Ammettiamolo. A volte i fantasiosi nomi che gli chef stellati danno ai loro piatti e gli accostamenti di sapore che ne sono alla base ci appaiono davvero stravaganti. Ma a pensarci bene, essi impallidiscono se confrontati con le ricette contenute ne “La cucina futurista”, pubblicato nel 1932. Autori dell’originale ricettario erano Filippo Tommaso Marinetti, artista e fondatore del movimento d’avanguardia del Futurismo, e il pittore Fillìa (Luigi Colombo).

In linea con la tendenza rivoluzionaria del futurismo, che auspicava un rinnovamento radicale della società italiana fondato su una netta rottura con il passato e una totale adesione a determinati aspetti della modernità – quali la tecnologia e la velocità – le ricette del cuoco futurista rappresentavano il volano di una vera e propria rivoluzione culinaria. Così, uno dei principi cardine del Manifesto della cucina futurista, lanciato l’anno prima del ricettario, era l’abolizione della pastasciutta, “assurda religione gastronomica italiana”. Uno dei cibi-chiave della nostra alimentazione veniva bollato da Marinetti, presso il ristorante Penna d’oca di Milano, come “una vivanda passatista, perché appesantisce, abbruttisce, illude sulla sua capacità nutritiva, rende scettici, lenti, pessimisti”.

D’altra parte, avrebbe ribadito nel Manifesto, la pasta “contrasta collo spirito vivace e coll’anima appassionata generosa intuitiva dei napoletani… Nel mangiarla essi sviluppano il tipico scetticismo ironico e sentimentale che tronca spesso il loro entusiasmo”. In uno scenario su cui incombeva la guerra, nella quale sarebbe di certo risultato vincitore il popolo “più agile, più scattante”, non c’era posto per la pastasciutta. E a scomparire sarebbero stati anche forchetta e coltello, al fine di lasciare spazio a un’esperienza sensoriale del cibo. Ma cosa avrebbero mangiato gli italiani?

Un esempio tratto dal ricettario della cucina futurista è quello del “pranzo tattile”, così definito perché i commensali avrebbero dovuto indossare dei “pigiama”, preparati con l’aiuto dei pittori futuristi, ricoperti da materiali differenti – come spugna, sughero, carta vetrata, lastre di alluminio – e scegliere al buio il proprio compagno per il pranzo. Pranzo che sarebbe stato aperto dall’«Insalata poliritmica», che consisteva in una scatola munita di manovella nella parete sinistra e di una fondina ripiena di lattuga non condita, datteri e chicchi d’uva nella parte destra. Ognuno dei commensali avrebbe consumato il cibo con la mano destra – rigorosamente senza posate – mentre con la mano sinistra avrebbe girato la manovella. Perché? Perché in questo modo la scatola avrebbe prodotto dei suoni ritmici e musicali e tutti i camerieri, davanti ai tavoli, avrebbero cominciato una lenta danza.

La presenza attiva dei camerieri era prevista anche per altre portate, per spruzzare ad esempio sul viso dei commensali profumi di lavanda e di acqua di colonia, ma soltanto durante la masticazione. Il cibo quindi come esperienza sensoriale, ma anche come forma d’arte. Emblematico in questo senso era il carneplastico, vivanda futurista inventata da Fillìa, che consisteva in una grande polpetta cilindrica di carne di vitello ripiena di undici qualità diverse di verdure cotte. Servita, neanche a dirlo, come una vera e propria scultura: posta in maniera verticale al centro del piatto, sovrastata di miele e sostenuta alla base da un anello di salciccia su tre sfere dorate di carne di pollo. La Taverna del Santopalato a Torino fu il vero e proprio tempio della cucina d’avanguardia futurista, con i suoi menù corredati di illustrazioni ad opera di vari artisti del movimento.