La celebre scena ambientata a Napoli del film "Paisà" di Rossellini.
in foto: La celebre scena ambientata a Napoli del film "Paisà" di Rossellini.

La lingua napoletana è un coloratissimo mosaico di suoni e parole, a volte davvero particolari, derivate da moltissime altre lingue. Dal francese fino all’arabo, il napoletano ha costruito la propria identità linguistica grazie all’incontro con moltissime altre culture: è questo anche il caso dell’inglese che è arrivato, in differenti fasi storiche, ad arricchire moltissimi termini del dialetto napoletano.

Sono numerose le parole che sono arrivate a Napoli attraverso i rapporti commerciali con la Gran Bretagna già nel Settecento, e successivamente con gli americani durante la Seconda Guerra mondiale. È così che, soprattutto con l’occupazione statunitense e i numerosissimi soldati che approdavano a Napoli, l’inglese americano si è diffuso anche nelle varianti “napoletanizzate”: è il caso ad esempio del “nippolo”, le antiestetiche palline di lana o cotone che si formano sugli indumenti infeltriti, che proviene direttamente dal “nipple” inglese, che vuol dire però “capezzolo”.

Gli americani portarono una grande serie di novità nella città partenopea, come il “ginzo”, lontano parente linguistico del jeans, o le “gigomme” o “cingomme”, derivate dalle famose “chewing-gum”. Il  “bisiniss” napoletanizzato dall’inglese “business”,  e l’”accunto” sono altre parole che derivano dalla presenza militare americana sul suolo napoletano.

Non molti sanno invece che il curioso termine “sparatrappo”, che nel napoletano indica comunemente il cerotto, deriva dall’inglese che definiva il "drappo inglese", ovvero il cerotto adesivo per piccole medicazioni con  “spar drapping”. Anche gli “sciuscià”, resi celebri dal film di De Sica del 1946, vengono da una contrazione dell’inglese “shoe-shine”.

Il napoletano ha inventato modi di dire ed espressioni per definire tantissimi aspetti della vita quotidiana e folkloristica, e anche le persone: è così che una persona ridicola, bizzarra, magari dall’aspetto trascurato e un po’ fuori dalle righe, si chiama “quèquero”: non tutti sanno però che questo termine ha un’origine storica molto particolare, ovvero quella dei Quaccheri, la setta fondata nel 1653 dall’inglese Gorge Fox.  A sua volta il termine deriva dal verbo “to quack”, "Tremate alla voce del Signore", motto che li ha resi celebri.La setta, agli inizi del ‘700, ebbe un breve e limitato insediamento napoletano. I quaccheri vestivano e si comportavano in modo diverso dagli altri, e perciò venivano segnati a dito.

Nella canzone popolare napoletana

Il rapporto fra la cultura napoletana e quella americana, soprattutto all'epoca della presenza militare statunitense, è esemplificata dalla celebre “Tammurriata nera”: scritta proprio nel 1944 da Mario e Nicolardi per raccontare la nascita, imprevista, di un bimbo di colore, concepito da un soldato durante l'occupazione.

In una versione resa famosa dalla Nuova Compagnia di Canto popolare una delle strofe recita “E levate ‘a pistuldà uè, e levate ‘a pistuldà, e pisti pakin mama e levate ‘a pistuldà”. Il solo apparentemente incomprensibile testo in realtà deriva da una canzone che all’epoca doveva essere molto famosa fra le truppe americane, “Pistol Packin’ Mama” del cantante country americano Al Dexter : “Lay that pistol down, babe, Lay that pistol down! Pistol packin' mama, Lay that pistol down.