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Dargen D’Amico: “Con l’AI avrei chiuso Doppia mozzarella in una settimana, ma mi sono rifiutato”

Dargen D’Amico, dopo l’esperienza a Sanremo 2026, ha pubblicato il suo nuovo album “Doppia Mozzarella”. Una riflessione sul “governo macchina”, l’usura degli ultimi anni e il conflitto come unica soluzione.
A cura di Vincenzo Nasto
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Dargen D’Amico, Sanremo 2026
Dargen D’Amico, Sanremo 2026

Dargen D'Amico ha attraversato il suo terzo Festival di Sanremo, questa volta con "Ai Ai", classificatosi alla 27° posizione. Poche settimane dopo ha pubblicato "Doppia Mozzarella", frutto di un lavoro lungo due anni  e mezzo e in cui l'usura ha giocato un gran ruolo: "Collettivamente, l'usura deriva dalla convinzione di dover accettare un clima di conflitto costante. L'idea che non ci sia più spazio per il dialogo tra le culture e che la soluzione a tutti i problemi sia il conflitto, la guerra e il bombardamento". Tra i temi del progetto, anche il rapporto con l'intelligenza artificiale, che fotografa come un "governo macchina": "La macchina è entrata nelle nostre vite presentandosi come un diversivo, un modo leggero per impiegare il tempo e per farcene passare ancora di più sui telefoni e sui computer. In realtà, adesso ha già preso il controllo ed è inevitabile sulle nostre vite". Qui l'intervista a Dargen D'Amico.

Da quale osservazione è nato il titolo del disco "Doppia Mozzarella"?

L'osservazione è nata col senno di poi, dopo aver riascoltato tutto il materiale che avevo registrato. All'interno del disco c'era già un brano che si intitola così, e mi sembrava potesse riassumere un tentativo di riscattarmi dal sovraccarico di offerte e di informazioni commerciali in cui viviamo immersi. Un sovraccarico che spesso rende queste informazioni particolarmente attraenti. Ma è anche giusto così, perché nel momento in cui devi descrivere qualcosa, devi chiederti: a cosa sei disposto a rinunciare? Sarebbe troppo facile se si descrivesse l'immagine del presente con qualcosa che non ha attrattiva.

Nel disco ci sono due elementi fondamentali: da una parte l'usura e dall'altra il valore del tempo. Cosa ti ha usurato di più negli ultimi due anni di produzione?

Personalmente, ho la certezza di aver cercato soddisfazione in oggetti che poi, in realtà, non fanno altro che procurare insoddisfazione. Collettivamente, l'usura deriva dalla convinzione di dover accettare un clima di conflitto costante. L'idea che non ci sia più spazio per il dialogo tra le culture e che la soluzione a tutti i problemi sia il conflitto, la guerra e il bombardamento.

Che valore ha in questo momento il tempo, sia nella produzione musicale, ma in generale nella quotidianità in cui viviamo?

A livello individuale, è l'unico modo per affondare in noi stessi, per raggiungere la nostra radice di esseri umani. È il momento in cui diventiamo davvero parte della collettività e possiamo riconoscere che abbiamo tutti gli stessi bisogni e le stesse necessità. Cerchiamo tutti un modo per stare bene e vivere in maniera serena e sostenibile con le persone che ci circondano.

Quando parli di radici degli esseri umani, non credi che siano cambiate anche quelle dal punto di vista di come viviamo il mondo?

È cambiato il racconto che ce ne facciamo, diventato più superficiale, e che non arriva mai ad assaporare o a conoscere la radice profonda. Abbiamo la sensazione di essere individui unici, con il diritto di vivere una vita inimitabile e indimenticabile, proprio come ci racconta la promozione contemporanea. Noi ci crediamo, ma il rapporto con gli altri è sempre un tentativo di riconoscere quelle radici comuni. È un rapporto in cui il dialogo ci permette di condividere e comunicare davvero.

Un altro aspetto dell'album è il "governo della macchina".

La macchina è entrata nelle nostre vite presentandosi come un diversivo, un modo leggero per impiegare il tempo e per farcene passare ancora di più sui telefoni e sui computer. In realtà, adesso ha già preso il controllo ed è inevitabile sulle nostre vite. Non è neanche più nascosta, per esempio, nella musica. La differenza, in questo momento, è per i creatori: si farà fatica a pretendere di avere più tempo per chiudere le canzoni. Io ho impiegato due anni e mezzo a lavorare a questo progetto, ma utilizzando l'intelligenza artificiale si potrebbe impiegare una settimana, ottenendo magari risultati anche più convincenti per un ascoltatore che oggi usa la musica solo come sottofondo e non è obbligato a cercarvi dei significati profondi.

In questo senso, che dimensione assume la produzione umana del tuo album?

L'essere umano ha il diritto di scegliere. La cosa fondamentale è il tempo, che dà senso al nostro passaggio su questa terra. La macchina vede il tempo solo come un calcolo matematico o evoluzionistico per ampliare le probabilità di un prodotto. Invece no. Per me il progetto finale ha quasi meno significato del tempo che abbiamo impiegato per produrlo. Personalmente ho scelto di impiegare questi due anni e mezzo per condividere il tempo in studio con i musicisti, perché sapevo che, oltre al disco, quello che mi rimane è il tempo trascorso con i miei simili. Non volevo perdere quest'occasione, soprattutto ora, data la rapidità con cui l'intelligenza artificiale sta occupando le sale di registrazione.

C'è un senso di urgenza nella tua musica in questo momento? Se sì, qual è?

Credo che il senso stesso della musica e della produzione di oggetti che non sono immediatamente "utili" alla vita quotidiana sia proprio la ricerca di senso, e la necessità urgente di trovarne uno.

Quanto è difficile chiudere un disco e tracciare una linea, per te?

È molto difficile, ma anche molto semplice, perché arriva un momento che ti impone che quello che hai fatto è sufficiente per dare una forma. Potresti lavorare all'infinito a un disco per esserne davvero convinto, ma sono persuaso che non abbia senso guardare l'album come qualcosa di concluso, ma piuttosto come parte di un tentativo continuo di fare meglio.

Ha ancora senso, oggi, l'esistenza dell'album in sé per fotografare lo stato dell'arte in quel preciso momento?

Io sono cresciuto con gli album, in un periodo storico in cui il disco mi dava la possibilità di approfondire la conoscenza di un progetto artistico da sfumature diverse rispetto a quelle di un singolo. Ha senso oggi? Forse no, perché da parte dell'ascoltatore non c'è più l'urgenza di ascoltare un disco per intero; ci sono troppe proposte e si ha l'impressione che ci sia tempo per tutto. Però a me piace ancora fermarmi a scrivere e a indagare diverse possibilità di canzoni, e questo mi porta naturalmente ad avere una collezione di brani, e quindi un album.

Com'è nata l'idea de "Il disertore" e "Gam Gam" a Sanremo 2026?

La regola era quella di effettuare un duetto. Nel mio caso, l'idea nasceva dalla volontà di comunicare un'alternativa in questo presente in cui la soluzione sembra sempre essere il conflitto o la guerra. Volevo usare la musica come dialogo, come ponte e come mezzo comunicativo di pace. Mi sarebbe piaciuto mescolare diversi materiali musicali per dare un messaggio ecumenico, ma facevo fatica a trovare la canzone o l'artista per unire questi livelli. Alla fine abbiamo trovato un compromesso con Carlo Conti, con Pupo che ha accettato sulla parola.

L'ultima domanda riguarda la tua esperienza come giudice in un talent musicale. Qual è l'elemento che quel tipo di esperienza ti ha permesso di riconoscere meglio negli artisti più giovani?

Cercavo artisti che mi dessero la sensazione di aver capito il contesto del talent. Dall'esterno sembra l'occasione della tua vita, ma dall'interno ti rendi conto che è solo un'anteprima di come potrebbe essere. Non è scontato che il passaggio in TV ti teletrasporti direttamente in questo mestiere. Cercavo prima di tutto persone consapevoli, perché passare da zero a cento e poi di nuovo a zero non è un meccanismo psicologico semplice da sopportare. E poi cercavo chi avesse un'elasticità musicale sufficiente per permettersi di sperimentare cose diverse.

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