per la sede di Milano. Tra il 2020 e il 2023 ha diretto il magazine musicale online Louder, creando e producendo oltre 200 videointerviste e format originali. Nel 2019 ha scritto un libro sui sessant'anni di storia di Carosello Records. Ogni settimana pubblica una newsletter chiamata Pucci.
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