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Giovanni Lindo Ferretti torna coi CSI: “Hanno fatto di me un idolo e si sono incazzati, ma li avevo avvisati”

Dopo i CCCP, anche i CSI sono tornati assieme e hanno annunciato una reunion che li vedrà in tour nel 2026. Abbiamo intercettato Giovanni Lindo Ferretti durante la conferenza stampa di presentazione.
A cura di Francesco Raiola
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Giovanni Lindo Ferretti – ph Martina F. Chinca
Giovanni Lindo Ferretti – ph Martina F. Chinca

"Non fare di me un idolo mi brucerò. Se divento un megafono m'incepperò" cantava Giovanni Lindo Ferretti in "A tratti", canzone che apriva "Ko de mondo". L'album era il primo dei CSI – che hanno appena annunciato la reunion -, il nuovo gruppo del cantante di Cerreto Alpi che era stato voce dei CCCP e che da subito, memore di cosa aveva vissuto in precedenza, aveva cercato di mettere in guardia tutti. Inutilmente. Questi versi, che hanno scritto la storia, non sono serviti a nulla visto che la conversione successiva e l'avvicinamento alla destra di Atreju avrebbe eroso la mitologia che gli si era creata attorno. Lui che cantava l'anticapitalismo, si ritrovava dopo anni di silenzio, cavalli e ritiro, vicino a Ratzinger e Meloni.

"Io percepisco una grande linearità nella mia storia (…). La mia conversione, che ha creato così tanti problemi da una parte e dall’altra, per me era la cosa più ovvia che potesse succedere nella mia vita. Era ineluttabile che a un certo punto sarebbe successo" ha risposto alla collega dell'ANSA durante la conferenza stampa che confermava la reunion della band. Un Ferretti ironico e loquace, che si meraviglia quando ripercorre gli anni della conversione: "Ho vissuto quello che hanno vissuto in tanti: l’allontanamento con grande gioia, poi la fatica di ritrovarmi in un luogo in cui niente mi tornava più, poi la difficoltà del ritorno verso qualcosa che avevo dato per perso".

Appare scocciato solo quando gli si chiede di Atreju: "Ci sono cose di cui Ferretti non vuole parlare quando è il cantante dei CSI. Gli uomini devono permettersi questa complessità, non siamo riducibili a una cosa sola. Io ho un sacco di problemi con il mondo, ma non mi metto a parlarne sul palco dei CSI. Su quel palco sono parte di un ensemble" continua il cantante: "Sul palco dei CSI contano molto di più i CSI che sono più importanti di Ferretti Giovanni e delle sue elucubrazioni. Quando non ci sono loro, allora posso dare sfogo a tutto: alle mie ansie, alle mie malevolenze, al desiderio di distruggere il mondo".

CSI – Guido Harari
CSI – Guido Harari

Ferretti è molto divertito da questo incontro, da questa reunion e da quello che ne verrà. Si chiama "In viaggio" questo nuovo progetto che lo rivede al fianco di Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo, Ginevra Di Marco, Francesco Magnelli e Giorgio Canali. Un viaggio che prevede un tour, un film, probabilmente qualche nuova canzone per la colonna sonora (ma per Zamboni sarebbe un incubo) e un viaggio in Mongolia. Ne parliamo qui in maniera più ampia. Quella che segue è una conversazione che riusciamo ad avere con Ferretti alla fine di questo incontro. Non una vera e propria intervista, non c'era la tranquillità e l'ambiente per chiamarla tale. Però l'occasione per chiedergli di quella frase da cui siamo partiti e del suo silenzio era troppo forte e così abbiamo un po' forzato la mano. Col suo consenso, però.

Questa cosa del "Non fare di me un idolo mi brucerò" ti accompagna ancora. All’epoca, quando lo scrivesti, perché lo facesti?

Perché sapevo qual era il pericolo di stare su un palco: ritrovarsi davanti delle persone e poi essere costretto, per non perdere il pubblico, ad adeguarsi alle loro aspettative. Io da subito ho detto: "Questa cosa non mettiamola in ballo, perché io non sarò mai quello di cui voi avete bisogno o quello che vorreste da me". L’ho anche dimostrato. Però gliel’avevo detto prima, quindi non è che uno possa incazzarsi più di tanto.

Scomparire fu un atto politico?

È un dato di fatto. In una società in cui la dimensione sociale è l’apparire, scomparire ha anche una dimensione politica. Il problema è che io avevo deciso di scomparire, ma il mondo attorno a me ha deciso che era ora di riapparire, in gran forma, prima sul palco dei CCCP e poi su quello dei CSI. Ognuno fa la sua parte. La mia non è quella di prevedere il mio destino.

In Reduci scrivi "il tempo dell’attualità assoluta mi è estraneo", che è una frase con tanti significati. Ma come fa a essere estraneo il presente, l’attualità?

Perché, ad esempio, quando c’è un eccesso di attualità — quando sembra che il mondo non esista senza la Costituzione, tanto per tornare a uno di quei temi — io mi sento distante.
Penso anche al codice di Rotary: è stata una cosa incredibile. Io ho questa capacità di rivedermi anche in un’altra dimensione, di sapere che esistono età meravigliose, molte più cose sorprendenti. Rifiuto la riduzione della mia vita all’oggi, perché io sono una moltitudine anche rispetto a me stesso. Ci sono una moltitudine di costituzioni, di leggi che sono state fondamentali, una moltitudine di eventi nella storia dell’uomo che valgono tutt’oggi. È un’idea complessa, insomma.

All’epoca cantavate anticapitalismo. Oggi c’è qualcosa che ti interessa davvero?

No. Oggi percepisco solo la fine di un ciclo storico e la fine di un ciclo antropologico. Guardo quello che succede, mi interessa tutto, ma senza entrarci nel merito. Non credo sia possibile dire cose significative in un momento in cui tutto cambia così velocemente, in cui quello che pensiamo come "oggi" è già ieri l’altro. Non abbiamo più una chiara idea di cosa sia l’oggi, perché la tecnologia ha cambiato la dimensione antropologica dell’uomo. Siamo troppo dentro a un cambiamento enorme perché il nostro sguardo possa essere davvero significativo. Vediamo quello che ci sta intorno, ma è ciò che arriva da lontano che ci travolge.

I CSI in conferenza stampa
I CSI in conferenza stampa

Vedere i CSI primi in classifica fu qualcosa di strano e sconvolgente, vi portaste sulle spalle una scena. Cosa ricordate di quegli anni? In che modo ha cambiato – se lo ha fatto – la vostra vita?

La tua domanda mi ha fatto tornare in mente che, quando c’erano i CSI, non erano affatto soli. Erano in ottima compagnia: da una parte c’eravamo noi con gli Üstmamò, dall’altra i Marlene, poi il Consorzio Produttori Indipendenti… insomma, era davvero un mondo. Un mondo a cui ripenso da anni. Ma era un altro secolo, letteralmente un altro millennio. La musica aveva un altro valore e noi eravamo molto più giovani.

Però avevate riuscivate comunque a dare spazio ad altri gruppi.

Ricordo quando i Marlene stavano lavorando a un loro disco e non volevano inserire "Lieve". Ascoltavamo i provini e loro dicevano: "No, questa fa cagare". E noi: "Ma come? È bellissima. La facciamo noi, così capirete che non puoi buttare via una canzone del genere. Devi ringraziare Dio se ne hai una così". Questo pezzo della nostra storia l’avevo quasi rimosso.

In che senso?

Perché nel frattempo è cambiato il secolo, è cambiato il mondo, sono passati trent’anni. All’epoca Senardi (che li produsse come CSI, ndr) era il dirigente della più grande major discografica: era davvero un altro sistema. Oggi non so nemmeno più cosa voglia dire essere primi in classifica. La gente ascolta la musica sui telefoni. Tutto è completamente diverso.

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