"Donna" deriva dal latino domina, che è propriamente la padrona, la signora, la sovrana. Ma anche la donna amata, la sposa. Si tratta di un derivato di domus, "casa", ma qui non è inteso come luogo delle faccende femminili, la domina non è l'angelo del focolare: qui la casa è intesa come luogo che appartiene, su cui si esercita un potere diretto. Così il dominus diventa signore, la domina signora. È da qui che nasce il dominio, un concetto che come evoca un potere invincibile.

Quando i volgari parlati in Italia hanno iniziato a traboccare nello scritto, tentando la via della letteratura, non era scontato che l'essere umano di genere femminile, in italiano, sarebbe stato chiamato "donna". C'erano diverse alternative, che in effetti in altre lingue europee hanno prevalso: pensiamo alla femme francese, alla mujer spagnola. In particolare il termine "femmina" era l'alternativa più forte.

Ebbene, l'uso di "donna" prende piede in Toscana fra Duecento e Trecento: non in maniera rapida, il suo è un successo che si è impone, prima in Toscana, poi fuori, in molti decenni, secoli. Ma probabilmente l'influenza decisiva è la scelta condivisa di usare questa parola da parte dei poeti stilnovisti. La donna di cui parlano, per quanto oggi il modo in cui ne parlano possa sembrarci affettato, è una figura rivoluzionaria: per la sue qualità è vicina a Dio, e capace di avvicinargli i poeti. E conserva quei tratti che caratterizzavano in maniera così marcata la domina, dandole un'aura di superiorità, colorandola di una sottile allusione d'amore. Per contro, è stata una scelta determinante anche per l'abbassamento del termine femmina a quel livello che al nostro orecchio arriva fino allo spregiativo: la storia la scrivono i vincitori, anche in poesia.

Certo, non si può parlare di un dialogo o di un rapporto aperto fra donna angelicata dello stilnovo e il poeta che la descrive, anzi: il movimento ispirato è tutto interiore, e molto silenzioso. Ma se nella nostra letteratura vogliamo trovare una prima crepa che si allarga nella gerarchia patriarcale, forse è questa. Ora non è più quel tempo, e non cantiamo la donna angelicata, che per quanto sovrumana è una riduzione (anche perché nella pragmatica sociale questi angeli erano poi lasciati comunque ai margini). Sentiamo di celebrare la donna non solo nella festa di questo giorno, ma tutte le volte che insieme combattiamo le folte retroguardie che la vogliono sminuita e sottomessa: e in questi casi sentir pronunciare la parola "donna" ha un sapore diverso, se ci facciamo venire in mente questa storia, come secoli fa sia stata una generazione compatta di giovani poeti a volere, per la nostra lingua e per la nostra mente, una donna non sottomessa, una donna padrona.