"La tempesta d'odio nei confronti di Silvia Romano è una parte del problema, tra cui il fatto che per molti italiani la parola Somalia è sinonimo di selvaggi e in molti parlano di Islam senza sapere nulla". Per Igiaba Scego, scrittrice italiana di origini somale ("Appartengo a entrambi i Paesi e ne vado fiera"), nel 2020 in libreria con "La linea del colore" (Bompiani), la questione apertasi negli ultimi giorni, dall'arrivo di Silvia Romano all'aeroporto di Ciampino, con le immagini della cooperante italiana avvolta da uno jilbab, squarcia una ferita mai risanata nel rapporto tra il nostro Paese e le sue ex colonie.

Perché quando si parla di abiti tradizionali somali stiamo dicendo una sciocchezza?

Semplicemente perché non esiste un vestito tradizionale somalo, alla stessa maniera in cui non esiste un vestito tradizionale italiano, francese o tedesco. In Somalia c'è la moda, come dappertutto, che cambia nel tempo. Negli anni Settanta andavano i pantaloni a zampa, ora i jeans stretti. Per molti sembra incredibile, ma la moda cambia anche nel Sud globale del mondo.

Waris Dirie, top model somala e ambasciatrice UNESCO
in foto: Waris Dirie, top model somala e ambasciatrice UNESCO

Come è cambiata la moda degli abiti femminili in Somalia e qual è il suo rapporto con la religione?

Un importante spartiacque c'è stato dopo l'11 settembre e con lo scoppio della guerra civile. Da quel momento, c'è stata una imponente penetrazione della moda dei paesi del Golfo Persico. Molte donne hanno iniziato a vestirsi come in Arabia Saudita o negli Emirati Arabi. In apparenza, sembrerebbe un discorso religioso, ma il vestirsi per le donne somale ha sempre seguito anche altre dinamiche.

Quali?

Abbigliarsi come come una donna del Golfo significava vestirsi come i ricchi, questa dinamica vale per tutti i paesi del mondo. C'è poi un'altra questione. Spesso, quando parliamo di abiti nelle società arabe, lo associamo alla religione e al ruolo della donna. Ma il problema, per quanto riguarda il contesto somalo, non è il velo o il tipo di abito, ma il suo colore. All'inizio, la cosa che ho notato è che per imitare la moda proveniente dal Golfo Persico, le donne avevano smesso di vestire gli abiti di colori sgargianti che le contraddistinguevano in passato. Così il nero è diventato il colore predominante. Negli ultimi anni, invece, c'è stata un'inversione di tendenza e i colori vivaci sono tornati di moda. Lo si capisce anche dal modo in cui era vestita Silvia.

Perché?

Perché il suo era uno jilbab verde, cioè colorato. Che non è, come si è detto, un abito tradizionale somalo, ma è una delle tipologie di vestiario possibile. Molte lo considerano l'abito religioso per eccellenza, ma anche qui la religione c'entra parzialmente. Ogni donna, esattamente come nei paesi occidentali, sceglie un abito per mille motivi. Per sedurre, per sentirsi protetta, per sentirsi più vicina a Dio o semplicemente al modo più opportuno in quel preciso momento.

Silvia Romano al suo arrivo in Italia con Giuseppe Conte
in foto: Silvia Romano al suo arrivo in Italia con Giuseppe Conte

L'altro giorno in un post su Facebook hai denunciato la sovrapposizione del termine somalo uguale selvaggio. Come te lo spieghi nel 2020 in Italia? Cosa rivela del nostro immaginario?

Spesso alcuni italiani dimenticano dove nascono i guai della Somalia, dimenticano che la Somalia è stata una colonia italiana e le cose terribili che gli italiani hanno fatto in Somalia durante il fascismo e anche dopo, con l'amministrazione fiduciaria dei decenni Cinquanta e Sessanta, il sostegno e gli affari sporchi in combutta col dittatore Siad Barre, per non parlare della vendita di armi durante la guerra civile e i rifiuti tossici sversati . Basti pensare a Ilaria Alpi e alle ragioni che ne hanno portato alla tragica morte. In qualche modo, Italia e Somalia hanno un karma in comune. Tuttavia questi rapporti non sono bastati a far venir meno, nell'immaginario degli italiani, alcuni stereotipi come quello dei somali selvaggi. Oppure l'idea che la Somalia sia un paese facile, come per anni si è detto delle donne, considerate sessualmente disponibili, o per la depredazione delle sue risorse naturali.

Nel caso di Silvia Romano dove è rintracciabile una lettura possibile di questa distorsione?

In molti, quando hanno saputo che dietro la liberazione di Silvia, c'era la Turchia, hanno mostrato la loro indignazione. Sui social e sui media si sono sprecate le invettive e le analisi contro la perdita di influenza dell'Italia in Somalia. "Ma come, adesso ci stanno i turchi?" è l'ennesima, volgare espressione che fa capire cosa pensano gli italiani del paese di cui sono originaria. Questo mi ha molto ferito.

Confine tra la Somalia britannica e italiana nel 1935
in foto: Confine tra la Somalia britannica e italiana nel 1935

Come possiamo intervenire per cambiare quest'approccio?

La verità è che gli italiani devono essere decolonizzati dal loro stesso immaginario coloniale. Anche nel linguaggio ci portiamo dietro troppi retaggi, non solo del fascismo, ma della retorica tipica del XIX secolo. L'idea che l'altro sia stupido, inferiore, disponibile sessualmente, è un sottinteso della nostra cultura mai veramente messo in discussione. La cosa che possiamo fare è parlarne nei libri, in televisione, a scuola, provando a destrutturare il nostro sguardo, non solo raccontando il fenomeno storico del colonialismo, ma mostrando come si è evoluto. E poi bisogna pretendere che i nostri politici cambino, non è possibile essere rappresentati da persone con un immaginario malato, che usano un linguaggio imperialista che divide il mondo tra superiori e inferiori. Quanto ancora ci vorrà prima che si capisca che gli esseri umani sono tutti sullo stesso piano e che al limite si dividono in chi ha subito e chi ha fatto subire? Il dibattito sulle regolarizzazioni dei migranti in queste settimane è un sintomo grave di questa situazione. I termini mercantili e schiavisti con cui è stato discusso il tema sono una vergogna.

Quale il ruolo possibile degli scrittori e degli intellettuali in una situazione del genere?

Personalmente con i miei libri cerco di scavare nella storia e mostrare quello che la storia mainstream non racconta. Ne "La linea del colore" ho raccontato gli afro discendenti in Italia, la cosiddetta Black Italy. Non credo nella scrittura pedagogica, ma credo nello scavo storico e nel portare alla luce la complessità del passato. La storia del colonialismo italiano non è ancora stata raccontata in ogni aspetto, dobbiamo fare di più. Perché esiste ancora una linea del colore che divide i bianchi dai neri.