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7 Febbraio 2017
17:07

Uccide la compagna e la nasconde nel congelatore: 30 anni al ‘killer del freezer’

Silvia Caramazza è scomparsa a giugno 2013 da Bologna. Il 28 giugno i carabinieri irrompono nella sua casa in viale Aldini e trovano il corpo della commercialista in posizione fetale in un congelatore per alimenti. Il fidanzato è stato condannato a 30 anni per omicidio e stalking.
A cura di Angela Marino
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C'è una linea sottile tra il sospetto e la violenza. Dire a una persona "ti controllo il telefono e le mail tramite un investigatore" è una pressione che a lungo andare logora e sfibra chiunque. Non sentirsi sicuri al telefono, sapere che un ex potrebbe in un futuro incerto scrivere una mail mette in allerta, anche se non si ha nulla da nascondere. Trovare telecamere in casa messe "per controllare se qualcuno entra" potrebbe anche essere lecito, ma se sono in casa mia e nessuno mi ha mai avvertito della loro esistenza la trovo un'intrusione altrettanto fastidiosa rispetto alle precedenti. Andare a cena fuori e sentirsi dire "ti ho fatta seguire per sapere se quel maniaco del tuo amico ti seguiva" mi pare un arzigogolio inutile, mi hai fatta seguire?

Sono parole in cui centinaia di donne potrebbero riconoscere i comportamenti del proprio compagno, il proprio senso di angoscia e disagio. Uno sfogo, privo di riferimenti diretti e condiviso su un blog, di una donna che cominciava a distinguere nella propria relazione i segnali del pericolo e che si preparava a chiuderla. La storia di Silvia Caramazza, 39enne, commercialista bolognese, è andata diversamente da come credeva. A giugno 2013 il comportamento della bella professionista sembra d'un tratto cambiare. Si fa negare al telefono, risponde in modo strano ai messaggi sul cellulare e non si fa più vedere. Dalla scomparsa del padre, Giuliano Caramazza, ginecologo noto e stimato a Bologna, Silvia è molto triste e depressa, ma quel suo silenzio con le persone più vicine non è da lei: il 14 giugno le amiche ne denunciano la scomparsa.

L'irruzione in viale Aldini

Gli agenti della Squadra Mobile vanno dritti dal suo attuale compagno Giulio Caria, artigiano 34enne sardo, con il quale Silvia era anche in affari. La versione dell'uomo non convince affatto gli investigatori che decidono di fare irruzione nell'appartamento della donna in viale Aldini. Quel giorno dal palazzo signorile nel cuore di Bologna, gli agenti escono con una barella coperta da un lenzuolo. Il telo è assicurato con delle cinghie alla barella e ha un aspetto anomalo, come se sotto ci fosse una persona accovacciata. È Silvia, quello è il suo corpo irrigidito in una innaturale e orribile posizione in cui è stato costretto all'interno di un congelatore per alimenti. Lì, nella sua stessa stanza da letto, qualcuno ha nascosto il suo cadavere insaccato nella plastica e conservato nel pozzetto per alimenti come se fosse un pezzo di carne. Sulla fronte ci sono profonde ferite da corpo contundente. L'appartamento è in ordine, non manca nulla, non ci sono segni di effrazione. Sul comodino accanto al letto, ritrovato con il materasso inzuppato di sangue, ci sono tranquillanti e medicine, probabilmente utilizzati dal killer per sedarla.

La polizia sulle tracce del killer

Bastano solo poche ore perché venga alla luce la dimensione oscura e pericolosa in cui da mesi andava avanti la relazione della 39enne. Il 24 maggio, solo pochi giorni prima della scomparsa, Silvia aveva sporto denuncia nella stazione dei carabinieri di viale Panzacchi. A casa sua, il 16, aveva trovato una microspia nascosta nel contatore dell’acqua e sotto il termosifone della camera da letto. I militari le chiedono se il suo fidanzato è un uomo possessivo. In quell'occasione, forse per pudore, Silvia nega che il compagno la controlli, ma alle amiche confida quanto il compagno sia asfissiante e rivela di volerlo lasciare. A un certo punto Silvia aveva cominciato a registrare le discussioni sui soldi con Caria. Forse l'uomo approfittava del benessere economico della compagna. Anche dopo la sua morte qualcuno continua a usare le carte di credito da Sesto il paese in cui Caria ha affittato una casa. Il 7 giugno Silvia va a Pavia a trovare un'amica e da allora nessuno la rivede.

La fuga e il processo

Il 28 il cadavere di Silvia viene ritrovato nel congelatore.  Mentre gli inquirenti mettono insieme i pezzi del puzzle, Caria è si è rifugiato nella natia Sardegna – dove è andato con l'auto del padre di Silvia – e si prepara a scappare. Gli agenti lo arrestano durante un grottesco tentativo di fuga tra rovi e sterpaglie. Arrestato, il 34enne tenta una disperata difesa, proclamandosi estraneo all'omicidio. Lui e Silvia erano in procinto di sposarsi e può dimostrarlo una mail con la richiesta di un preventivo che Silvia aveva inviato dal suo account. Nella data in cui quello scambio avveniva, però, Silvia era già morta e la mail non è altro che un maldestro tentativo di depistaggio. Processato con il rito abbreviato a fronte di una richiesta di ergastolo, Caria stato condannato a 30 anni per omicidio, stalking e per aver minacciato testimoni e rubato carte di credito della vittima, sentenza confermata dalla Corte di Cassazione. Caria ha sempre negato di aver ucciso Silvia, così come negava, con la stessa Silvia, di aver messo microspie nel suo appartamento. In nessuno dei casi è stato creduto.

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