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Drupi: “Dopo il fallimento di Sanremo quasi tornai idraulico. Da Vado via in poi, il successo venne dall’estero”

Drupi che si racconta a Fanpage: dal fallimento a Sanremo al successo internazionale, passando per il lavoro da idraulico, le scelte controcorrente e la rinascita dopo una malattia.
A cura di Federico Pucci
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Drupi – ph Photo by Massimo Insabato:Archivio Massimo Insabato:Mondadori Portfolio via Getty Images
Drupi – ph Photo by Massimo Insabato:Archivio Massimo Insabato:Mondadori Portfolio via Getty Images

A pochi giorni dalla data che lo porterà sul palco del Teatro Acacia di Napoli, domenica 29 marzo, abbiamo raggiunto Drupi al telefono per parlare del tour celebra oltre mezzo secolo di carriera, della riscoperta del suo repertorio meno celebre, dei bagni di folla oceanici nell’Est Europa e dell’amore per la musica, iniziato con le canzoni dei Beatles e riacceso recentemente grazie a questi live e a una rinnovata voglia di mettersi in gioco. "Dopo la malattia ho capito che i problemi più gravi e impossibili da risolvere sono banalità", ci racconta in una lunga conversazione che riportiamo editata per chiarezza.

Questo tour che stai portando in giro prosegue le celebrazioni per i 50 anni di Piccola e fragile. Ma vorrei cominciare dal principio: ricordi come arrivò la musica nella tua vita?

Con lo spettacolo da cui ho preso il mio nome d’arte. Avrò avuto otto anni e in una recita all’oratorio interpretavo questo folletto di nome Drupi, e durante le scene c’era anche musica: un pianoforte e una batteria. Ricordo che mi emozionai incredibilmente. E poi, qualche anno dopo arrivarono i Beatles, e cambiò tutto. Porco cane se mi colpirono: volevo provarci anch'io, così con un amico mio che suonava la chitarra e quattro accordi storti strimpellati, abbiamo composto questo gruppo, Le Calamite, che in tre, quattro anni conquistò Pavia.

Però poi iniziasti a lavorare come idraulico.

Tenevo il piede in due scarpe: nei ritagli di tempo mi esibivo ancora e d’estate bloccavo tutto il lavoro da idraulico per andare a suonare. Sarei stato pronto a mollare tutto se si fosse presentata l’occasione: ma allora non c’erano talent, e al contrario mi ritrovai sul punto di abbandonare la musica.

Come mai?

Era il 1972, avevo 26 anni e mi sentivo vecchio, perché era un po’ ormai che ci provavo senza che fosse successo ancora nulla. E dato che suonare sulle navi o nei night non faceva per me, pensai bene di tornare a fare solo l’idraulico, conservando la musica come divertimento. Fu proprio allora che arrivò la telefonata fatidica, quella che ti cambia la vita.

La chiamata a Sanremo?

Quasi. Mi chiesero di cantare un provino che doveva essere mandato a Mia Martini: si trattava di "Vado via". Mimì la accettò per andare a Sanremo. Poi non so per quale motivo, non me l'ha mai detto anche quando poi siamo diventati amici, un mese prima del Festival decise che non lo voleva più fare, ma la casa discografica Ricordi volle provare a mandare me, visto che il brano era stato già accettato. E così andai per la prima volta in vita mia, e il primo dei miei ultimi, penultimi, non qualificati… Mi andò bene solo nel 1981 con "Soli", scritta con i New Trolls: forse mi avevano scambiato con Pupo! Mi andò talmente male che nessuno mi vide: era un periodo di oscurantismo sanremese, quindi le telecamere non erano presenti alla prima serata, quando mi eliminarono. La Ricordi non mi pagò nemmeno l'albergo per stare le altre due serate, in cui magari mi sarei potuto trattenere per vedere e imparare qualcosa sul mestiere. Invece dovetti tornare a casa subito, e quel sabato domenica me ne andai a lavorare di nuovo come idraulico, per recuperare i giorni persi.

Quando arrivò il successo di "Vado via"?

Dopo un’altra telefonata, stavolta dalla Francia. Per me era finito tutto lì, ma la canzone finì nelle orecchie della direttrice della promozione della RCA a Parigi, che allora era potentissima. Questa signora, si chiamava Ariel, mi disse che anche se i suoi colleghi non ci credevano (come in Italia, le risposi) considerava il pezzo un vero successone. Se riesci a convincere la Ricordi a pagarti il viaggio, noi ti troviamo un alberghetto qua e proviamo a fare qualcosa, mi disse. Io pensai che male che fosse andata avrei visto Parigi, che è sempre meglio di Linarolo.

E riuscì a convincerli?

La Ricordi accettò di pagarmi solo l'andata – se ci penso mi viene da ridere! – e Ariel riuscì a convincere l'RCA francese a pagarmi il ritorno e per il soggiorno mi invitò a casa sua: mi ero fatto anche certe fantasie, e invece no era una signora fantastica con due figli, due gemellini meravigliosi, tutt'altro che farfallona! Dopo tre giorni di prove e di passaggi in radio arrivai a questo grande show del sabato sera, un programma da 18-20 milioni di ascolti con un cast stellare: Johnny Hallyday, Sylvie Vartan, Charles Aznavour, e così via, e poi due debuttanti: io e Julio Iglesias. Nel giro di pochi giorni eravamo già in classifica, al che mi portarono nell'albergo dei ricchi americani sugli Champs Elysées, e per pagarmi l’aereo di ritorno la RCA e la Ricordi fecero a gara, con la faccia da culo tipica dei discografici di allora!

Ma a quel punto la canzone sfondò anche in Italia?

Non del tutto. Il successo in Europa fu clamoroso con 9 milioni di copie vendute (la canzone andrò in top 10 in Gran Bretagna e Olanda, e al primo posto in Francia e Belgio, tra gli altri, ndr). Ma la Ricordi non voleva puntare su una canzone che aveva già fallito al Festival, quindi si è creata la strana coincidenza per cui il 45 giri italiano è diventato una mezza rarità. Ma ci mettemmo al lavoro su nuove canzoni, e allora arrivarono "Rimani", "Sereno è", "Piccola e fragile" e a quel punto il treno partì velocissimo.

E in quella striscia di anni di successi ti è mai capitato di perdere contatto con la realtà?

Mai, forse perché ero arrivato relativamente tardi al successo e quindi non ero più un ragazzo.

Un po’ come il fatto che sei sempre rimasto a Pavia.

Provarono a convincermi a trasferirmi a Roma, dove c’erano le trasmissioni televisive, ma non ho mai accettato. Forse anche per questo mi è rimasta addosso una nomea da burbero, ma non sarei mai andato in tv a fare il buffone o a parlare di cose che non conosco. Ho cercato di mantenere sempre una dignità.

Questa scelta di vita ti ha fatto sentire anche un portavoce della provincia? Le hai dedicato anche una canzone e un disco, del resto.

Forse, involontariamente. In quel momento lì avevo voglia di cantare cose che mi erano vicine. E poi stavo bene qui, col fiume e con tutte le cose che conoscevo.

Però nei primi anni ti sei anche divertito a sperimentare un po’ con alcune scelte eclettiche: "Capita raramente" scritta da Califano che di fatto è un brano classico; "Gola calda denti bianchi" con un flauto impazzito molto Jethro Tull; "Segui me" che è un call and response blues a tutti gli effetti.

Erano le paturnie di un ragazzo che Riccardi e Albertelli, i miei autori, avevano capito perfettamente. Per esempio, nel Lato B di "Vado via" volevo mettere una versione di questa canzone di cui mi ero innamorato: "Sail Away". Anni dopo, Randy Newman mi scrisse una lettera per ringraziarmi perché gli arrivarono un sacco di soldi di diritti, e dire che l’avevo messo lì solo per fare un po’ di blues.

Con i tuoi autori storici Enrico Riccardi e Luigi Albertelli avevi un’intesa speciale?

Sì, Albertelli in particolare riusciva a capire cosa mi passasse per la testa ogni momento, perché aveva un talento straordinario. Mi ricordo che un giorno stavamo passeggiando in galleria: le Brigate Rosse avevano appena commesso un delitto, ed eravamo preoccupati e confusi. Luigi vede in una vetrina una pubblicità di Snoopy che dice "sereno è…" e da lì gli è venuta l’idea di condensare in quell’espressione il desiderio di serenità che provavamo. Gli bastarono 15 minuti, Enrico ci mise su un semplice giro di Do e fu fatta.

Hai anche cantato canzoni d’autore, nel disco "Avanti" del 1990.

Purtroppo uno dei miei rimpianti è che quel disco riuscì solo a metà.

Cioè?

Il progetto iniziale era che io registrassi una canzone di repertorio e un inedito dei cantautori che avevo contattato, che avrebbero scritto apposta per me. Tra i nomi c’erano De Gregori, Jannacci, Ron, Gianco, Pino Daniele, Guccini e Gino Paoli. Purtroppo poi, anche per via della casa discografica che non insistette, finii per registrare quasi solo le cover. Pino Daniele mi disse che la canzone che stava scrivendo per me gli piaceva troppo e se la tenne, altri non si fecero più sentire. Gli unici che parteciparono come da progetto furono Francesco Guccini e Gino Paoli.

Come fu il tuo rapporto con il compianto Gino Paoli?

Principalmente si trattò di un rapporto a distanza: ci sentivamo al telefono e ricordo che sembrava sempre incazzato. Poi ci vedemmo, e invece fu una gioia. Ci siamo rincontrati tante altre volte, ed è sempre stato straordinariamente cordiale. Purtroppo non posso dire che fossimo amici, ma comunque ci mancherà. Io lo ringrazierò sempre perché il brano che scrisse per me, "Come un serpente", era bellissimo.

Doveva pensarlo anche lui, visto che poi la reincise un anno dopo nel suo disco del 1991, "Matto come un gatto". Tutto sommato è un altro bell'onore finire nella pagina di un artista che ha scritto la storia della nostra canzone.

Non lo sapevo, questo mi fa molto piacere.

Ma invece, tornando ai tuoi primi dischi, la storia della visiera che si stacca nella copertina dell'album del 1976?

Era un'idea grafica forse di Tallarini, che faceva anche le copertine di Mina. A me sembrò un po' una stronzata!

Io pensavo fosse una critica al consumismo. Dopotutto in tante tue canzoni dell’epoca c’era una certa ansia per il cosiddetto progresso e il racconto di queste innocenze perdute e da recuperare. Penso a "Che estate", dove la villeggiatura diventa un motivo di angoscia, anche per il disastro ambientale.

Quelli erano anche i pensieri di un provinciale che vedeva con sospetto la città. Di fatto, era una visione politica anche se non pensavo di comunicarla. Erano tempi di cambiamento drastico, anche personale.

E oggi canti anche della pace, con una canzone che hai interpretato in due versioni, con una storica band rock slovacca e con Enzo Iacchetti. Oggi sembra démodé cantare con un messaggio, nonostante la guerra ci circondi.

Fortunatamente a me di essere démodé non importa nulla: è dall’82 che mi sono fatto la mia etichetta per essere indipendente da questi ragionamenti. "Facciamo la pace" era una canzone che avevo nel cassetto da un po’: io e Dorina (la moglie, ndr) l’avevamo scritta nel 2021, e stavamo per pubblicarla quando parte la guerra in Ucraina. Non volevamo sembrare paraculi, a mettere una canzone sul mercato per avere attenzione. E così abbiamo aspettato. Purtroppo, ogni giorno diventa sempre più attuale e purtroppo sembra che della guerra di Putin non interessi più a nessuno.

Però nel frattempo la musica ti stava portando ovunque, sempre di più nell’Est Europa, e a contatto con personaggi leggendari. Hai raccontato spesso del tuo incontro con Paul McCartney. Ti sei trovato in altre circostanze simili?

Nel 1974 TV Sorrisi e Canzoni mi mandò a Londra per organizzare una conversazione con Elton John: la scusa era che io avevo vinto il premio Vota la voce come miglior cantante italiano e gli avrei consegnato il suo premio come miglior cantante straniero. Ci furono delle incomprensioni con la sua schiera di bodyguard, ma poi riuscimmo a concludere il tutto anche perché era non solo bravissimo, ma molto gentile. Ho avuto quest’impressione di nuovo negli anni successivi. Ci rincontrammo a Danzica, in Polonia, nel 1978: l’occasione era un festival (Sopot Intervision Festival, ndr), popolarissimo nei paesi d'oltre cortina, robe da 40 milioni di spettatori. Lui era l’ospite d’onore della serata finale e io della seconda serata, e ovviamente con la fama che aveva fece degli ascolti incredibili. Ma trent’anni dopo, nel 2006, ci invitarono nuovamente per un’edizione speciale, piena di ospiti storici: questa volta ebbi la soddisfazione di batterlo io negli ascolti. Il mio vero rammarico, però, fu non riuscire a scambiare due parole con Ray Charles quando venne a Sanremo, per colpa di un impresario schifoso.

Tu in effetti devi molto alla musica R&B, anche come vocalità.

Per me, oltre i Beatles, ci fu soprattutto quella musica. Loro, Ray Charles e Little Richard furono i primi artisti fondamentali per la mia formazione. Ricordo ancora quando scoprii Ray: stavo camminando su Strada Nuova, e passando accanto a un negozio di dischi e strumenti che non c’è più, la Miranda, sento una melodia e una voce mai incontrate prima. Era "Georgia On My Mind", e mi sembrò un paradiso. Da quel momento mi innamorai del rhythm and blues, e poi arrivarono Aretha Franklin, Otis Redding e tutti gli altri, che hanno cambiato per sempre il mio modo di cantare.

Un’altra peculiarità dell’R&B che fa parte del tuo marchio di fabbrica sono i cori.

L’ho preso da lì, perché quei cantanti avevano sempre coristi e coriste: le Raelettes per Ray Charles, le Supremes per Diana Ross, e così via. Per me, per esempio, la parte più bella di "With A Little Help From My Friends" di Joe Cocker è proprio quando parte il coro. I cori sono un imprinting della musica che amavo. E io avevo con me sempre mia moglie, sua sorella e una terza voce almeno.

Drupi
Drupi

Oggi si possono moltiplicare le voci in post-produzione con un click, ma c’è qualcosa di speciale nel cantare insieme?

Assolutamente sì: sentire due, tre voci con me mi dà una gioia e delle vibrazioni che mi riportano indietro, fino a quelle due maledettissime voci di Lennon e McCartney, insuperabili.

Tua moglie canta ancora con te?

Sì, e scrive con me. Per 10-15 anni circa ha smesso di seguirmi dal vivo, ma per questo tour, invece, si è convinta ed è bellissimo condividere il palco di nuovo con lei. Abbiamo un bellissimo gruppo, affiatato, e mi diverto come 50 anni fa.

La musica, dicevamo, è diventata un po’ un affare solitario di questi tempi. Il cinema, invece, è ancora uno sforzo collettivo. Come ti sei trovato a recitare nel film Alcooltest?

Era la terza volta che mi proponevano un film. La prima, ai tempi dei grandi successi, era per un poliziesco ultraviolento e non ci pensai nemmeno. La seconda, per un adattamento di Tex Willer, mi sarebbe piaciuto interpretare Tiger Jack, ma poi ci furono un cambio di altri attori e alcune scelte di produzione che non mi convinsero, e abbandonai. Questa volta ho deciso di buttarmi in questo progetto di ragazzi giovani dell’accademia, e mi sono divertito a dare al mio personaggio la mia voce e le mie parole. Il set è bello, condividi le giornate con tutti, attori e macchinisti, costumisti e tecnici, e diventi amico di tutti. Poi purtroppo ho perso un po’ i contatti con il gruppo, e questo mi spiace.

Potresti dedicarti al teatro, dove si sta sempre in tour.

In verità i teatri sono i miei nuovi posti preferiti per suonare. Quando mi è stata diagnosticata una brutta malattia, capii che volevo fare quello che non avevo mai fatto: e allora due anni fa abbiamo suonato al Teatro Lirico, ed è stato un successo bellissimo. Ora non voglio suonare da nessun’altra parte, mi piace da matti l’atmosfera. E infatti di recente siamo stati al Fraschini di Pavia, continueremo con altri teatri dopo Napoli al Parioli di Roma, all’Astra di Schio.

All’estero però i teatri non basterebbero.

Siamo reduci dalle date in Repubblica Ceca dove abbiamo suonato dei concerti bellissimi, con la grande orchestra, anche davanti a più di dodicimila persone a Brno. Mi hanno già invitato a tornare l’anno prossimo, a fine dicembre, in un’arena da diciottomila persone a Praga. Gli ho chiesto se erano sicuri… “Ci pensiamo noi”, mi hanno assicurato. Sarà un gran finale, ma prima dobbiamo tornare in Francia, Svizzera e Germania.

Ma tu come ti spieghi il grandissimo amore per te dell’Est Europa?

Probabilmente in me vedevano un simbolo di una libertà che non avevano: ero tra i pochi ad andare a far tournée oltre la cortina di ferro anche prima della caduta dell’Unione Sovietica, e sono rimasti affezionati. Ricordo questo titolo di un giornale polacco, negli anni ottanta, che diceva: “Wojtyła, Wałęsa e Drupi stanno cambiando il mondo”. Forse stiamo esagerando! Però qualcosa è rimasto.

Come sono cambiati in questi 40 anni?

Moltissimo. Ricordo Praga prima della caduta del Muro: una città buia, che sembrava veramente medievale, ma per questo anche triste e inquietante, con queste torri che incombono. E ricordo un clima tremendo nelle strade, dove anche solo se 5 o 6 persone si riunivano passava la polizia. Ora che hanno conosciuto la libertà, credo che non vorranno tornare indietro.

Dev’essere una grande emozione essere accolto con questo calore come un simbolo di libertà.

Indescrivibile. Ma quello che più mi piace del mio ultimo tour è aver riacceso la fiammella dell’amore per la musica.

In che senso?

Per qualche tempo, anche prima della malattia, avevo limitato i concerti a poche occasioni: ero un po’ disincantato, pensavo ai fatti miei e preferivo andare a pescare. Poi un paio di anni fa un mio grande fan polacco, che mi seguiva da quando era ragazzino e ora è diventato una personalità importante nel suo Paese, organizzò per me una serata speciale davanti a 6-7mila persone. Mi aveva posto una condizione, che suonassi per lui tre canzoni in particolare, tra virgolette dei successi minori: "Come va", "Due" e "Buonanotte". Prima, davanti a bombardieri come "Sereno è", mi sembravano delle canzoncine. Ma quando le ho riprese in mano mi sono accorto che sono bellissime. Mi chiedo: ma è la musica che è deperita in questo periodo, o sono io che allora ero un imbecille e non capivo perché erano grandi canzoni? Riscoprire e risuonare queste canzoni mi ha riacceso l’entusiasmo e mi ha fatto venire anche un’idea: prima della fine di questo tour voglio pubblicare le registrazioni dei pezzi dal vivo che sono venuti meglio. Ma dal vivo sul serio, senza sovraincisioni e trucchetti. Dopo tutti questi anni sarebbe il mio primo disco live!

La riscoperta più piacevole dentro gli anfratti del tuo repertorio?

Ho riscoperto i brani dei miei ultimi album, in particolare "Io rinascerò": quando avevo finito quel disco ero in un punto un po’ basso, la musica mi annoiava, ma in verità sono orgoglioso di quei brani. Fra le canzoni più vecchie riscoperte forse sono fiero proprio di "Buonanotte", con la musica di Popi Fabrizio arrangiata stupendamente. In questo tour, nelle date con orchestra, aveva un’atmosfera incredibile. Peccato sia stata censurata negli anni ‘70.

Come mai?

Nel testo bellissimo di Albertelli dicevo “buonanotte al soldato, buonanotte mignotta, buonanotte ai politici alla TV”. Guai!

Riguardandoti indietro provi dei rimpianti?

Mi hanno chiesto ogni tanto di rifare "Sereno è", anche da parte di qualche rapper. Ma siamo su pianeti diversi. Anzi, devo confessare che vedere Masini quest’anno a Sanremo con Fedez è stato come subire una coltellata: la persona che ha scritto "Ci vorrebbe il mare" mettersi a fare quella roba lì… Però capisco che il business è business, e forse sono stato io un po’ – scusa la parola – pirla. Tante cose, soprattutto televisive, le ho rifiutate per integrità.

E invece duetti che non si sono realizzati, per una ragione o per l’altra?

Sono arrivato vicinissimo a fare un duetto con Mina, che sfumò all’ultimo: non so, dovevo aver detto qualcosa che non andava bene a Massimiliano (Pani, il figlio e manager della cantante, ndr), non ho mai capito. E poi con Mimì avevamo sempre avuto il progetto di fare qualcosa insieme, però se n’è andata prima.

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