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Perché Donne ricche di TonyPitony funziona per il suo testo osceno, e non malgrado questo

TonyPitony è uno dei fenomeni musicali del momento, e “Donne ricche” la sua canzone virale. Il successo di questo brano esiste grazie al testo, non malgrado questo, come alcuni dicono.
A cura di Federico Pucci
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TonyPitony
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La prima critica che non si dovrebbe rivolgere a un artista di musica satirica è che la sua satira sia già stata sentita e non abbia nulla di originale da aggiungere. Non importa se sia vero (lo è quasi sempre), perché la funzione della musica satirica non è contribuire in modo originale alla cultura popolare, ma banchettare con le carni molli del ventre del paese su cui quella cultura si poggia. La seconda critica che non si dovrebbe rivolgere a un artista di musica satirica è che la sua musica sia più piacevole di quanto i testi non lascerebbero immaginare. Anche in questo caso si commette un crimine di ovvietà: serve intelligenza per saper mandare tutto in vacca.

Proveremo a non cascare in questi equivoci parlando di TonyPitony e della sua nuova volata verso la popolarità che in queste settimane ha il suono di una canzone: "Donne ricche", nell’arrangiamento acustico del suo ultimo EP, "Peccato per i testi", uscito a inizio dicembre. Stabile da settimane in top 10, popolarissima su TikTok, la canzone segna un picco che impone di approfondire il personaggio al di là della viralità per capire cosa avvicina sempre il pubblico a un tipo di proposta simile.

"Peccato per i testi" è un commento che si legge spesso sotto le canzoni del progetto artistico del personaggio TonyPitony. Sui suoi social, su YouTube, una reazione piuttosto comune è stabilire una gerarchia tra una musica che aspira all’elegiaco, all’aulico, e dei versi che invece rotolano gioiosamente nel grottesco e nell’indecente. Può sembrare un esercizio futile per il nostro gusto abituato a secoli di estetiche classiche neoclassiche romantiche post-romantiche e quasi mai davvero moderne, ma così non è. Ovviamente le due qualità (bontà della musica e orrore dei testi) non sono separabili: anzi, se non fossimo in grado di apprezzare la distanza tra le due non potremmo percepire lo scarto di significato dentro cui sta il paradosso, e quindi la risata.

Cornutone degli Squallor non è un classico solo perché ha un testo che fa ridere: fa ridere ed è entrata nel canone perché suona perfettamente a proprio agio accanto alle ballate sentimentali di cui ricalca le forme con abilità. La parodia, insomma, è necessaria in una certa misura perché si possa apprezzare quello che un TonyPitony ha da offrire: per dirla semplice, se i testi fossero più “normali”, non saremmo in grado di distinguere le sue canzoni da altri discreti musicisti in circolazione.

Da un punto di vista estetico-musicale, insomma, la fortuna e la sfortuna di TonyPitony sono due facce dello stesso fenomeno: la difficile digestione del post-modernismo nella cultura italiana, che pure di post-modernismo ne ha prodotto a bizzeffe: la TV commerciale, in particolare, che è uno dei feticci delle canzoni del suddetto, dalle menzioni del Gabibbo e Striscia La Notizia alle molteplici rappresentazioni di figure come Barbara D’Urso nelle grafiche dei video – lo stesso portavoce del progetto ha spiegato spesso che l’elemento visivo è importante quanto le canzoni.

E infatti l’aspetto del personaggio che sale sul palco e canta le canzoni di TonyPitony è emblematico. A coprire l’identità del musicista c’è una maschera-cappuccio in gomma di Elvis, una maschera che non copre ma amplifica, come ha avuto modo di ricordare nelle sue interviste, che diventa una prova di autenticità anziché una dissimulazione. E il messaggio autentico che trasmette è la bruttura della vita, la decadenza dell’uomo sotto il sottile strato di trucco dell’artista, come fu per il simbolo del Re del rock’n’roll ridotto a una parodia di sé stesso sotto le luci di Las Vegas, per sfamare la bestia dell’intrattenimento consumistico e quindi (involontariamente) svelarne la crudeltà di fondo. E questo è quello che i testi di TonyPitony promettono: uno squarcio nell’orrore della condizione umana, nello sbaglio che ci accomuna, nella crudele barzelletta della quale (come nel caso del Comedian di Watchmen) ci accorgiamo troppo tardi, lasciando solo la possibilità di sorridere amaramente.

Nulla di tutto questo è nuovo: possiamo risalire fino alle grottesche farse di eroi e dèi messe in scena da Aristofane di fronte a un pubblico invitato a prendere tremendamente sul serio le stesse figure nello stesso teatro di Atene: le stesse ossessioni scatologiche e sessuali (il culo e i piedi che affollano le parole di TonyPitony); la stessa fauna trash dell’immaginario popolare; lo stesso pessimismo di fondo verso le convenzioni sociali; la stessa fragilità maschile e lo stesso terrore della povertà, sbattuti sul ghigno gretto e (talvolta) liberatorio che mezzo secolo fa toccava alla maschera dello Zanni nella commedia dell’arte.

Il bisogno di trovare una moglie che lo mantenga rende il personaggio di "Donne Ricche" una sorta di summa dell’estetica di TonyPitony: economicamente inetto ma attirato dalle belle cose e dai marchi; privo di eredità per le scempiaggini della generazione precedente; il protagonista, un alter-ego del tipico millennial abbandonato dal mondo, è disposto anche a reprimere la sua vera indole pur di trovare una donna che tenga accesa la luce sulla finzione il più a lungo possibile. Un anti-eroe fino in fondo, questo personaggio trova nella soddisfazione monetaria una motivazione sessuale, rendendo ancora più patetici e grevi i suoi riferimenti espliciti, come un’ammissione di impotenza.

Non c’è nulla di eccezionale, insomma, nella sua personalità ed è per questo che questa intensa interpretazione suona paradossale e quindi, per molti, divertente. Anzi, "Donne Ricche", con il suo giro di quattro accordi che può andar bene per un beat di Avicii o Katy Perry così come per un lento, si confonde perfettamente nella fauna musicale italiana tanto nella sua versione hyper/house dell’arrangiamento del 2023 quanto oggi nella sua reintepretazione “messa a nudo” del nuovo EP. Si può dire proprio che la stessa esigenza di spogliarsi di complesse e artificiose produzioni per darsi in un modo più “autentico” risponde alle ansie culturali di questo frammento di secolo.

In generale, le stesse evoluzioni musicali di TonyPitony rispecchiano lo stato della musica italiana contemporanea, dove la ricerca del successo è ossessiva e produce capriole stilistiche strepitose. Quasi fosse un componente ad honorem dei recentemente redivivi Spinal Tap, anche TonyPitony ha attraversato nei suoi 5 anni di esistenza una miriade di generi talvolta in contraddizione, ma mai tradendo la profonda ridicolaggine del tutto. Dall’esordio del 2020 a oggi vediamo susseguirsi le ondate di mode del pop italiano. Come il rettile da cui prende il nome, il personaggio ha serpeggiato tra tendenze dance ("Tua Mamma", "Cetorino"), trap-soul ("Polietilene"), pop-punk ("Neopatentate") e hyperpop ("Anima Mia") che hanno contraddistinto il pop in questa prima metà degli anni Venti. Fino a trovare – per ora – una formula funzionante nell’indie-pop confessionale di "Culo". Proprio come le aspiranti popstar di cui fa la parodia, TonyPitony le ha provate tutte (compresa una celebre audizione a X Factor nel 2020) per emergere e avere successo, cooptando ogni possibile genere musicale e masticando e sputando ogni svolta.

Come capita spesso nella musica italiana (ne parlammo a proposito di Ultimo) è una forma di melodiosa e contrita sincerità a lasciare il segno: mentre il mondo accelera verso il futuro, puntando dritto verso un muro di cemento, in Italia le ballate sentimentali sono ancora la scommessa musicale più sicura. "Culo", la versione di TonyPitony di questa formula di successo è “politicamente scorretta” in modo plateale perché contiene una fantasia di sesso non consensuale nel secondo ritornello, ma ci si deve augurare che non abbia guadagnato fan per un’adesione letterale a quel desiderio putrido. Semmai, girando intorno a questa bruttura come a tutte le altre del personaggio, "Culo" sembra funzionare per il carattere grottesco di questo protagonista, pessimo amante e pessimo compagno che non ha nessuna intenzione di aspirare a qualcosa di migliore del suo grado bestiale e si dipinge senza imbarazzo in questi colori.

La figura del corteggiatore/fidanzato/amante sfigato che non ce la fa, del resto, funziona sempre. Dal protagonista di "Colpa d’Alfredo" alle sventure di un Gazzelle, si può tracciare un lungo filone della canzone italiana dove l’eroe romantico non fa nulla di particolarmente eroico, se non ammettere candidamente le sue imperfezioni. Di anti-Baglioni e anti-Cocciante è piena la musica indie da Calcutta in giù, una corrente volutamente contraria alle enfasi della canzone d’amore pre-millennio, per quanto poi vittima degli stessi trucchi cantautorali, opportunamente ricontestualizzati per dipingere non un ritratto titanico, ma una sua squallida parodia. L’ironia è necessaria quasi più come meccanismo di autodifesa che come chiave di lettura: se non si accetta un certo distacco da quello che si sta cantando, non si può sopravvivere con l’idea di aver cantato il coro di un perdente incapace di seguire norme di convivenza sentimentale perché insensibile al loro valore.

Questo è un po’ il ritratto del maschio fragile e inetto che popola tante canzoni d’amore di ogni genere, e in questo senso TonyPitony cade perfettamente dentro le sue coordinate stilistiche e filosofiche: è un crooner che ha le doti musicali ma non lo charme; comprende le regole armoniche e compositive della serenata ma non le sue motivazioni. Una spiegazione è che la sua musica ritragga proprio la tipologia di maschio che in quelle poetiche disturbanti e patetiche si rivede in modo non ironico: come un rito di passaggio che permette l’accesso al mondo degli adulti dopo uno stravolgimento della realtà, la musica satirica svolge una funzione che ciclicamente si riaffaccia nella formazione dell’adolescenza. Non si può diventare adulti senza aver massacrato le regole della vita adulta. Questo brivido darà per sempre agli artisti “demenziali” un vantaggio sui loro colleghi.

Chiunque sia cresciuto con le canzoni di Elio e Le Storie Tese non troverà nulla di particolarmente originale dentro le canzoni di TonyPitony: le imbarazzanti imprese dei maschi ("Servi della gleba", "Nubi di ieri sul nostro domani odierno"), i gap generazionali ("Supergiovane") e di genere ("Essere donna oggi"), l’ansia eteronormativa e i tabù sessuali ("Il vitello dai piedi di balsa", "Piattaforma"), anche l’orrore della cronaca ("Cassonetto") e perfino il non-sense grottesco dei trend musicali ("Pipppero"). Il tutto in una confezione musicale ineccepibile (la competenza musicale degli Elii è ormai quasi un dato di fatto che non richiede altre spiegazioni) che pure coltiva il fascino del brutto (le vocine modificate, i fotomontaggi scadenti) perché è consapevole della necessità di far coesistere gli opposti per mostrare il paradosso e esistere appieno. Non malgrado i suoi testi, ma proprio grazie a questi. La mancanza di originalità non è il punto, insomma: è proprio perché ciascuna generazione di maschi insicuri può ritrovarsi in questi cliché che questi, in ultima istanza, funzionano sempre.

Certo, TonyPitony entra in scena in un mondo molto diverso. Dove la monocultura televisiva non esiste più. Dove i riferimenti musicali “alti” sono sempre meno presenti alla coscienza degli ascoltatori. Dove alcune convenzioni teatrali dell’assurdo si sono spente e si riflettono solo parzialmente nelle sottoculture dei meme, ma come riferimenti rimasticati troppe volte. Non importa, perché finché ci sarà qualcuno che chiuderà una rima con la parola “culo” ci sarà qualche ragazzo che riderà anche in assenza del contesto. La terza e ultima critica che non si dovrebbe mai rivolgere a un artista di musica satirica, infatti, è che la maggior parte del suo pubblico non capisca fino in fondo le implicazioni. Solo chi dice “peccato per i testi” non ha capito. Ma al giorno d’oggi, stando alle regole dell’industria musicale odierna, servono anche questi commenti: non si trasformeranno in biglietti per i concerti (che comunque vanno sold-out) o in dischi acquistati (e chi li compra più?), ma “fanno engagement”. E basta quello per emergere dal rumore di fondo e diventare, entro certi limiti, un personaggio popolare.

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