È una parola dura. Anche se non nascosta, e anzi centro di una pubblica battaglia di libertà civile diffusa e delicata (è di queste ore il risultato del referendum che lo legalizza in Irlanda), resta una parola dura. Lo notiamo bene di riflesso quando è usata in senso figurato per descrivere lo scarso, l'imperfetto, l'incompiuto. Dire che un lavoro mal condotto e nemmeno portato a termine è un aborto evoca attraverso una metafora il primo incompiuto, ossia la gravidanza spenta. Evocazione magari volontaria (non sempre è una parola che scappa), ma che, come è facile osservare, sacrifica comunque all'espressività più intensa e rumorosa una sensibilità consapevole. Insomma, non solo la questione civile (pubblica e privata) dell'aborto, spontaneo o frutto di un'interruzione volontaria, è una questione delicata di diritti e di libertà: la parola stessa è affilata, e perciò è da maneggiare con cautela. Richiede prudenza, perché da sé sa ferire.

Il latino abortus, da cui viene il nostro ‘aborto', è participio passato del verbo aborior. Si tratta del negativo del verbo orior, che significa ‘sorgere, levarsi, nascere' (dalla medesima radice anche ‘oriente', ‘origine', e via dicendo); il prefisso ab- descrive propriamente un allontanamento. Capiamo così che abortus è chi o ciò che ha abbandonato la nascita, ma si tratta di un passaggio successivo: il verbo aborior ha fra i suoi primi, vasti i significati il perire, lo sparire. Il risultato è tremendo come la morte, ma al tempo stesso aggraziato.

Se la figura etimologica è eufemistica e, posso dirlo?, quasi tenera (‘allontanato dalla nascita'), il dulice significato di evento interruttivo della gravidanza e di feto non vitale si porta addosso un carico emotivo tale che la sfumatura eufemistica ha fatto presto a dissiparsi. Come dicevamo, è una parola dura. Tanto che espressioni come ‘interruzione di gravidanza' subentrano a coprirne l'asprezza, e lo fanno con efficacia: perché nonostante i diritti (per quanto seriamente pericolanti) ci siano, la sanità sa l'importanza di una cura che passa anche attraverso la scelta delle parole con cui parlare alle persone assistite. Anche se nelle battaglie di diritti e libertà è a viso aperto che si parla di ‘aborto', perché l'azione politica richiede il coraggio delle parole.

Nota finale riguardo a una piccola sbavatura grammaticale e concettuale: talvolta il verbo ‘abortire' è usato come transitivo, e questo è scorretto. Così come non può essere transitivo ‘nascere', non lo dovrebbe essere ‘abortire'.