Hanno ucciso un sindacalista. Nero. Anzi, negro, come piace dirlo a loro, perché non c'è più soddisfazione del poter mettere la violenza tutta dentro una categoria e quando basta una parola la soddisfazione è doppia: negro come frocio o terrone o buonista e via via tutto il resto. Soumalya Sacko è stato ucciso mentre rovistava tra le lamiere per costruire una baracca di fortuna all'interno del campo di San Ferdinando, uno di quei luoghi di pacchia (secondo il neoministro Salvini) in cui si muore bruciati come è successo qualche tempo fa a Beccky Moses oppure si vive strisciando, tra i rifiuti di notte e il lavoro sottopagato nei campi di giorno. E proprio di caporalato si occupava Soumalya, uno di quelli che nonostante sia solo uno dei niri (come vengono chiamate in queste zone dove la ‘ndrangheta fa da padrona) trattati come animali alla fine decide di dedicarsi ai diritti degli altri.

E poi come è stato ammazzato, Soumalya: i testimoni raccontano di una vera e propria caccia all'uomo puntando il fucile come in una battuta di caccia. No, non è una novità nemmeno questa: da queste parti (e in tutte le parti dove questi sono il percolato dell'umanità che stanno ai bordi dei centri abitati) i negri sono animali per davvero, picchiati, vessati, derisi, sfruttati, annientati eppure comodissimi per alimentare il fatturato dei bianchi. Schiavi, semplicemente.

E poi quando è stato ammazzato, Soumalya: a poche ore dal giuramento del governo e il passaggio della fiducia parlamentare, proprio mentre Salvini insiste sulla sua propaganda più becera e mentre il governo del cambiamento che pretende di essere lasciato in pace a lavorare in poche ore è riuscito a occuparsi più della distruzione dei diritti acquisiti piuttosto che parlare delle riforme. Anche questo, a pensarci bene, è normale: chi non riesce a immaginarsi nuovi diritti sta a galla occupandosi della sottrazione di quelli esistenti.

Ma se avete la curiosità di sapere come ha reagito il presidente del consiglio Giuseppe Conte dopo la barbara uccisione di Soumalya vi tranquillizziamo subito: niente. Zero. Come già successo per le parole del ministro Fontana (che ci ha spiegato che l'amore di due gay non è mica un amore normale, come quelli che piacciono a lui) Giuseppe Conte rimane un'ombra che galleggia nell'etere preoccupato di mantenere intatto il proprio credito di speranza e di fiducia e illudendosi (come già fecero i suoi predecessori) che scomparire sia un buon modo per non scontentare nessuno. Perché proprio di questo si tratta: Giuseppe Conte è il ripetitore che si usa nelle case per trasmettere anche sulla televisione della cucina il canale del salotto solo che qui è un ripetitore a Palazzo Chigi delle trasmissioni del Viminale. E deve essere una vita difficile quella di Conte: presentarsi come l'avvocato di tutti gli italiani e dovere imparare in pochi giorni che tutti gli italiani sono tutti tranne i neri (Soumalya Sacko, non era clandestino, eh) e gli omosessuali è una gran fatica. Poi, nelle prossime settimane sarà l'avvocato di tutti gli italiani tranne qualcos'altro (qualche suggerimento? I sindacalisti, gli intellettuali, i buonisti, i pacifisti, gli operai, i poveri impoveriti dalla flat tax, se ne potrebbero già immaginare decine di categorie). Un presidente del Consiglio che non trova le parole per intervenire in un clima che già all'inizio è un mezzo incendio è un pessimo inizio, caro professor Conte. Certo non è cosa da aggiungere fieri sul curriculum.