Trova i ladri in casa sua e ne uccide uno a Reggio Calabria: macellaio condannato a 15 anni di carcere

Una condanna a 15 anni e sei mesi di reclusione ha chiuso il processo di primo grado che vedeva imputato Francesco Putortì, il macellaio di 50 anni di Reggio Calabria per l’omicidio di Alfio Stancampiano, 30 anni, oltre che per il ferimento grave di Giovanni Bruno, 46 anni, entrambi originari di Catania. La sentenza è stata pronunciata dalla Corte d’Assise di Reggio Calabria, che ha accolto integralmente la richiesta del pubblico ministero Federico Sardegna, respingendo la richiesta della difesa di riqualificare il reato come legittima difesa putativa o eccesso colposo.
I fatti risalgono alla mattina del 27 maggio 2024, nella zona collinare di Rosario Valanidi, alla periferia sud della città. Secondo l’accusa, almeno quattro persone si sarebbero introdotte nell’abitazione di Putortì, situata in contrada Oliveto, con l’intento di commettere un furto. Al rientro a casa, il macellaio si sarebbe trovato di fronte agli intrusi e, durante una colluttazione, avrebbe impugnato un coltello colpendo due dei presenti.
La versione di Putortì, sostenuta dai suoi legali Giulia Dieni e Natale Polimeni, racconta di una reazione a un’aggressione, con fendenti diretti a difendersi. Per l’accusa e i giudici, invece, i colpi sarebbero stati inferti mentre i due uomini cercavano di fuggire, dopo aver sottratto alcune pistole legalmente detenute dal proprietario, poi cadute durante la fuga.
Dopo l’accoltellamento, Alfio Stancampiano venne abbandonato dai complici nei giardini dell’ospedale Morelli, dove morì poco dopo per le ferite riportate. Giovanni Bruno, ferito, riuscì a raggiungere la Sicilia, ma fu costretto a recarsi all’ospedale di Messina per le cure necessarie.
Le indagini, condotte dalla Squadra Mobile e dai Carabinieri sotto la direzione della Procura guidata da Giovanni Bombardieri e dal sostituto Nunzio De Salvo, avevano portato all’arresto di Putortì poche ore dopo i fatti. In precedenza, anche il Tribunale del Riesame di Reggio Calabria aveva confermato la custodia cautelare in carcere, ritenendo fondati i gravi indizi di colpevolezza.
In aula, la pronuncia della sentenza ha scatenato forti reazioni: alcuni presenti hanno gridato “vergogna”, mentre la difesa, pur indignata, ha preferito non rilasciare dichiarazioni immediate, definendo la sentenza “durissima” e annunciando che valuterà eventuali ricorsi in appello.