7 Marzo 2017
10:24

“I promessi sposi”? L’aspirazione al romanzo storico sommersa da un mare d’ironia

Il 7 marzo 1785 nasceva Alessandro Manzoni, lo ricordiamo con il più importante romanzo della letteratura italiana: “I promessi sposi”, ma attraverso una nuova lente, quella dell’ironia e del disincanto, che sfata ogni ambizione del romanzo storico.
A cura di Silvia Buffo
Ritratto di Alessandro Manzoni, Francesco Hayez (1841), Pinacoteca di Brera
Ritratto di Alessandro Manzoni, Francesco Hayez (1841), Pinacoteca di Brera

A Milano il 7 marzo del 1785 nasceva Alessandro Manzoni, forse il maggiore romanziere italiano di tutti i tempi, per la sua celebre opera "I promessi sposi", con cui ebbe il merito di patrocinare l'unità linguistica. Il testo classico per eccellenza, che divenne il caposaldo della letteratura italiana, è stato studiato sui banchi, perché etimologicamente il testo classico è il testo che si legge in classe, destinato a esser studiato da generazioni e generazioni di studenti. Di questo capolavoro in prosa però non sempre se ne sono valorizzate le virtù più autentiche, perché a livello didattico è stato trasmesso in maniera piuttosto grossolana. Etichettato bonariamente come il ‘romanzo degli umili, come ‘romanzo della provvidenza', quello dove l'amore eroico e puro di due contadini lotta contro le meschinità del mondo, ma solo negli ultimi anni, la critica recente ha valorizzato un aspetto fondamentale del testo, svelando tutta la genialità dell'autore, la cui penna, alla luce degli ultimi studi, risulta ancora più brillante.

"I promessi sposi" come il romanzo dell'ironia

Sembrerebbe un'espressione quasi dissacrante per calzare ad un romanzo che tradizionalmente era visto sotto un'altra luce, ma entrare nel cuore di un classico, vuol dire anche passare per le retrovie che spesso ci conducono in zone d'ombra preziose per la comprensione autentica di un testo, analizzato nella sua complessità, che più si indaga più suscita stupore. Guardare a "I promessi sposi" come una sorta di poema religioso è a dir poco riduttivo: è un romanzo mosso in ogni suo aspetto da un'ironia pungente e sagace, che troppo spesso è stata segnalata riduttivamente, come semplice misura retorica dello stile manzoniano, come elocuzione bonaria e scherzevole che coinvolge il lettore nella sapiente gestione narrativa di un autore cosidetto ‘onnisciente', un'ironia di primo grado, identificata in quella di apertura del romanzo, quando il narratore presenta i soldati della guarnigione spagnola con parole il cui significato letterale è opposto a quello figurato, quindi un'ironia di parola letterale e trasperente. Ma c'è ben altro.

Un'ironia più complessa, un'ironia di pensiero

"I promessi sposi", Francesco Gonin (1808–1889)

L'ironia oggetto degli ultimi studi, quelli di Pino Fasano, è un'ironia più complessa, un'ironia di pensiero che si propone come discorso allusivo e ingannevole, che si rivolge ad un lettore particolarmente scaltro. Ma c'è di più, quest'ironia è il principio costruttivo della narrazione stessa: l'autore istituisce una duplicità straniante dei piani narrativi, con la finzione del ‘manoscritto ritrovato', in lingua barocca, del ‘600. Alessandro Manzoni opera a questa congettura: si imbatte in una bella storia di due ragazzi innamorati ma in un italiano desueto, quello di un antico manoscritto che, con spirito letterario, l'autore si offre di riscrivere. E se da un lato Manzoni sembra dare piena realizzazione alla poetica del romanzo storico, come verosimile rappresentazione della storia, attraverso fatti e personaggi di invenzione, dall'altro segnala contemporaneamente l'inattendibilità di un simile connubio.

L'ambizione del romanzo storico e del vero e lo scetticismo di Manzoni: infondo non ci credeva

Manzoni, in particolar modo quello della prima edizione del romanzo, in cuor suo è mosso dalla nobile ambizione, secondo i più elevati valori letterari dell'epoca, di voler affidare alla letteratura l'arduo compito di rappresentare il vero, ma ad avere la meglio è la sua ironia, quella che attraverso il gioco dei diversi livelli della narrazione mette in luce la natura menzognera e ambigua della parola letterariamente elaborata. Eppure quando leggiamo quelle pagine piene di talento, come gli avvincenti episodi della ‘notte degli imbrogli', della ‘monaca di Monza', di un Renzo ingenuo raggirato dai giochi di parole dell'avvocato Azzeccagarbugli, siamo inondati dalle meraviglie di una scrittura che appare intrisa di nitido realismo. Una penna talentuosa quella di Manzoni, che non a caso ha attribuito dei nomi carichi di allegoria ai suoi protagonisti, come Renzo ‘Tramaglino' e Lucia ‘Mondella', nomi che non possono che evocare un gioco di trame e tessiture, quelle di una storia cucita ad arte.

Il carteggio intimo con gli amici svela l'ambizione e poi il disincanto di Manzoni verso il romanzo storico

Nella Lettre a M. Chavet sur l'unité de temps et de lieu dans la tragédie, scritta nel 1820, Manzoni si lascia andare alle prime esternazioni sulla rappresentazione letteraria della verità storica. Ancora non siamo nell'ottica del romanzo ma l'ambiozine sarà la stessa, quella di affidare allo scrittore, o poeta drammatico che sia, il compito di rappresentare la storia, mentre essa ci fa conoscere il lato esteriore delle cose, il poeta è in grado di restituire l'aspetto interiore, i pensieri, i sentimenti, le deliberazioni, i discorsi, l'individualità degli uomini nella storia. In una lettera del novembre 1821 all'amico Claude Fauriel troviamo nuovamente l'interesse per il genere narrativo, in cui stabilisce delle regole da cui l'invezione non può svincolarsi. Per Manzoni il romanzo storico deve essere una rappresentazione di un determinato stato di società per mezzo di fatti e caratteri così simili alla realtà da poter essere creduto una storia vera. Nasce così una prospettiva di accordo fra storia e invenzione, e difatti nella prima fase di realizzazione del suo romanzo è così che sarà.

La stroncatura di Goethe: si aspettava più fantasia e meno realismo da Manzoni

Poi durante il periodo di riscrittura, quello che va dal Fermo alla Ventisettatana, nell'epistolario emerge il primo atteggiamento di distincanto: in un'altra lettera al Fauriel del '23, l'autore parlerà del "Fermo e Lucia" come di un "noioso guazzabuio di carte" e nelle successive, del '26 e poi del '27, l'autore esternerà un'evidente insoddisfazione, dichiarandosi disincantato del suo lavoro e incoraggiato unicamente dal desiderio di liberarsene. "Tiritera", "filastrocca", "cantafavola" sono queste le parole con cui si esprime il Manzoni sul suo romanzo, e a dare il colpo di grazia al suo entusiasmo sarà la stroncatura definitiva di Goethe che rimprovera al testo un eccesso di parti storiche, contrastanti con la libera fantasia dell'invenzione poetica. Manzoni in risposta non gli diede torto, arrivando alla conclusione che il romanzo storico non sia altro che un gerere ibrido che pretende di coniugare invano vero storio e vero poetico, dando vita ad un risultato goffo e inconciliabile. Per questo nella versione definitiva de "I promessi sposi" possiamo scovare, da cima a fondo, pagina dopo pagina, lo scetticismo canzonatorio di una brillante ironia, il vero e autentico capolavoro narrativo del romanzo.

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