Intervista a prima stanza a destra: “Faccio musica per far sentire meno soli. L’anonimato? Protegge dall’ego”

Si chiama prima stanza a destra il progetto musicale anonimo che regala a Napoli una voce in più nel suo bouquet musicale. È uno dei progetti più interessanti di questi mesi e il nuovo EP "la ragazza che suonava il piano" lo conferma. L'anonimato serve come protezione per la sua musica dall'ego: dream pop, synth pop, una donna al centro di questa sorta di concept EP e un tour in corso. Abbiamo intervistato il cantautore e musicista.
Come nasce il progetto prima stanza a destra?
Il progetto è nato casualmente nell'estate del 2023. Stavo parlando con un amico ai giardinetti del Corso Vittorio Emanuele a Napoli. Dal nulla gli dico che mi è venuta in mente l’idea di iniziare a cantare in falsetto su dei beat ambient che avevo. E così e stato. A questa musica volevo accompagnare delle foto di paesaggi urbani, senza pretese, senza aspettative, con canzoni che avessero pochissime parole. Mi piaceva l’idea che le persone potessero associare queste canzoni a un luogo più che a una persona.
C'entra col nome?
Sì, da qui anche l'idea del nome, perché a casa la "prima stanza a destra" è realmente la mia stanza, il luogo in cui nasce tutta la musica che faccio e che custodisce molti dei miei ricordi.
Cosa ti fa paura di questa vita e del futuro?
Stare rinchiuso nei miei pensieri.
Cosa ti ha spinto, per ora, a mantenere l’anonimato?
È un'esigenza personale, la vedo come una forma di protezione della musica dall’influenza dell'ego.
È chiaramente un lavoro sulle inquietudini, tue, senza dubbio, ma non solo (penso anche alla protagonista di "tu non vuoi nessuno"). Da quale bisogno nasce?
Tutto nasce dal bisogno di dare forma alle emozioni, trasformarle in musica che possa far sentire gli altri (e anche me stesso) compresi, meno soli. Ci sono inquietudini e paure ma anche sentimenti più "luminosi" come amore, amicizia, speranza. Per me è un lavoro di connessione tra le persone attraverso le emozioni.
Quali sono le vecchie canzoni che "dicono di non fidarsi mai"?
Nella musica leggera (italiana e non) si racconta molto spesso di persone che hanno dato tanto e alla fine sono rimaste deluse, magari per la fine di un amore o di un'amicizia. Crescendo ho iniziato a sentirci dentro, anche indirettamente, un invito a difendersi, ad essere cauti nei rapporti che scegliamo di costruire. Mi interessava quel conflitto: quando non puoi prevedere se aprirti agli altri ti darà gioia o ti ferirà, e quindi non sai cosa fare, se proteggerti o esporti.
Nel comunicato si dice che rispetto al passato le canzoni vanno oltre il mantra, prendono respiro. È vero, eppure il gioco delle ripetizioni resta una costante. È qualcosa che ti aiuta nella scrittura o è casuale?
No, non è casuale. Quando scrivo e produco, il mio unico parametro è l’emozione: cerco sempre l’elemento che mi emoziona di più. A volte il solo fatto di ripetere una frase o una parola le dà un significato nuovo, un’importanza che prima non aveva. Nella mia musica succede spesso, anche nei pezzi che hanno strutture più ampie e maggiore attenzione ai dettagli come in questo progetto.
In Infinito sento un modo di cantare che mi porta alla mente Enzo Carella… ma forse è una sovrainterpretazione. Di certo c’è il tuo modo di cantare, un falsetto ormai caratteristico.
Questa cosa mi onora perché lui è un artista di culto. Ha fatto musica in modo diverso, nuovo, lo ammiro. Non ho mai pensato a lui come a un’influenza, ma queste cose a volte sono inconsapevoli, quindi chissà! Grazie, per me è un gran complimento.
Dream pop, synth pop, sicuramente c’è un lato onirico molto caratterizzante. Qual è il tuo processo creativo?
Il mio processo creativo è molto variabile e imprevedibile. Capita che sono in camera, suono le tastiere, cerco suoni e progressioni armoniche, e all’improvviso esce fuori qualcosa di magico, speciale e in quei momenti le parole arrivano da sole, in pochissimo tempo. Quando succede, escono fuori canzoni che reputo preziose. Altre volte invece accumulo idee strumentali sulle quali non scrivo subito, ma che riprendo dopo mesi. È davvero un processo molto variabile, può capitare che un brano nasca così, oppure semplicemente al piano, dipende tutto dal momento.
Liszt è l’unico che riesce a calmarti (ovviamente la canzone è rivolta alla donna che percorre tutto l’album, ma non credo sia casuale il titolo)? Verso quale musica vai quando cerchi ispirazione?
Franz Liszt ha un valore molto importante per me e anche per la ragazza di cui parlo nell’EP. Non entrerò nei dettagli, ma la sua musica ci ha fatto incontrare. Il sottofondo del trailer del disco è il terzo Liebestraum. La canzone "Liszt" è una dedica molto ampia: a questa persona, a Liszt, ma anche alla musica in generale. Mi è sempre stata vicino, mi ha accolto e amato incondizionatamente per quello che sono, mi ha sempre dato la possibilità di esprimermi, mi ispira quotidianamente. Glielo dovevo.
Nell’album c’è Drast, ti senti parte di una scena più ampia?
Drast è sempre stato uno dei miei artisti preferiti, quindi sono grato e orgoglioso che faccia parte di questo progetto. Gli voglio un gran bene, mi ha insegnato tanto. Non mi sono mai pensato come parte di un gruppo o un movimento preciso, ma mi sento vicino a molti artisti, del presente e del passato, anche molto diversi tra loro.
Come stanno andando i live?
Per la prima volta ho potuto guardare le persone negli occhi e percepire davvero la loro emozione… è un’esperienza che mi ha profondamente cambiato, non avrei mai pensato di poter provare qualcosa di simile. Stasera siamo a Napoli, la mia città, e abbiamo già suonato a Milano, Bologna e Roma.
Ce li racconti?
In questi live suono due tastiere e canto, circondato dal disegno luci di Bianca Peruzzi, che ha fatto un lavoro bellissimo. Ci sono luci più sognanti e intime che ricordano la dimensione della "stanza", e i bagliori che la attraversano passando dalla finestra. Ma ci sono anche luci più brutali e urbane: sul palco ce ne sono proprio due che richiamano dei lampioni. Che poi sono gli stessi elementi visivi dei videoclip che ha girato lei, soprattutto quelli di "ti amo".
Che cosa ti stanno dando questi primi concerti?
Mi sto accorgendo che le persone si emozionano molto, come se entrassero in una dimensione parallela, pura. È quello che speravo succedesse. Credo che suonare dal vivo sia la cosa più bella del fare musica, subito dopo la parte creativa in sé. Ha qualcosa di profondamente umano: siamo abituati a vivere tutto attraverso uno schermo, mentre trovarsi a interagire con delle persone unite dalla stessa energia è davvero impagabile. Spero in futuro di farne tanti altri.