Delia: “Ho ricevuto minacce di morte per Bella ciao al Primo Maggio. Il femminismo? È il cuore di Sicilia Bedda”

Gli ultimi 12 mesi di Delia, nome d'arte di Delia Buglisi, hanno rappresentato in maniera precisa la rapidità con cui viaggia l'industria discografica. Dal grande successo a X Factor, dove ha palesato un progetto musicale su cui lavorava da anni, passando per il Festival di Sanremo 2026, nella serata cover con Serena Brancale e Gregory Porter, fino all'uscita del suo primo disco "Sicilia Bedda". Non sono mancate le polemiche, come quelle al Concertone del Primo Maggio, che Delia ha definito "la più grande shitstorm che potessi immaginare": "Ci sta che ognuno abbia la sua opinione e la esponga, accetto anche i commenti duri, ma passare da una critica costruttiva alle minacce di morte è inaccettabile. C'è una differenza enorme". Poi l'omaggio a Rosa Balistreri in "Cu ti lu dissi" e la coscienza femminista di "Sicilia Bedda": qui l'intervista.
Com'è stato l'ultimo anno, frenetico tra X Factor, Sanremo e disco d'esordio con "Sicilia Bedda"?
È inutile nascondersi dietro un dito: è super difficile incastrare tutto per la velocità con cui avvengono le cose. Ho una fortuna, comunque, ed è che il mio non è un progetto nato all'interno di X Factor, ma era già qualcosa di preesistente che curavo quotidianamente. Quindi, all'atto pratico, è stato un po' un tirare le somme di quello che avevo già fatto; era tutto praticamente bello e pronto e abbiamo letteralmente aggiunto poche cose nei ritagli di tempo, quando riuscivo a stare in studio. Abbiamo scritto altre canzoni, ma tendenzialmente quello che c'è all'interno dell'album è frutto di un lavoro di anni.
In cosa è cambiato di più?
In realtà, dal punto di vista testuale e armonico, i brani sono cambiati ben poco. Io nasco come pianista, quindi tutti i brani preesistenti li eseguivo piano e voce: non c'era alcun tipo di produzione. Tutta la ricerca del sound che senti all'interno delle produzioni è un lavoro che ho fatto durante X Factor, un po' prima e subito dopo. È stata la scelta più difficile, perché effettivamente non esisteva una chiave preesistente per le mie produzioni: è stato come cucirmi un vestito addosso. È stata quindi una ricerca importante che, secondo me, ha dato comunque dei buoni risultati.
Ti ha limitato, e in che modo, l'uso del dialetto siciliano, prima dell'esperienza a X Factor?
Per quanto riguarda i pregiudizi, credo sia un passaggio obbligato per ogni artista emergente: c'è sempre qualcuno pronto a guardarti e a dirti "Ma questa c'è già". Nel mio caso, la difficoltà principale è stata farmi spazio in un panorama in cui cantare in siciliano – anche prima di X Factor – era sì un tratto distintivo, ma rischiava di etichettarmi. Il punto è che all'interno dell'album la mia terra non viene celebrata in modo didascalico. Il disco è piuttosto un manifesto per dimostrare che il siciliano non deve per forza rimanere confinato nella tradizione popolare. Ha le sue radici lì, certo, ma è una lingua che può vestire abiti diversi: dal pop al folk, fino al cantautorato. A mio modo, ho cercato di darle una dimensione totale.
Credi si stia formando una nuova scena siciliana, in questo senso?
Noto con piacere come la Sicilia in questo momento specifico stia sfornando un sacco di cantanti che utilizzano la propria lingua, ognuno a suo modo, o che riportano all'interno del panorama musicale delle chiavi di ciò che rappresenta la tradizione siciliana e le sue radici. Non è scontato, ognuno lo fa a suo modo e ne sono contenta. Per me è importante e, lo dico anche in maniera autocelebrativa: in "Al mio paese", che è una super hit estiva, c'è una strofa interamente in siciliano.
Ed è anche disco d'oro.
Non so se sia mai successa una cosa del genere ed è per me un grande motivo d'orgoglio. Non lo vedo come un traguardo solo mio, ma di tutto ciò che il siciliano e la nostra cultura rappresentano nel panorama musicale. È qualcosa di stupendo: un disco d'oro cantando nella mia lingua madre! Per me non c'è soddisfazione più grande, è una bellissima rivincita e spero che sia solo il primo di molti altri traguardi.
Come hai letto le polemiche, concentratesi su una lettura sociologica del brano?
Principalmente la polemica è nata dal fatto che molta gente ha pensato che io avessi fatto una sorta di comunicato stampa sul Meridione, una grande fotografia sociologica di quello che è il Sud. Ma assolutamente no.
Invece?
È una canzone che parla di nostalgia, di persone che purtroppo sono dovute andare via dalla propria terra per lavoro o per altre motivazioni e che sentono genuinamente quella mancanza. Ma questo non vuol dire nascondere la polvere sotto il tappeto o parlare soltanto degli aspetti positivi. Io sono la prima ad esserne cosciente: anche nel mio disco ci sono un sacco di brani in cui critico i pregiudizi, le maldicenze etc. Il problema è che a volte si generalizza troppo. Se una cosa viene decontestualizzata, crea polemica. Se invece si guarda il quadro generale e la si prende per quello che è, ovvero una canzone, non ci sarebbe nessun problema.
Arriviamo all'esperienza del Concertone del Primo Maggio: cosa non è stato compreso delle tue parole e come hai vissuto quel momento?
La cosa che mi dispiace più in assoluto è che si sia potuto pensare che io volessi mancare di rispetto ai partigiani o alla Resistenza. Era proprio l'ultima cosa che volevo fare, le mie intenzioni erano tutt'altre. Però mi rendo conto che a volte mi dimentico di essere solo una ragazza che, per l'emozione, non sempre riesce a spiegarsi bene. Sono una cantante, non un'oratrice o una politica. Sicuramente ho sbagliato a esprimere dei concetti perché ero travolta dalle emozioni, appena scesa dal palco. Ripeto, mi dispiace davvero che sia passato quel messaggio. Ci sta che ognuno abbia la sua opinione e la esponga, accetto anche i commenti duri, ma passare da una critica costruttiva alle minacce di morte è inaccettabile. C'è una differenza enorme.
Minacce di morte?
Sì, perché mi contestavano come se stessi facendo del revisionismo storico, arrivando a dirmi che dovevo morire. Non capisco il collegamento. Però cosa posso dirti? In questi sei mesi, da quando sono uscita dal talent, ho fatto Sanremo da ospite, ho ricevuto un disco d'oro, ho pubblicato il mio primo album e mi sono presa la più grande shitstorm che potessi immaginare. Insomma, il pacchetto completo.
Come hai reagito?
Per sopravvivere a tutta questa situazione mi sono dovuta fare le ossa, e ovviamente ho spento i social per più di un mese.
Brani come "Fimmina", "Libera", ma anche "Cleopatra" descrivono la figura della "donna sicula"?
La figura della donna è centrale, ma in quanto donna, parlo con i miei occhi. Non posso parlare con gli occhi di un'altra persona. Mi rendo conto che io ho la fortuna di essere una donna libera, perché tutto ciò che mi circonda, dalla mia famiglia, agli amici, al mio ambiente di lavoro, mi ha permesso di esserlo. Non è una cosa scontata, ed è una cosa che bisogna ricercare, perché purtroppo ancora oggi ci sono tantissimi pregiudizi e problemi legati all'immagine e poco al contenuto. Si vede più la donna come forma che come sostanza. Nonostante siano stati fatti tantissimi passi avanti, c'è ancora un po' quel retaggio culturale dell'apparire invece dell'essere. Ovviamente parlo di come la società percepisce la figura della donna.
Cleopatra utilizza una chiave di lettura sessuale legata all'emancipazione.
Cleopatra per me è proprio emblematica a livello di ciò che deve essere una chiave di emancipazione. Banalmente, nonostante sia una storia a sfondo sessuale, in realtà il messaggio è ben più profondo e ironico. Il centro di tutto è che le donne devono essere padrone del proprio piacere, che è sì un piacere sessuale, ma che poi si ripercuote su tutte le scelte di vita generiche. Perché se non siamo padrone di quello che siamo e di quello che proviamo, non possiamo essere padrone della nostra vita. Nel momento in cui siamo coscienti di quello che siamo e di quello che vogliamo, riusciamo a essere più consapevoli.
Andiamo incontro a "Cu ti lu dissi". Che rapporto ti lega alla figura di Rosa Balistreri, che credo sia una figura centrale nella narrazione della musica siciliana. Come ti ha influenzato questa figura?
Le prime volte che ho ascoltato Rosa è quando la cantava mia nonna paterna. Una persona che non aveva quasi nessun rudimento culturale, però aveva una voce meravigliosa e mi cantava le canzoni di Rosa "di pancia". Io mi sono innamorata subito di questa cantante. Crescendo, ho fatto delle ricerche e penso che Rosa sia stata una di quelle figure femministe che ha cambiato il retaggio culturale della donna in Sicilia.
In che modo?
Ha avuto il coraggio di opporsi al sistema patriarcale, rischiando anche la vita. Per me è un faro da seguire, lo dico sempre durante i miei concerti e chiudo spesso le esibizioni nel suo nome: Rosa è il seme che dovrebbe germogliare in ogni donna. Ho scelto "Cu ti lu dissi" perché, banalmente, è stata la prima canzone che mi ha reso virale sui social. A parte essere il suo brano più conosciuto, per me ha un significato legato al mio futuro. È come se mi avesse dato un calcio verso il mondo, facendomi da madrina per quello che avrei fatto dopo.
È fondamentale osservare una coscienza femminista in questo progetto?
Certo, è importantissimo. Ed è uno dei capitoli centrali del mio album: l'essere consapevoli di poter fare tutto e di non essere da meno a nessuno.
Mi collego a questo e all'esperienza di X Factor. Come si approccia a un palco del genere chi è/ha già un progetto musicale fatto e finito?
Quando si è consapevoli di quello che si vuole fare a livello artistico e personale, penso sia sempre più facile affrontare qualsiasi cosa. È come avere una chiave passepartout che riesce ad aprire tutte le porte; la difficoltà sta solo nel capire quali siano quelle giuste da aprire. Ho la fortuna di avere una personalità forte che caratterizza tutto ciò che scelgo di fare. Ovviamente ci ragiono, non prendo qualsiasi cosa.
Su quel palco hai cantato pure "I pirati a Palermo" di Rosa Balistreri.
Giocavo in casa, perché parlava della storia del mio popolo, in una lingua che conosco bene e con un testo crudo, che non parla di speranza ma è un urlo di dolore. Suonare con l'orchestra, grazie al meraviglioso lavoro di Fabiano, è stato bellissimo. Da pianista non avevo mai cantato con un'orchestra. Mi ricordo che alla fine dell'esibizione ci furono 5 secondi di silenzio totale. Mi aspettavo il lancio di pomodori, pensavo di essermi spinta troppo oltre. Invece il tempo era rimasto sospeso perché avevo cantato col cuore. È stato magico.
Ti ha dato fastidio lo scetticismo dei giudici o era semplicemente il gioco delle parti televisivo?
Quello che hanno fatto i giudici è il riflesso di quello che succede anche fuori. È giusto e sacrosanto che abbiano la loro visione. Essendo professionisti del settore, magari un po' perché mi volevano bene e volevano salvaguardarmi, avevano paura che la mia proposta fosse troppo di nicchia, che mi tenesse chiusa in un cerchio. In realtà avevano un po' frainteso la mia missione. Io non voglio prendere la tradizione siciliana e lasciarla lì ferma. Voglio far capire quanto l'uso di quella lingua possa essere attuale, nonostante le sue radici antiche. È un modo per non dimenticare e, al contempo, rinnovare qualcosa che è già bello di suo.
Quando hai saputo per la prima volta di Sanremo?
Quando Serena me l'ha detto, ci hanno fatto un video. Io avevo paura perché avevamo già iniziato a scrivere qualcosa insieme e, vedendola arrivare con la faccia seria, ho pensato: "Ecco, non vuole più lavorare con me". Invece, quando mi ha proposto Sanremo, sono impazzita.
E com'è stato collaborare con Gregory Porter?
Di Gregory Porter me lo chiedono in pochi, ma è stata una roba pazzesca. Io non sono riuscita a spiccicare parola: mi sono presentata, lui mi parlava e io annuivo. L'unica cosa che ho fatto è stato fargli il gesto della paura (la mano a pugno chiusa, ndr) prima di salire sul palco.
Un gesto universale?
Non lo conosceva, gliel'ho dovuto spiegare! Ho insegnato io a Gregory Porter cosa significasse. È una persona carinissima, di un'umiltà allucinante e con una voce pazzesca. Ho cantato con Serena e con un artista che ha vinto due Grammy, ti posso dire che per me va bene così, potrei anche fermarmi per un po'!
E la paura sul palco com'è stata?
Ho avuto tantissima paura, specialmente alle prove. L'esibizione con Gregory l'abbiamo provata il giorno prima della serata delle cover. Dato che dovevo anche suonare, ero terrorizzata. Lui vocalmente non si tira certo indietro e io, da musicista e accompagnatrice, pensavo: "Non solo devo pensare a cantare, devo anche accompagnare un mostro della musica!". Però alla fine è andata. Gli applausi durante le prove mi hanno tranquillizzata. Mi sono detta: "Vabbè, si può fare, non è impossibile. Devo solo ricordarmi quello che ho fatto adesso e rifarlo esattamente uguale domani".
Più semplice a dirsi che a farsi.
Non lo era, ma mi sono imposta di non pensare di essere in diretta nazionale. Il teatro Ariston è piccolino, quindi mi sono focalizzata solo sulle persone che erano fisicamente lì dentro. Ho cercato di rimuovere il pensiero della trasmissione in mondovisione.