@ Daniel Mordzinski
in foto: @ Daniel Mordzinski

"Come le fabbriche si riconvertono nel produrre mascherine, anche noi scrittori possiamo dare il nostro contributo agli altri, in termini di pensiero". Più di un mese fa, prima che il coronavirus esplodesse nelle nostre vite, Paolo Giordano aveva pubblicato sul Corriere della Sera uno degli articoli più interessanti usciti fino a quel momento. Sulla Covid-19, certo, ma soprattutto sui modi in cui la matematica del contagio potesse esserci d'aiuto a ragionare nel caos. Da quel momento, l'autore di "Divorare il cielo", vincitore del Premio Strega 2008 con "La solitudine dei numeri primi", si è messo a lavoro su un saggio, uscito pochi giorni fa per le Vele di Einaudi dal titolo "Nel contagio".

Il risultato è un libro di settanta pagine che riunisce la voce autorevole dello scrittore e la genuina esigenza di comprendere meglio ciò che sta accadendo. Muovendo da solide basi scientifiche e matematiche, Giordano giunge (sembra un paradosso, ma non lo è) a tracciare possibili linee future sul ruolo degli intellettuali e della letteratura, dal suo punto di vista chiamata a uscire "dall'equivoco di essere considerata intrattenimento". Ne volevo sapere di più, così gli ho chiesto di rispondere a qualche domanda.

Dalla sua casa di Roma, lo scrittore classe '82 ci aiuta a comprendere meglio la pandemia del nuovo coronavirus, la sua genesi e i suoi effetti sulla nostra società.

"Nel contagio" è tecnicamente un instant book. Ma dal mio punto di vista (perdona la ripetizione) è una riflessione sulla necessità di cambiare il nostro punto di vista. È come se l'epoca che stiamo vivendo ci chiedesse di "riattivare" il tradizionale ruolo testimoniale della letteratura e di farlo adesso, nel mezzo della tempesta, elaborando un pensiero ad andamento lento dalla pancia della balena, quando ancora non ci è tutto chiaro. Cosa ne pensi?

In questi giorni, conversando con alcuni giornalisti stranieri, ho avvertito questo strano pregiudizio: perché scrivere di questa cosa così in fretta? La letteratura vive di masticazione, di tempi lenti. In effetti, mi son detto, io sono uno scrittore lento. In tempi normali sarei d'accordo, eppure in quest'occasione ho avvertito l'esigenza di una maggiore tempestività ed è per questo che ho scritto "Nel contagio". Arriva un tempo in cui ognuno deve impegnarsi in quello che sa fare meglio, una sorta di istinto che ci porta a mettere disposizione degli altri quel che si ha. Nel mio caso, è il contributo che può dare uno scrittore con una formazione scientifica alle spalle.

In cosa consiste il compito di uno scrittore all'epoca della Covid-19?

Nel prenderci il tempo per pensare, tempo che altre persone fanno difficoltà ad avere. Da un lato abbiamo bisogno di un tempo che elabori il pensiero dell'emergenza, e in questo ci stanno aiutando la matematica, la medicina, l'economia. C'è poi un pensiero lento, che riguarda una serie di connessioni che questa pandemia ha con i nostri comportamenti, su come ripensare i fondamenti della nostra civiltà. È un pensiero che dobbiamo iniziare a nutrire adesso, affinché tutta questa sofferenza non sarà stata un sacrificio vano. Forse non è colpa di nessuno, ma troppo a lungo si è preteso che la figura dell'intellettuale svolgesse un ruolo decorativo, che lo scrittore fosse un semplice delegato al commento emotivo della realtà.

La questione dell'impegno intellettuale è spinosa. Ci saranno coloro che ti diranno di non considerare già da tempo il proprio ruolo di tipo decorativo. Eppure, nel tuo ragionamento, mi sembra di intuire qualcosa che va al di là della questione sull'essere "engagé" o meno, ma rimanda a una dimensione più visionaria del ruolo dello scrittore nella nostra società. Cosa per cui non è inessenziale la scelta del linguaggio che si adopera. Cosa ne pensi dell'uso della metafora bellica per raccontare l'epidemia?

Che si tratta di una scorciatoia linguistica. Siccome non riusciamo a trovare il modo appropriato, facciamo ricorso a un ambiente lessicale che sentiamo più vicino. Così facendo corriamo il rischio di mancare di rispetto sia a chi in passato ha vissuto la guerra sia a chi è stato colpito dal contagio attuale. Il virus esige il suo lessico, le sue specificità. Il linguaggio bellico è da maneggiare con cura, perché la fase che stiamo attraversando nasconde insidie autoritarie, possibili disordini e violenze. Dobbiamo stare molto attenti a dire migliaia di volte al giorno che siamo in guerra, perché poi va a finire che la gente inizia a comportarsi come se lo fosse davvero. Dobbiamo scegliere con cura le parole che usiamo.

Da cittadini qual è un possibile "vocabolario" da cui attingere?

Certamente quello scientifico. Dovremmo fare lo sforzo di assumere il linguaggio degli scienziati, che in questa fase si stanno spendendo in modo massiccio, perché hanno compreso l'importanza ricoperta dalla comunicazione in una situazione del genere. Ecco. Quella che stiamo vivendo è un'occasione unica per ascoltare il modo in cui la scienza si esprime, scegliendo i termini appropriati, mettendo in campo il dubbio, optando per uno stile meno muscolare.

Quest'ultimo è di solito una prerogativa della politica. Tra le pagine del libro affiora spesso la parola diffidenza: verso la politica, verso gli scienziati, tra noi cittadini, della politica e della scienza nei confronti dell'opinione pubblica. Con il risultato che la popolazione finisce per essere trattata come una massa di bambini a cui comunicare soltanto concetti elementari e quasi primitivi. Ritieni ci siano responsabilità dei politici e degli scienziati in questa situazione?

Non sono d'accordo con la narrazione del nessuno poteva capire niente e quindi non è responsabilità di nessuno. Non possiamo pensare che il virus sia un meteorite che per qualche ragione ci è stato caduto addosso. Le inefficienze ci sono state e ci sono ancora. Per rendersene conto basta guardare all'esperienza della Corea del Sud e di Singapore, anche se avevano già maturato un'esperienza importante nel fronteggiare epidemie come la SARS e la MERS. Tuttavia per l'analisi delle responsabilità "tecniche" ci sarà tempo per discutere, ora è importante preoccuparci di mettere in salvo le persone. Ma è importante sottolineare le responsabilità allargate, che chiamano in causa la correlazione tra politiche ambientali e l'emergere della crisi da Covid-19. La politica è stata per decenni incapace di ascoltare, di immaginare soluzioni strutturali a problematiche complesse. In questo i governanti dovrebbero imparare a coltivare il dubbio, imitando gli scienziati quando ammettono: "Non lo sappiamo, non conosciamo ancora il virus, non possiamo fare previsioni". Il coraggio di dire "Non lo so", di fornire risposte scomode, è ciò che vorrei facesse una buona politica a partire dal prossimo futuro.

A proposito di futuro. Un tema che diventerà urgente a breve è quello dell'epidemia in zone di guerra da cui partono i migranti che poi arrivano in Occidente. Nel libro parli del virus come un migrante, lo definisci uno dei "tanti profughi della distruzione ambientale". Cosa pensi accadrà quando il tema degli spostamenti di masse di persone incrocerà il coronavirus?

Intanto accadrà che i tassi di mortalità saranno più elevati dei nostri, dopodiché quelle zone si trasformeranno nei nuovi serbatoi in cui il virus si nasconderà, pronto a diffondersi nuovamente da noi. Il virus ci insegna anche questo: non aver saputo dare una risposta sistemica al tema delle migrazioni in passato,ne lascerà emergere tutte le criticità. E soprattutto testimonia il fallimento dell'idea per cui bisogna chiuderci in noi stessi, sigillarci e lasciare fuori il resto del mondo. Non possiamo fermare il virus con i confini e non fermeremo l'ondata migratoria pattugliandoli più severamente in futuro. Oggi, più che mai, è necessaria una soluzione cooperativa che affronti il problema alla radice. Dobbiamo essere uniti a livello internazionale nella tempesta.

Il tuo ricavato dalle vendite di "Nel contagio" finanzierà due borse di studio presso la Sissa – Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste: una riservata a dottori di ricerca in campo epidemiologico, l'altra a data journalist per un'indagine sull'epidemia di Covid-19. Peraltro si stanno moltiplicando le raccolte fondi in giro per il Paese, così come sono tante e diverse le reti di cittadini a sostegno dei più bisognosi. C'è poi il fatto che quasi tutti ormai rispettiamo le regole. In generale, da queste epidemia, non ti sembra stia venendo fuori un'Italia diversa da come siamo soliti raccontarcela?

Hai ragione. Sin da subito ho notato questa grande disciplina degli italiani. Sono convinto che se restiamo in casa lo facciamo anche perché abbiamo paura di prenderci la Covid-19, ma soprattutto perché abbiamo capito quanto è importante dare una mano alla collettività e, in questo modo, a noi stessi. Come bisognerebbe fare con le tasse (per chi non le paga): rinunciare a una fetta di ciò che ritengo soltanto mio per aiutare la comunità e quindi, di nuovo, me stesso. Il Paese solidale e quel civismo di cui parli era già lì, adesso si tratta di sostenerlo e raccontarlo.