"Bisogna avere spirito di corpo, se c'è qualche collega in difficoltà lo dobbiamo aiutare". Sarebbero le parole pronunciate dal comandante del Gruppo Napoli, Vincenzo Pascale, a un carabiniere che avrebbe dovuto testimoniare al processo sulla morte di Stefano Cucchi. La conversazione telefonica tra due uomini dell'Arma è stata intercettata il 6 novembre scorso e la trascrizione è contenuta in una nota della squadra mobile di Roma del 17 gennaio, ed è stata depositata agli atti del processo. I riferimenti allo "spirito di corpo" e soprattutto l'invito a sostenere un "collega in difficoltà" sarebbero da intendere come ennesimi tentativi di depistaggio nel processo in corso per accertare le responsabilità sulla morte di Stefano Cucchi, e nel quale cinque carabinieri sono accusati di omicidio preterintenzionale e falso.

Il militare che sarebbe stato invitato a tener conto dello "spirito di corpo" è stato successivamente convocato in aula: come racconta il Corriere, durante la sua deposizione "tentò di modificare alcune sue precedenti dichiarazioni che potevano aggravare la posizione di alcuni imputati". Solo grazie alle contestazioni del pubblico ministero Giovanni Musarò (che era già a conoscenza dell’intercettazione, oggi resa nota alle altre parti), il carabiniere tornò sui suoi passi confermando quello che aveva già detto.

L'inchiesta sui depistaggi ha anche accertato che i carabinieri  acquisirono il registro originale del fotosegnalamento di Cucchi la sera dell’arresto. Nel 2015 i militari del comando provinciale di Roma visionarono quegli atti e notarono i segni della cancellazione di alcune parti, riguardanti probabilmente le conseguenze del pestaggio al geometra, ma evitarono consegnare quella documentazione alla magistratura. Quel registro, acquisito solo successivamente dalla Procura, è oggi una delle prove principali nel processo a carico dei carabinieri.