Il 18 agosto del 2009 moriva Fernanda Pivano.
in foto: Il 18 agosto del 2009 moriva Fernanda Pivano.

Dieci anni fa moriva Fernanda Pivano. Era il 18 agosto del 2009, e l’Italia salutava per sempre una delle voci più vivaci, innovative e importanti della cultura del secolo scorso: una voce che ha portato da questa parte dell’Oceano i versi più belli della letteratura americana, e che per prima, in tempi non sospetti, ha chiamato “poeti” cantautori come Bob Dylan e De André. Con estrema intelligenza, costantemente, Fernanda Pivano ha contribuito a costruire un ponte fra la generazione “perduta” narrata dal suo amico Hemingway e quella “beat” di Kerouac e Ginsberg, fra letteratura e musica e, soprattutto, fra Italia e America.

Da Hemingway a Bukowski: l’America di Fernanda

Fernanda Pivano insieme a William Faulkner, in una foto del 1955.
in foto: Fernanda Pivano insieme a William Faulkner, in una foto del 1955.

Edgar Lee Masters, Ernest Hemingway, Allen Ginsberg, Jack Kerouac, William Burroughs, Charles Bukowski e, in tempi più recenti, Bret Easton Ellis e Chuck Palahniuk: se l’Italia oggi legge ancora questi grandi scrittori, il merito fu soprattutto di Fernanda Pivano. Il suo lavoro di traduttrice e di “talent scout” letterario inizia molto presto, quando in un’Italia ancora fascista prova a far pubblicare “Addio alle armi”: era stato Cesare Pavese, suo insegnante, a spingerla a leggere l’opera di Hemingway e a lavorare su una trasposizione in lingua italiana che uscirà solo nel 1949.

Nello stesso anno, fra l’altro, in cui Fernanda Pivano intraprende il primo dei numerosi viaggi negli Stati Uniti. Lei stessa, ormai traduttrice affermata dei grandi classici americani, racconterà sempre con ironia un aneddoto legato ad uno dei suoi viaggi in terra anglofona: entrata in un bar Fernanda chiese una Coca Cola, sentendosi rispondere dalla cameriera, “Tesoro, ma che lingua parli?”.

Fernanda Pivano insieme allo scrittore Richard Wright, nel 1957.
in foto: Fernanda Pivano insieme allo scrittore Richard Wright, nel 1957.

La Pivano la lingua la conosceva bene però, tanto da riuscire a proporre agli scettici editori italiani quella beat generation che stava iniziando a scuotere l’America: Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, Neal Cassady, Allen Ginsberg e Jack Kerouac, di cui Fernanda Pivano scriveva già, nel 1957, “può darsi che questo scrittore trentacinquenne diventi proprio il simbolo della nuova generazione”. Negli anni successivi accanto alle parole dei poeti più grandi di questa generazione, ci saranno sempre anche le sue: “Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle” segna il sodalizio intellettuale con Charles Bukowski che la accompagnerà fino alle soglie degli anni Ottanta.

Gli altri “poeti” della Pivano: Bob Dylan e De André

Parlare della Pivano vuol dire anche parlare di musica, in un modo nuovo e diverso: fin dagli anni Settanta collabora con la rivista “Muzak”, occupandosi molto spesso, anche in numerosi saggi, di cantautori come Bob Dylan. Fu lei la prima a trattare i loro testi come vere e proprie poesie, e fu da lei che voci come quella di Fabrizio De André presero spunto per album storici come “Non al denaro, non all’amore né al cielo”. Fu proprio parlando del cantautore genovese che Fernanda Pivano pronunciò una delle frasi più famose ancora oggi:

Si dice che Fabrizio sia il Dylan italiano, perché non dire che Dylan è il Fabrizio americano?

Fernanda Pivano scrittrice: i suoi romanzi

Non invidio le donne belle, perché sono stata bella anch'io. Non invidio le donne ricche, perché sono stata ricca anch'io. Non invidio le donne amate, perché sono stata amata anch'io, tanto, tantissimo. Ma sapessi quanto invidio le puttane.

“Dov’è più la virtù” e “La mia kasbah” raccontano poi un altro volto di Fernanda Pivano: quello di scrittrice. Il suo esordio letterario avviene nel 1986 con il primo dei due romanzi che la faranno conoscere al grande pubblico anche come voce capace di immaginare e raccontare storie uniche nel loro genere. Entrambi i libri, usciti a due anni di distanza, hanno al centro storie di donne: più che romanzi, delle vere e proprie antologie umane.