“Un incubo durato 45 giorni”. Queste le parole di Carlo Malvezzi, consigliere comunale del comune di Cremona, che ha vissuto sulla propria pelle gli effetti della pandemia.

Tutto ebbe inizio alla fine del mese di febbraio, quando la moglie farmacista inizia a manifestare i primi sintomi. “All’inizio pensavamo che febbre e raffreddore dipendessero da un colpo di freddo – racconta -: erano i primissimi giorni di questa terribile emergenza e lei aveva lavorato in farmacia con le porte aperte”. Ma le condizioni di salute della moglie, nel giro di una settimana, peggiorano: alla febbre alta e persistente, subentrano anche seri problemi respiratori. “Il primo di marzo viene ricoverata nel reparto di Pneumologia dell’ospedale di Cremona e attaccata all’ossigeno. Tampone e tac confermano i sospetti: positiva al Coronavirus”. La donna inizia la terapia antivirale. “Io e mia moglie ci sentivamo telefonicamente o tramite WhatsApp – continua il marito -: la terapia antivirale è stata pensante. Per diversi giorni le sue condizioni non davano segni di miglioramento”.

La diffusione del contagio

A questa forte preoccupazione, ben presto, se ne sono aggiunte di nuovo. “Dopo qualche giorno dal ricovero in Pneumologia di mia moglie, anche mia suocera viene portata in ospedale. A distanza di un giorno, anche mio suocero viene preso in carico dai sanitari. La diagnosi era la medesima: positività al Covid. La loro situazione era da subito risultata critica”. Ma il virus continua a insinuarsi nella famiglia di Carlo Malvezzi e colpisce nuovamente. “Dopo qualche ora dal ricovero di mio suocero, anche mia sorella viene ricoverata nel nosocomio di Cremona. Da qualche giorno aveva evidenti sintomi da coronavirus con alcune difficoltà respiratorie. A ruota l’hanno seguita mia cognato e mia nipote. Ero spaventato. E’ stato tutto così veloce e frenetico”.

Il consigliere comunale cremonese inizia ad accusare il colpo. “Ho iniziato ad avere qualche linea di febbre e un pò di tosse: pensavo fosse la stanchezza. Avendo così tanti casi in famiglia, però, mi è stato fatto un tampone che ha dato esito negativo”. Ma il malessere persisteva. “Ho chiesto, così, di fare una tac toracica e a qual punto, era la metà di marzo, la diagnosi è stata chiara: anch’io ero positivo al Coronavirus”. Nel frattempo, il farmaco antivirale aveva iniziato a dare i suoi primi effetti positivi sulla moglie. “Mentre mia moglie si sfebbrava, i miei suoceri continuavano a peggiorare. Alla fine non ce l’hanno fatta: sono deceduti entrambi, a distanza di un paio di giorni l’uno dall’altro”. Il rammarico è di non aver potuto presenziare al rito funebre. “Per me, ma soprattutto per mia moglie, è stata la cosa più devastante. Siamo consapevoli che la nostra vita non tornerà più quella di prima”.

La fase 2

Sorella, cognato e nipote fanno ritorno a casa. Poi, è il turno della moglie. Quando la donna viene dimessa dal reparto di Pneumologia, il signor Carlo però è ancora pienamente positivo al Covid e la donna è ancora molto debole. “E’ iniziata così per noi una seconda fase di quarantena: quella domestica. I miei figli si sono trasferiti da una zia e io e mia moglie abbiamo vissuto in due aree separate della casa. Io ero ancora contagiato e contagioso, lei pure. Nessuno poteva escludere che il ceppo di virus da me contratto fosse lo stesso contratto da mia moglie e che lei, ancora molto fragile, non potesse a causa mia avere una ricaduta”. Mentre la moglie, sottoposta a due tamponi consecutivi a fine marzo, era stata dichiarata guarita dal virus, per il consigliere l’incubo non era ancora terminato: la positività al virus continuava a essere confermata.

Un nuovo inizio

Finalmente, l’arrivo della Pasqua sembra aver portato a questa famiglia un po' di pace. “Il giovedì antecedente la Pasqua e il venerdì Santo mi sono sottoposto a due tamponi: entrambe sono risultati negativi. Ero guarito. La prima cosa che ho fatto? Abbracciare mia moglie dopo 45 giorni: è stato come un nuovo inizio”.